Michel Pochet

L'Angelo del Bello

 

La casa dell'Angelo

Se siete stanchi come me alla fine di questa lunga ed intensa seduta, come farete ad ascoltarmi? Vi propongo perciò di trasformare subito questa stanza in una stanza dell’angelo. Una stanza dell'ascolto e della parola. Della parola perché dell'ascolto. Bisogna attirare l'angelo, farlo venire qui, che si senta bene tra noi e apra le vostre orecchie e nello stesso tempo liberi la mia lingua. Allora, chi sa? potrà interessarvi quello che dirò. Conto su di voi, e ce la metto pure io tutta.

Il titolo di questo seminario mi ha incuriosito. Come mai "La Casa dell’angelo"? L’angelo è tornato di moda. Cacciari lo definisce necessario. Ma esiste? Se non esistono gli angeli, a che pro studiare la loro casa? Certo può essere una metafora ricca di significati, ma solo questo? Mi sono chiesto se mi era successo personalmente di incontrare un angelo.

Penso proprio di sì, anche se il primo incontro ravvicinato che mi viene in mente vi sembrerà risibile se non ridicolo. Qualche anno fa dovevo guarire un surmenage, e una delle poche cose che riuscivo a fare per questo, era camminare nei boschi. Ho camminato per ore e ore, con coscienza, da solo, con l'energia della disperazione. Era un po’ "perturbante" - per usare questa parola che ho imparato stamattina - perché quando sei in difficoltà sai che la natura ti aiuta, ma non sai sempre come rapportarti con lei. C'erano tanti cani randagi, perturbanti anche loro, anzi terrificanti. Mio padre diceva che i cani sono più terrificati di noi, attaccano solo se percepiscono la nostra paura. Un giorno, nelle profondità dei boschi, ho incontrato uno splendido pastore belga nero. Ho nascosto la mia paura. Mi sono lasciato annusare. L'ho complimentato per la sua bellezza. Il cane mi ha gentilmente accompagnato per ore. Un altro giorno ha camminato di nuovo con me. Questa volta, è venuto fino a casa, ed è rimasto.

In quel periodo gli esseri umani che mi circondavano erano premurosi, servizievoli, pieni delle migliori intenzioni, ma ero incapace di comunicare con loro. Il cane era l’unico essere al quale dicevo cose intime, difficili, ed egli, a suo modo, mi capiva. Con lui, per diversi giorni, ho ripassato tutta la mia vita. Ho fatto una sorta di bilancio: portare alla coscienza zone rimaste nell'ombra e assumerle, redimerle.

Il cane non mi parlava, non mi consigliava, ma ascoltava senza pregiudizio, con affettuosa simpatia. La sua presenza leniva le ferite psichiche, curava i lividi dell'anima, consolava, rigenerava. L’ho vissuto come un angelo, un essere mandato a me per aiutarmi quando nessuno poteva aiutarmi. Poi un bel giorno è sparito.

Quest'angelo quadrupede è un po’ ridicolo - lo confesso - inopportuno, perturbante. Bello, sì, ma senza ali, e nemmeno bianco. A ciascuno l'angelo che merita! Mi consola sapere che Don Bosco, a più riprese, ha incontrato un cane - lo chiamava "il grigio" - che l'ha salvato, e nel quale ha riconosciuto un angelo…

L’angelo, cioè un essere, un ente, qualcuno che si affaccia portando un messaggio per te personalmente, è un'esperienza di tanti. Mi ricordo un’amica, per niente esaltata o misticoide, per la quale una foto in "Epoca", una certa foto di per sé banale, fu l'occasione di un risveglio della mente e dello spirito. Mi ha parlato di questa foto come di un angelo, un messaggio, un messaggero indirizzato a lei per aiutarla. Ne era piena di gratitudine.

Non ho mai incontrato angeli con le ali, e dubito che qualcuno li abbia mai incontrati, (anche se sarebbe interessante capire come queste immagini, che poi sono così importanti, si sono formate nell'inconscio collettivo.) Quello che è sicuro è che esistono davvero momenti nei quali qualcuno è risvegliato, incoraggiato, fermato, investito da un’idea nuova. I filosofi ricordano il demone di Socrate, i poeti la loro Musa, gli artisti l'ispirazione, i santi l'Ispirazione con la S grande. Questo succede indubbiamente, ed è importante essere in qualche modo preparato a tali momenti. In questo senso la casa dell’angelo è necessaria: creare cioè le condizioni per favorire l'incontro con l'angelo. Mi è piaciuto il fatto che questa volta lavorerete non su uno spazio scelto da voi, che allora rischia di diventare simbolico, di diventare qualcosa un po’ strana. Lavorate sulla vostra propria casa, sulla vostra realtà quotidiana, sugli spazi, su quello che è la vostra vita, pensando che potrebbe, dovrebbe essere accogliente per l’angelo, cioè per voi, immagino, per voi nella più profonda realtà vostra.

Per gli "Esercizi" - cioè nel periodo nel quale si entra nella casa dell’angelo, dove ci si di mette in contatto con le realtà più profonde, più alte, più vere, magari più crude della vita - Sant’Ignazio di Loyola suggerisce di scegliere un luogo dove ci si sente bene. Non dice di inginocchiarsi sul duro marmo di una chiesa fredda e scura, ma di scegliere il posto dove ci si sente meglio.

L'Angelo del Bello

Allora, volete che parliamo dell’Angelo del Bello? Scusate, ma l’ho inventato io quest’Angelo del Bello, ma a me piace. L’avete capito: per me l’Angelo del Bello è San Michele, l’arcangelo. Da bambino avevo un rapporto non facile con un patrono certamente di alta dignità - anzi quasi troppa per fungere da modello - ma senza biografia, né ritratto se non immagini troppo evidentemente immaginarie. Però il nome suo era interessante, e ad un certo momento l'ho scelto come nome mio, coscientemente.

Michel, Michele vuol dire "chi come Dio?". Nelle tradizioni ebraica, musulmana, cristiana, si pensa che questo nome significhi che Michele sia capo degli angeli rimasti buoni, fedeli a Dio, mentre altri capeggiati da Lucifero, vinti proprio da Michele, cadono in inferno. "Chi come Dio?" sarebbe la sua identità, la sua missione.

Lucifero

Chi come Dio? a me piace pensare che sia la bellezza di Dio che Michele afferma con il suo come? L'argomento è debole, lo so, non pretendo dimostrare niente, ma solo comunicare un'intuizione. Comunque, l'Avversario di Michele in questo combattimento è Lucifero, il portatore di luce. Lucifero è l'angelo che più assomiglia a Dio. E' l'angelo bello per eccellenza, quasi bello come Dio. Lucifero è geloso della bellezza di Dio, al punto di rifiutare, secondo una diffusa Tradizione, l'Incarnazione che percepisce come un inquinamento di tale bellezza. Lucifero tradisce Dio per salvare contro Dio stesso la purezza della bellezza di Dio. Lucifero nella sua follia crede d'essere più bello di Dio. Ecco l'importanza del grido di Michele: chi è più bello del bello?

Conosciamo tre arcangeli, Michele, Gabriele e Raffaele. Sono tre come i tre personaggi nei quali Abramo adora l'unico Dio, sotto la Quercia di Mamre. Sembrano uomini ma la tradizione vede in loro tre angeli.

Triade angelica

Rublev ha interpretato iconograficamente questa pagina della Bibbia come una figurazione della Trinità. Sono tre angeli che personalmente identifico naturalmente con Michele, Gabriele e Raffaele. Se Michele è messaggero di Dio bellezza, Dio come fantasia, come evento, Dio Spirito Santo della Trinità cristiana, i due altri dovrebbero corrispondere alle altre due persone della Trinità. Infatti Raffaele - "Dio guarisce"- è l'angelo che accompagna il giovane Tobia nella sua ricerca di un rimedio per il padre, corrisponde a Dio che fa il bene. Nell'Antico Testamento, Gabriele - Dio forte - spiega un sogno a Daniele, nel Vangelo annuncia a Maria la nascita di Gesù, detta il Corano a Maometto: è l'angelo del vero, di Dio verità. Non vi sembra verosimile il mio "Angelo del bello"?

Ma come D'Artagnan è il quarto dei "Tre" Moschettieri, un quarto arcangelo - Uriele - completa la triade degli arcangeli. Il suo nome significa fuoco di Dio, e la tradizione vede in lui l'angelo che dice a Mosè dal centro del roveto ardente: "Io sono colui che sono!" E' l'angelo di Dio Uno, di Dio Amore.

Contrariamente ad altre lingue, l’italiano, per dire "amare", usualmente dice "volere bene". Sapete quanto si perde? Sessantasei per cento dell’amore! Voler bene è un terzo dell'amore, trentatré per cento. Per amare al cento per cento, ci vogliono i trentatré per cento del volere bello, e il trentatré per cento del volere vero.

Amare non si limita a volere bene, a fare il bene. Bisogna anche fare il vero e il bello. Si parla correntemente di atti d'amore, ma nel senso di voler bene, fare del bene. Manca la dimensione della verità, cioè della curiosità, della scienza, e la dimensione della bellezza, del voler bello.

Un ragazzo innamorato non cerca tanto di mostrarsi più buono ma più bello, per piacere alla sua ragazza. Si veste all'ultima moda, si pettina con cura, scrive poesie, compone canzoni, osa portarle una rosa, magari rossa.

Il bene il vero e il bello non vanno presi separatamente, e, tanto meno, messi opposizione. Uriele ce lo ricorda. Sono strettamente solidali. Ognuno in qualche modo contiene gli altri due. Il bello non può mancare alla verità e al bene senza imbrutirsi. Il bene non può mancare alla verità e al bello senza andare a male. Il vero non può mancare al bene e al bello senza mentire. Ognuno portato al massimo della qualità propria - all'incandescenza di Uriele - coincide con gli altri due, senza pertanto confondersi con essi.

Bello troppo bello

La bellezza, dunque. Ma quale bellezza? Si confonde spesso e sempre più la bellezza con il piacevole. E' bello quello che piace a prima vista, a primo udito. E' tutt'oro quel che riluce.

Torniamo a Lucifero. L’angelo bello, il più bello, quello che più assomiglia a Dio stesso, si pensa. Tutto luce. C’è una curiosa confidenza di Santa Teresa d’Avila, specialista per eccellenza in visioni di Gesù. Un giorno Teresa ha una visione di Gesù, sempre la stessa apparizione che le parla. Invece, qualcosa in questa visione, quel giorno, non la convince. Capisce che sotto le sembianze di Gesù è il Maligno che cerca di ingannarla. Teresa lo smaschera e lo manda via. E' Lucifero, l’angelo bello come Dio, anzi che vuole essere più bello di Dio: troppo bello per essere bello.

Esiste una presunta bellezza troppo bella per essere bella. E' così bella, così perfetta, che giudica imperfetta la bellezza stessa. Una tradizione, come già ho accennato, mostra Lucifero, angelo perfetto e cosciente della perfezione di Dio, che non vuole accettare la creazione dell’uomo, cioè che Dio si guasti incarnandosi. Lucifero, così amante della bellezza di Dio non può accettare che Dio - puro spirito, pura bellezza - si contamini con noi, impuri, brutti, carnali, sensuali, e lo tradisce credendo di essere più fedele a Dio di Dio stesso.

Gesù è la bellezza eterna incarnata, bellezza che si nasconde, fino a morire, per poi risorgere. Questo ci dice tanto della bellezza, se è così, se è come credo. Gesù risorto è uno che ha vissuto la morte, e una morte atroce, "brutta". Così la bellezza risorta che è adesso in Dio non è una bellezza facile, non è una bellezza piacevole, non è kitsch, è una bellezza molto provata, fino alla morte. Capisco il problema di Lucifero, così geloso della bellezza di Dio, quando vede la morte della bellezza, il "brutto" - se vogliamo chiamarlo così - assunti da Dio, divinizzati, in Gesù risorto.

Cosa tutto questo può significare nella pratica? Incontrare la bellezza non è facile. Certo esiste tanta presunta bellezza che fa tutto per piacerci, per adescarci. E' sempre più presente, ha riempito il mercato, è diventata un prodotto di consumo, un argomento di vendita. Non c'è mai stata così tanta bellezza in giro. Siamo subissati da tale bellezza. Una delle mie "crociate" è indirizzata contro i poster, non perché non siano belli, ma proprio perché lo sono, ma in un modo bugiardo, luciferino. La quasi bellezza è più pericolosa del brutto - come la virtù ipocrita è peggiore del vizio -, perché dissuade dal cercare faticosamente la bellezza vera.

Una videocassetta è sempre e solo riproduzione di film, non cinema. Puoi vedere tutti capolavori del cinema alla televisione e non fare mai l’esperienza del cinematografo, non sapere niente della scrittura cinematografica. Chi ama il grande cinema, chi ha visto un vero capolavoro in un museo, chi ha assistito a un concerto live, fa la differenza. Chi non sperimenta la bellezza autentica, si accontenta inconsapevolmente di un surrogato che sembra appena inferiore, ma questa differenza quasi impercettibile è la distanza tra Lucifero e Dio, l'infinito.

I colori de La Danse

Vi racconto l’ultimo dei miei angeli. C’è una mostra che fa molto scalpore perché dopo quasi un secolo un centinaio di quadri del museo de l’Ermitage di San Pietroburgo sono usciti dalla Russia; tutti belli, alcuni particolarmente, uno è un capolavoro famosissimo di Matisse, " La Danse ". Si vedono riproduzioni di questo quadro in tutti i libri su Matisse o su l’arte moderna. Consiglio di metterle l’una accanto all’altra, sono tutte diverse, impossibile farsi un'idea esatta. Pensavo di dover andare a San Pietroburgo per vedere "La Danse", ma è venuta a Roma.

La Danse non è un quadro piacevole, anzi oggettivamente è dipinto molto male come in genere i quadri di Matisse, specie di quel periodo. Visibilmente Matisse non cerca la perfezione della pittura "leccata" di certi pittori classici ma neanche la raffinatezza degli impressionisti. Bisogna non fermarsi a questi difetti, troppo ovvii per non essere una sorta di manifesto di una nuova estetica. Bisogna fare uno sforzo che so necessario, perché ho l'esperienza collaudata che le opere che mi danno più fastidio, più difficoltà a capire, ad amare, entrano poi nel mio museo mentale e fanno parte di me. Penso che come tra essere umani può esserci un primo fulmine, ma quello non è l'amore, è l’angelo dell'amore, l'intuizione dell’amore che verrà col tempo superando molti ostacoli - così per le opere d’arte: le più belle sono quelle che si lasciano amare più difficilmente, o quanto meno si godono all’inizio per una ragione che lascia posto successivamente a ragioni ben più profondi e più durature.

La Danse è un quadro grande, quattro metri per tre, e perciò più che guardarla dal di fuori, bisogna penetrare nella tela, entrare nella danza, lasciarsi inglobare dall'immagine, comprendere da essa più che cercare di capirla.

La scelta di colori di Matisse mi ha stupito. Non che siano tinte particolarmente belle, prese separatamente: blu, verde, rosso chiaro, marrone e qualche traccia di nero, tutto lì. Il quadro è piuttosto scuro, la luce nascendo dall'intenso rapporto tra i colori. Mi è nato il desiderio di ricordarmi di questi colori per mostrarli a chi non avrebbe la fortuna di visitare la mostra. Sono passato dal negozio di materiali per artisti e ho comprato i cinque corrispondenti. Due settimane fa, ho dipinto un primo quadro con "les couleurs de la Danse".

Era un giorno apparentemente poco propizio. Ero stanco e depresso, senza la minima ispirazione. Dipingere era una sorta di terapia, e l'unica certezza era che avrei usato solo i vasetti dei colori de La Danse. Ho preso una grande tela e ho cominciato a dipingere col verde un mezzo cerchio, attorno ho riempito di blu. Era come una sorta di collina che si riallacciava ad antichi quadri miei: magari stavo rappresentando il Golgota? Avrei dovuto dipingere una crocifissione? Ma non ne ero convinto del tutto. Qualcosa mi ha fatto girare la tela. Così il mezzo cerchio verde mi ricordava altri antichi miei quadri nei quali questo mezzo cerchio rappresentava Il Padre oppure, se negli occhi mettevo piccoli volti al posto delle pupille, La Trinità. Ho usato il rosso per il disegno, il blu per gli occhi, il marrone per una sorta di cornice. Funzionava. Il quadro era equilibrato, avvincente: ma perché una Trinità scura, più terrestre che celeste? Guardando l'immagine finita, e cercando di capirla, mi è venuto in mente quanto dicevo prima, dello scandalo dell'Incarnazione che porta proprio in Dio la sofferenza e la morte. Ho capito che avevo dipinto la crocifissione vista dall'alto, dalla Trinità. Avevo dipinto una nuova immagine: La Trinità triste.

Un'immagine nuova suppone un'ispirazione, un angelo. Chi era l'angelo di quest'immagine? I colori de La Danse. Per due o tre settimane ho dipinto solo con "i colori de La Danse", e tutti questi quadri hanno come titolo "Les couleurs de la Danse". I quadri non hanno niente in comune con "La Danse" di Matisse se non i colori. Ho avuto per tutto questo tempo la sensazione di vivere con Matisse.

Matisse era molto amico di un altro grande pittore: Pierre Bonnard. La loro corrispondenza è stata pubblicata. Proprio nell'ultima lettera a Bonnard, Matisse confida: "Giotto è per me il vertice dei miei desideri, ma la strada che porta verso un equivalente, alla nostra epoca è troppo importante per una sola vita. Pertanto, le tappe ne sono interessanti." Cosa c'è in comune tra Giotto, pittore religioso per eccellenza, e Matisse, pittore esclusivamente profano prima della Cappella di Vence? Se i colori de La Danse mi hanno guidato verso tematiche religiose ma in modo non pietistico, non sarà perché il quadro stesso di Matisse per la scelta dei colori esula dalla propria tematica profana per giungere al sacro? D'altro canto, Giotto, più che pittore religioso, non deve essere definito pittore sacro, lui che meglio e prima di tutti ha saputo portare una verità umana nelle scene bibliche? I colori de La Danse, attraverso Matisse, mi hanno guidato fino a Giotto, che ho scoperto come un fratello o un padre, nella mia famiglia estetica.

Profeti della Bellezza

Un seguace di San Francesco, di Don Bosco, Teresa d'Avila, Sant’Ignazio, si sente chiamato a far parte della loro famiglia e partecipa alla parola di vita espressa da Dio in questi santi. Analogicamente sono convinto che possa esserci un incontro con tutti i grandi uomini e donne del passato, qualche cosa che continua a trasformare il mondo, nella stessa linea loro, nel loro stesso dono, nel loro stesso carisma.

E' facile riconoscere questi fili d'oro che tessono la storia nelle grandi correnti spirituali, nate da santi, che vivono tuttora nei loro seguaci. Mi duole che noi occidentali riconosciamo la santità e la mettiamo in luce quasi esclusivamente come manifestazione del Dio che vuol bene, Dio, per così dire, etico. I modelli privilegiati fanno del bene, portano fino alle estreme conseguenze la solidarietà con tutte le sofferenze e creano scuole, ospedali, orfanotrofi e via di seguito. E' sacrosanto!

Però Dio Bellezza anche lui crea a sua immagine delle persone, e chiama anche lui delle persone a portare magari in un modo eroico, fino al martirio, la bellezza nel mondo. (E Dio Verità chiama eroi della verità.)

Martiri del bello

Rileggo la storia dell’arte e sono sconvolto da questi eroi della bellezza che rinunciano al bello conosciuto per creare nuove bellezze alle quali loro stessi quasi non osano credere. Picasso ha nascosto " Les Demoiselles d’Avignon" per quasi un anno.

Possibile che non possa esistere come per il bene, una santità - chiamiamola così - un eroismo, un profetismo del bello, come credo che esista anche per il vero?

L'angelo del bello corrisponde a questa chiamata, a quest'altra fedeltà a se stesso, trascendendosi. Prima ho citato Rublev, il pittore della famosa Trinità. Rublev è Santo per la Chiesa russa, non perché sia stato un monaco particolarmente bravo ma proprio perché ha dipinto la "Trinità". Questa " Trinità" era un’immagine nuova, rischiosissima, anche perché nella tradizione orientale era proibito rappresentare la Trinità. Il fatto che fosse stata proclamata dalla Chiesa russa "archetipica", rendeva santa l'icona e ipso facto santo il pittore.

Fra Angelico è beato, per la tradizione popolare, confermata ufficialmente dalla Chiesa. Lo è per la bellezza della sua pittura, o per la bravura della sua vita conventuale? E' incominciato in Catalogna il processo di canonizzazione di Gaudi, per altro a quanto sembra perché uomo di bene: sarebbe curioso canonizzare questo bene, mentre Gaudi è ricordato da tutti come un eccezionale uomo del bello, lui l'architetto rivoluzionario e l'insigne creatore di forme. La stessa cosa vale per l'architetto Plecnik in Slovenia, anche lui in odore di santità.

Quando c'è un quadro di Van Gogh, l'intero museo che finora era grigio, marrone, tutto d’un colpo s'illumina. Un quadro suo è come una finestra che fa entrare la luce di un sole, non quello fisico ma quello del sublime. Gli orientali dicono che le icone sono delle finestre aperte sul paradiso che mettono direttamente in contatto con le realtà del Paradiso. Se i quadri di Van Gogh sono delle icone, chi è lui?

Van Gogh è un martire del bello. Perseguiva una bellezza che per tanti anni credeva di non aver raggiunto ma che lo obbligava ad un'ascesi estetica sovrumana, sognava un'arte in comunione ed è rimasto solo e incompreso, fino alla disperazione e alla morte. Non so se si può definire un santo, ma un profeta sì!

Terra costellata

Cosa ci distingue gli uni dagli altri? Dove troviamo la nostra identità più profonda? La nostra singolarità deriva dalla ridistribuzione casuale di due quasi infiniti, i patrimoni genetici dei nostri genitori. Questo già basterebbe a renderci unici. In più Dio ci crea a sua immagine e questo introduce tre altri infiniti: il bello, il bene, il vero. Statisticamente la distribuzione deve essere omogenea, con le infinite variazioni di tre parametri che si combinano. La singolarità più singolare è quella.

Spero che ognuno di noi abbia la forza di andare fino in fondo a sé stesso, fino all’eroismo della bellezza, fino ad essere profeto della bellezza, e che la società riesca a riconoscervi non come dei mezzi dei o dei mostri - comunque disumani - ma come degli uomini che sono andati fino in fondo a quello che avevano dentro, a quello che era il loro vero destino, la loro vera identità. Che abitano la terra perché la terra sia come il cielo, costellata di una bellezza non ingannevole, non Luciferina, la bellezza che mostra l'angelo del bello, la bellezza che s’incarna, che sparisce magari, che muore, che però dal di dentro feconda il mondo. Grazie.

Michel Pochet