"Il Jazz ha un dono...la capacità di tramutare l'aria in Musica.
Non tutte le melodie riescono in questo, l'avvolgente musica orchestrale è fragile, il rumore la frantuma, va protetta. Il resto è vibrazione, urto, ronzìo che prevarica ogni rumore e, molte volte, non si allontana da esso"
Ho scritto questa frase esattamente un anno fa, ed è passato un anno da quando ho capito il suo valore.
Abitavo in un condominio lugubre, di quelli che si vedono nei film ambientati nelle periferie Newyorkesi, e proprio in periferia abitavo...disoccupato, farcito dal sogno  di diventare scrittore, un fallito!
Sopra di me abitava un altro esimio sconosciuto alla società, disoccupato, farcito di droga. Passava i suoi giorni soffiando rabbia, gioia, rimpianti dentro il suo sax, le uniche pause che si concedeva erano seguite dal rumore dello sciacquone o da urla funeste e minacce del "pusher" di quartiere, ma dopo lo schianto della porta lui ricominciava.. questa era la sua magia, il rombo del traffico spariva e l'aria diventava plastica, si adattava alle case, a me.
Da lì a che diventasse uno sfondo costante quanto e più del vecchio ronzìo non mancava molto, così cominciai ad agire sempre meno attento a ciò che veniva dall'altra stanza. Presto, però, quell'alternarsi di acuti e bassi diventò un'ossessione, scrivere era ormai impossibile e la colpa, non potendo esssere mia per orgoglio, si riversava su di lui; cominciai a battere col pugno sulla parete, ma non serviva a nulla...che lui fosse schiavo della sua appendice bronzea era abbastanza chiaro.
Smisi di scrivere, di mangiare, di dormire, mi lasciai prendere dallo sconforto e dalla febbre, inchiodato al letto, viaggiando sui miei deliri, mi trovai di fronte alla domanda che cambiò la mia vita..."perchè lui sì?"
Al mio risveglio studiai ogni rumore che provenisse dal suo appartamento, le modulazioni, i ticchettii dei tasti, il soffio costante dietro la musica, ma non capii nulla.
Mangiando e ascoltando tenevo viva la mente ed il corpo, presto mi ristabilii, comprai una macchina da scrivere ,usata, con quel poco che rimaneva e tentai di imparare ad usarla, sempre più concentrato sulla musica, sempre senza una risposta, mi lasciai cullare ticchettando sui tasti,ciò che scrissi fu una serie di parole messe male e le distrussi. La musica continuava a traboccare dal muro, dalla finestra, avvertivo il rancore e l'invidia salire, lui sentiva ciò che io non sentivo, cosa fosse era un mistero, tentai e ritentai di scrivere, ma senza sentire dentro tutte le mie parole la forza di uno solo dei suoni di quel demone.
Nelle grida del suo sassofono, c'era qualcosa che andava oltre lui, le emozioni, la rabbia della mia città trovavano una voce.
Passarono nove mesi; mi svegliai, in un giorno come tanti, in trance, mi lasciai guidare ad un palmo da terra dalla morbidezza di quel suono, ma quel suono finì e ne' urla, ne' rumore di acqua ne segnarono più l'inizio, aspettai, ma invano...lo portarono via in un sacco nero, non ho mai visto in faccia quel mio angelo e demone, riposi in pace!
Ma, mentre lo portavano via, sentii di nuovo il rumore. Era rimasto nascosto, la città ha partorito se stessa tra le urla di un sax, ora posso sentire il suo respiro...il respiro della città, la vibrazione tenue, priva di increspature, che la avvolge.
Dopo quel giorno ho imparato ad ascoltarla e a parlarle, lei mi ha ascoltato.
Un vecchio grammofono, vecchi, costosissimi, vinili urlano suppliche di altre città che possono solo perdersi nel cielo, l'unica cosa che possa sovrastare la mia nuova casa.