Stefano Redaelli
SULLE FACCE, SUGLI AUTOBUS,
SULLE STRADE
Cercando di afferrare un pensiero che disordinatamente evolve
"La città, queste strade, questi volti m’inseguono
come una canzone che non ho scritto e non ho sentito
il cui motivo non mi ha mai abbandonato"
Prologo
C'è tutta una storia scritta sulle facce, a saperla leggere, la scrittura degli occhi, della pelle.
Non è soltanto una questione di calligrafia, ché ognuno naturalmente ha la sua.
È un linguaggio a parte da imparare. Secondo me bisognerebbe insegnarlo a scuola, come s’insegna a scrivere e a leggere; non è meno importante.
A volte siamo bravi a valutare, a giudicare, tiriamo velocemente le somme, traiamo conclusioni affrettate dopo poche parole, dopo la prima impressione; ma chi sa leggere la faccia delle persone? C'è qualcuno che lo sa fare? Sono pronto ad imparare.
Niente a che fare con la lettura della mano, intendiamoci, nessuna magia, ipotesi sul futuro, sul passato, tirando ad indovinare o altre fantasie del genere.
Leggere soltanto sul volto quello che c'è scritto e nient'altro.
Questa non è curiosità, è comunicazione, pura e necessaria comunicazione.
Forse appartengo alla peggiore razza d’idealisti, per i quali una migliore conoscenza reciproca aiuterebbe la gente a volersi più bene (molti sostengono esattamente il contrario). Ma penso davvero che si capirebbero più cose gli uni degli altri, così, senza dirsi niente.
E le persone starebbero anche più attente ad assumere certe espressioni, come quelle degli autobus: distratte, lontane, insofferenti. Insomma la vita non è così brutta, non sei mica solo al mondo, guardati intorno, la vedi quanta gente?
Pensa che chi ti sta accanto potrebbe facilmente capire cosa stai pensando, leggendolo direttamente sulla tua faccia, aperta come un libro.
Lo so che l'autobus è un luogo di passaggio, un transitorio a volte scomodo, affollato, ma la gente quella non passa e non dovrebbe lasciarti indifferente, salire e scendere dalla tua vita ad ogni fermata, senza una parola, senza un saluto.
Dico, stiamo facendo lo stesso viaggio, possiamo provare per lo meno a parlarne, a raccontarcelo, anche se va tutto male. Che poi io non ci credo che va sempre tutto male.
Secondo me ormai è un costume, una cattiva abitudine, che tutti sugli autobus debbano restare in silenzio, con la faccia seria, guardando fuori.
È possibile che mai a nessuno gli sfugga un sorriso, per sbaglio, in un momento di debolezza? Conoscessi meglio la lingua mi metterei a parlare, rischiando l'invadenza.
Magari direi solo un sacco di stupidaggini pur di vedere qualcuno ridere, rilassarsi, gustarsi questo tempo, che ogni giorno ci allontana da dove vorremmo andare e ci porta soltanto dove stiamo già andando.
Invece silenzio, nessuno parla con nessuno.
Molti leggono un libro, studiano, un'attività edificante senz'altro, ma individuale.
Aprirò anche io il mio libro di polacco?
Mi metterò a studiare? No, non lo farò
Parlerò con voi, in silenzio, leggendo i vostri muti discorsi interamente scritti sul volto
Vi conoscerò meglio e sarò vostro amico, compagno di viaggio
Avrò parole buone per voi, anche se voi non le vedrete e non le sentirete
Io in silenzio le continuerò a dire.
Città
La città è molte cose, a volerle nominare:
Un groviglio di strade che ci verrebbe da chiamare destini
Un tramonto sempre diverso, dietro le case del quartiere vecchio
Una fatica ripetuta ogni mattina alle sei
Una signora che vende due teste d'aglio ed un pezzo di zucca per strada
Un inverno senza clemenza e senza rancore
Un autobus ormai famigliare, come una cucina o la propria stanza
un luogo che si abita con frequenza
Un bambino che guarda suo padre e suo nonno con la fisarmonica
e capisce che il suo destino sarà probabilmente uguale
Un ponte che da sei anni stanno per costruire
La città è un fiume che la divide in due
senza il quale sarebbe solo un mucchio di case
e invece è una capitale
La città è tutto questo ed altre cose
Quello che non ho detto
Tutto il resto
Tutto l'opposto
Spazi, distanze
È colpa della città, delle grandi città.
Semplificando enormemente il problema si potrebbe anche spiegare così.
Perché capitale spesso significa prendere le strade, le case, i cartelloni pubblicitari, i viaggi, la stanchezza di una città normale e moltiplicare tutto per dieci.
Poi prendere il numero di persone e moltiplicarlo per cento o per mille.
Il risultato è una grande quantità di gente costretta in spazi insufficienti, come un autobus appunto, cosa che a volte genera un paradosso spaziale: la distanza spirituale aumenta in modo inversamente proporzionale alla distanza materiale. Che significa essere a pochi centimetri gli uni dagli altri, praticamente attaccati eppure lontanissimi.
Questo vuol dire che gli uomini non sono fatti per vivere insieme e l'unica salvezza sta nel definire dei confini, suddividere gli spazi e sorvegliare attentamente le frontiere?
Non credo, il mondo sarebbe un'imperdonabile errore, un fallimento completo!
Certamente lo stress metropolitano non è trascurabile e posso dire a sua conferma che oggi ho impiegato un'ora e mezzo per andare a lavoro, in un caos notevole.
Erano fuori uso tutti i semafori contemporaneamente (un complotto?).
Una squadra di vigili scelti, alti due metri tentava di tenere in pugno la città con violenti fischi, terribili gesti ed una certa dose di violenza, ottenendo risultati molti modesti.
Un'altra ora e mezzo di sicuro ci vorrà per tornare a casa, tra frenate improvvise, mancanza d'aria, sonno e così ogni giorno, tutti i giorni, per mesi, per anni, per stipendi insufficienti. Non è una cosa esaltante e non ci sono grandi alternative, a parte di vivere su di un marciapiede con una fisarmonica ed un capello rivoltato, e suonare, suonare, che ci sia il sole, che piova, che tempesti, continuare a suonare (come il bambino di Nowy Swiat).
A volte però, la mancanza di spazio, l'angustia, sono frutto di un disagio interiore più che esteriore, nel senso che è dentro la nostra anima che non c'è spazio, non fuori.
Io quando mi sento scomodo, stretto nella mia "stanza", cerco semplicemente di uscire fuori, di trasferirmi nella "stanza" dell'altro. Comincio a guardare quanto è alto il soffitto, quanto spesse sono le pareti, se c'è una finestra e dove affaccia. Mi interesso dell'arredamento, se c'è una libreria, un leggio, una scrivania. E poi quali sono le sue letture preferite, condivido i suoi interessi, mi trattengo in conversazione, ascolto. Mi hanno insegnato a fare così e devo dire che funziona, ci si sente decisamente meglio dopo, più liberi, anche su di un autobus.
Lo so che non dovrei farlo, ma sto per cambiare completamente discorso (anche se una qualche connessione potrebbe ancora esserci).
Perdonatemi, vorrei tentare un'analogia matematica.
Immaginate uno spazio vettoriale, il più generale e astratto possibile, dove un vettore rappresenta lo stato di un sistema che potresti essere tu e potrei essere io.
Immaginate inoltre un'applicazione dello spazio in se stesso, che ad ogni vettore associa un altro vettore. Questa applicazione genera la dinamica, l'evoluzione temporale.
Ogni vettore evolve modificando il suo stato e disegnando una traiettoria.
Le traiettorie non si possono intersecare che vuol dire: ognuno traccia la sua strada distinta dalle altre, allo stesso tempo vicina quanto si vuole, ma distinta e irripetibile.
C'è solo un punto dove le traiettorie si incontrano: all'infinito.
Adesso immaginate che esista un qualche tipo di dissipazione (stress?) e che quindi lo spazio delle fasi tenda a contrarsi nel tempo.
La dinamica, le forze in gioco, costringono le traiettorie in spazi sempre più ristretti, nei quali però non esiste nessuna soluzione stabile e attrattiva, un punto cioè nel quale una volta arrivati si resta per sempre e nessuno ti può schiodare da lì.
Se ci sono punti fissi sono instabili e quindi repulsivi. Cosa succede?
Si gira intorno e intorno, senza tregua, senza mai raggiungere una meta, allontanandosi e avvicinandosi in continuazione sempre agli stessi punti, disegnando delle stranissime e contorte figure, per alcuni terribili, per altri irresistibilmente affascinanti, chiamate: "attrattori strani".
Credo che le grandi città siano popolate da questi terribili mostri, nei quali finiamo prima o poi per rimanere intrappolati, senza mai incontrarci, senza mai arrivare da nessuna parte, in un interminabile e caotico errare.
Mi rendo conto che una simile analogia è alquanto vaga, non avendo definito l'applicazione, la causa della dissipazione ed altre evidenti omissioni, ma non era mia intenzione inquadrare scientificamente il problema.
Volevo solo creare un po' di suggestione, con questa storia degli "attrattori strani".
Chissà se ci sono riuscito?
Tragitti
Quando i tragitti si ripetono con matematica esattezza
condensando destini in geometrie di ferro e vetro
io ti posso guardare e in silenzio studiare il tuo segreto
Da quel che leggi risalgo ai tuoi pensieri
attraverso difficili cammini intuisco un dolore
Da quello che indossi suppongo una destinazione
i tuoi vestiti rivelano un mestiere poco amato e necessario
Dal tuo stesso andare o stare misuro la fatica
che il corpo pur coperto non nasconde
Solo i tuoi occhi sembrano non dire niente
o per lo meno non li riesco ad afferrare
viaggiano troppo avanti, sono arrivati
e stanno già tornando, come ogni giorno
nel loro regno di silenzio
Autobus
Ci ho pensato a lungo e sono giunto a questa conclusione: il mondo visto dall'autobus è diverso da quello visto dalla strada. Asserzione in fondo anche un po' banale, essendo due sistemi di riferimento diversi in moto relativo l'uno rispetto all'altro.
Ma non era questo che volevo dire.
Per essere precisi volevo dire che il mondo visto sull'autobus è diverso da quello visto sulla strada. Non so se il magico cambio di preposizione ha aggiunto qualcosa o se la presente continua ad essere un’affermazione alquanto vaga.
L'idea sarebbe che gli autobus sono simili a degli stati instabili ad un grande numero di particelle con una vita media relativamente breve.
Sempre peggio.
Ok, sto cercando semplicemente di dire che su un autobus il mondo lo puoi vedere tutto in una volta, come alla televisione, solo che qui è tutto vero e le persone non interpretano nessuna parte, si limitano ad essere loro stessi, senza finzioni, che già di per se, non è un mestiere da poco. Un grande televisore a rotelle monocanale senza telecomando, ci salti dentro e te lo vedi così com’è il mondo, uno spettacolo di tutto rispetto; ti fa sorridere, ti commuove, ti fa pensare e ad un certo punto finisce, proprio come in una televisione, solo che a rotelle.
E vi assicuro che di gente ce ne entra, tanto che a volte mi chiedo se in realtà non ci sia qualche trucco, almeno in questo senso, perché per il resto è una cosa vera.
Io questo spettacolo lo guardo con grande attenzione, non mi perdo una puntata, ricordo a memoria la trama, anche se non c'è una vera trama. Piuttosto qualche volta c'è un tram, che per alcuni istanti ti passa accanto e guardando fuori dal finestrino puoi vedere la faccia di uno che a sua volta sta guardando fuori dal finestrino e improvvisamente si ritrova davanti la tua faccia stupita che lo guarda e pensa: incredibile sono riuscito a cambiare canale!
Ma era solo un'interferenza.
Vi confesso che quando devo scendere quasi mi dispiace.
Un condensato di storie, facce, strade che per un breve tempo si ritrovano così vicine da avere l'illusione di andare nella stessa direzione.
E invece dopo un po', di nuovo ognuno per la sua strada, come se non ci si fosse mai incontrati, così vicini così lontani, per intenderci (non ho ancora avuto il piacere di vedere questo film che non mi pare abbia niente a che vedere con gli autobus, ma comunque).
Non la trovate anche voi una cosa interessante e quanto meno degna di essere studiata con più attenzione?
Tra l'altro, quello che si incontra sugli autobus è un campione d’umanità rilevante che la dice lunga su come gira la vita, quali sono gli impegni della gente (li capisci dai vestiti che indossa), quali sono i sogni (glieli leggi negli occhi), quali sono i bisogni (basta vedere quello che si porta dietro).
Per inciso, la gente sugli autobus porta davvero di tutto, non si fa problemi.
Solo per darvi un'idea ho visto salire persone con pezzi di lamiera lunghi quasi due metri, che ad ogni frenata mettevano in serio pericolo la vita dei passeggeri circostanti, pesantissimi sportelli d’armadi portati sotto braccio come quotidiani, poltrone smontabili sulle quali volendo ci si poteva anche sedere, carrozzini bigemellari destinati ad incastrarsi puntualmente nelle porte dell'autobus, enormi cani per i quali è mancato poco che qualcuno si gettasse dal finestrino, pur di lasciare il doveroso spazio ad una così nobile bestia (in Polonia il cane è un animale sacro).
Si capisce, quando non ci si può permettere una macchina, si deve per forza ricorrere ai mezzi pubblici e mettersi nelle mani dell'autista di turno.
Una razza a parte quella degli autisti.
Un incrocio tra un domatore di giganteschi insetti metallici, un funambolo che misura i passi al millimetro, sempre in bilico nel convulso traffico metropolitano, e un batterista hard rock, che usa il pedale del freno come fosse quello della gran cassa in un brano heawy-metal.
Gente scelta, probabilmente il risultato di una dura selezione.
Spalle larghe, braccia potenti, lunghi baffi ed una certa dose di freddezza da consentirgli di ripartire anche con un carrozzino incastrato nella porta, pur di non perdere posizioni di pole-position nel grand prix metropolitano.
Inoltre ci vuole anche un buon orecchio musicale e l’intuito di un esperto veterinario, per decifrare la grande varietà di suoni che la macchina produce, riconoscere eventuali malori, distinguere lievi disturbi dai primi sintomi di gravi malattie.
Una volta in mezzo ad un incrocio l'autobus si è fermato.
L'autista ha imprecato qualcosa ad alta voce e lo ha colpito con un pugno violentissimo. Nessuna reazione a parte il crescente boato dei clacson delle macchine in coda.
Poi gli ha sussurrato qualcosa nell'orecchio, una promessa ricompensa o una minaccia terribile, non saprei (nessuno se ne è accorto ma io l'ho visto nello specchietto accennare un movimento leggerissimo con le labbra) e l'autobus è ripartito, iniziando però ad emettere un suono acuto e straziante, molto simile al lamento di un malato agonizzante.
Alla fermata successiva l'autista deve aver detto qualcosa del tipo:
"Scendete tutti qui, la macchina non ce la fa più. Forse questa è la sua ultima corsa".
Nella sua voce c'era un misto di rabbia e tristezza.
Tutti sono scesi, io naturalmente non ho capito una parola, ma ho seguito la massa preso da una forte sensazione di smarrimento.
In quel momento ho realizzato, con piena consapevolezza, di essere in una terra, almeno per il momento, straniera.
Per correttezza concludo dicendo due parole a favore degli autobus.
Il servizio che forniscono ai cittadini è davvero grande e di buona qualità.
Se si guarda un mappa delle linee di trasporto urbano, la città appare coperta da un’enorme e fitta ragnatela tessuta da tanti piccoli ragni (gli autobus) che raggiungono i punti più disparati mettendoli in comunicazione tra di loro.
Inoltre la frequenza delle corse è sorprendente.
Pensate che dalle sette alle otto di mattina c'è un autobus ogni dieci minuti, con un intervallo d’affidabilità di più o meno dieci minuti.
Questo genera una distribuzione di probabilità praticamente uniforme, che ha la forma di una pianura con tante piccole gobbette centrate sui multipli di dieci.
Per un ottimista vuol dire che a qualsiasi ora si esce da casa, si può comunque trovare un autobus. Un pessimista ha invece sempre la sensazione di aver perso per poco quello buono e di dover aspettare il successivo.
È il bello della statistica; lascia un certo margine di libertà all'interpretazione dei risultati.
108
Tre donne su una panchina
Tre bambine sotto un albero
Tre uomini in piedi
Più in là ci sono io
Un po' oltre una ragazza
E un signore pensieroso
che cammina avanti e in dietro
Aspettiamo
Solito quadretto delle quattro meno un quarto
Insolita configurazione ordinata
Generalmente siamo sparsi a caso
intorno alla fermata
E aspettiamo
Un numero
sempre lo stesso
il 108
L'unico che esce da queste parti
Come un dado ad una sola faccia
Come una roulette inceppata
Non si può nemmeno giocare
per tradire l'attesa, fare qualche puntata
perché qui non vince mai nessuno
tutt’al più qualcuno si perde
Non di rado ricorre
sul disfarsi del giorno una visione di rondini
in piccolo stormo
Grazie dei fiori
Perché ai polacchi piacciono i fiori e quando arriva la stagione fanno presto a riempirne le case, le chiese, a adornarne i balconi, le strade e perfino gli autobus.
Perché ovunque li abbiano raccolti e in qualsiasi posto li stiano portando, come ormai avrete capito, finiscono prima o poi per salire su un autobus.
Così li vedi salire ognuno con il suo mazzetto profumato, di diversa grandezza e colore, in un piccolo corteo che sa di processione; tutti in fila con i loro fiori in mano, tenuti in alto con cura, come una candela.
E anche un autobus, che di per se non è un posto così affascinante, devi saperla cercare un po' di bellezza per trovarla, si illumina e si colora, diventa un piccolo giardino, una serra dove puoi trovare dai gerani alle margherite, dalle violette alle rose, dai fiori di campo, vivaci e profumati a fiorellini piccoli e modesti dal profumo riservato, che quasi ti commuovi a pensare che qualcuno li abbia potuti notare e raccogliere, sarebbero potuti benissimo restare inosservati, essere lasciati lì dove erano. Ma qualcuno li ha visti e li ha raccolti, per qualcuno.
E questo è bello da pensare.
L'unica differenza da un giardino vero è che qui vivono molto di meno; una o due fermate e come sono salitifioriti, dopo poco li vedi scendereappassire.
Ma ne salgonosbocciano subito di nuovi.
Un’anziana signora sale lentamente e faticosamente, con la faccia sudata ed un mazzo di fiori in mano. Due ragazzine si alzano contemporaneamente per cederle il posto. Lei alza la testa, raccoglie tutte le rughe del viso per trasformarle in un dolcissimo sorriso, poi porge gentilmente i fiori ad una delle due ragazze.
Visibilmente commossa questa li accetta, anche lei sorridendo e ringrazia.
La signora si siede, lentamente e faticosamente, chiude gli occhi e comincia a sussurrare una "Ave Maria" (più precisamente una "Zdrowaś Maryjo").
Le rughe ritornano nella loro posizione originale, ridisegnando un volto segnato ma disteso. Intorno alla bocca, vaga, l'impronta di un sorriso.
A me una scena del genere rimette l'anima a posto.
Gazzella
A volte incontro una ragazza con una stella sul naso.
Non conosco il suo nome, ma potrebbe essere Gazzella.
Gazzella sul naso ha una piccola stella
un posto insolito per una stella dove cadere
fortunata Gazzella che l'ha saputa catturare
Oltre la stella e il suo bizzarro nome
c'è qualcos'altro che attira la mia attenzione
Forse perché è così simile a Teresa
Senza la stella, con un bel vestito è quasi uguale
ma lei d’abiti firmati non ne vuol sapere
e neppure di profumi, d’eleganza da signore
Ha una giacca verde consumata, una spilla da balia
al posto di un bottone, le scarpe di vernice colorata
e come ho già detto un bizzarro nome
Troppo neri i capelli per essere polacca, sarà di un'altra razza
tanto è vero che sul naso ha una piccola stella
e tutto questo le basta per chiamarsi Gazzella
Sapesse Teresa di essere come Gazzella
sapesse Gazzella di non essere Teresa
chissà chi sarebbe più indispettita
Succede poi che scendiamo alla stessa fermata
ma mentre io scendo, lei fa un piccolo saltello
e come giro la testa, è già sparita nella foresta
Diluvio
Il diluvio ci ha sorpreso lungo una strada aperta come il mare
Sotto una stretta tettoia aspettiamo il numero che ci porti in salvo
Arresi alla violenza dell'acqua non cerchiamo riparo ma vicinanza
La pioggia scoglie il trucco intorno agli occhi, leva il superfluo
Dietro le maschere biancheggia l'elementare nudità dei volti
La chiarezza frontale che lo specchio conosce e rapisce ogni sera
Il profilo vero che la mattina ci rende e noi copriamo di cera
Dialogo
"Non riesci proprio a guardare da un altra parte?"
"Ci sto provando"
"A quanto pare senza alcun risultato"
"Scusa"
"Perdonato. Dimmi almeno cosa attira la tua attenzione, non ho mai pensato di essere bella"
"Non è la tua bellezza che mi attira"
"E cosa allora?"
"Scusami, mi rendo conto di essere stato indiscreto e averti messo in imbarazzo. Non volevo.
È un brutto vizio che non riesco a togliermi quello di fissare i volti delle persone.
Non lo faccio a posta, certe facce mi ipnotizzano. Devo impormi di guardare altrove.
Stacco gli occhi a fatica, li lancio fuori dal finestrino cercando di guardare la città che è fatta anche di palazzi, strade, un fiume, rari alberi, ma dopo un po' ritorno lì, sulle facce"
"Non hai risposto alla mia domanda, cosa ti attrae?"
"Preferisco non dirtelo, ti metteresti a ridere o rimarresti male"
"Avanti, sentiamo"
"La tua tristezza"
"Questa è bella! Non sapevo che la tristezza potesse essere attraente.
Cosa c'è di bello nella tristezza?"
"La tristezza non è bella e non è brutta? È un'altra cosa"
"Cosa?"
"La tristezza è diversa sulla faccia degli uomini e su quella delle donne.
Negli uomini ricorda spesso la sconfitta, assomiglia alla rabbia, rivela un fondo di rassegnazione, dissimulato da minacce di rivalsa.
A volte li vedi, volti che portano ancora i segni di feroci battaglie, frammenti di devastazione negli occhi, minuscole schegge sulla pelle.
Non basta essere sopravvissuto a numerosi disastri per potersi dire un'anima salva.
Per l'uomo è più difficile accettare i propri limiti, scoprirsi un dio mancato.
Alcuni reagiscono male: disillusione, abbattimento, depressione.
Altri fanno di questo il motivo della loro ascesi.
Come al solito sto vaneggiando, è un altro dei miei vizi. Meglio che mi fermi qui."
"No, continua, mi interessa. E sulla faccia delle donne, com'è la tristezza?"
"Nelle donne è piuttosto un mesto decoro. Sospetto di una fiducia mal riposta. Attesa di qualcosa che non può accadere, ma che per questo non smettono di aspettare. Come che qualcuno un giorno sollevi finalmente la loro condizione, mantenga la promessa di un amore magari non immenso ma possibile, le restituisca la felicità che solo da bambine hanno conosciuto, senza immaginare lontanamente che quella era la felicità e che un giorno, su un autobus, si sarebbero sorprese a ricordarla e rimpiangerla"
"Tu saresti quell'uomo ed io la bambina distratta che si è lasciata sfuggire la felicità?"
"Tu non sei una bambina ed io non posso darti la felicità che cerchi"
"Cosa puoi darmi invece?"
"Non vorrei deluderti ma non ho niente da darti, piuttosto qualcosa da chiederti"
"Ci vuole coraggio! Chiedi dunque"
"Adesso che scendi, lasciala a me"
"Che cosa?"
"La tua tristezza"
Cygani
Salgono scendono ridono gridano
da un autobus per strada a una fermata
si sentono sempre come fossero a casa.
A volte li incontri in gruppi di venti
le donne e i bambini da una parte
a pretendere parę groszy
dall'altra uomini senz'arte
a suonare chitarre senza corde.
Il problema non è essere diversi, minoranza, tribù
il problema è riuscire a restarlo
tanto più che a loro così piace
la vita, nel suo mettersi in scena
con il suo trascinarsi di teatro ambulante:
fisarmoniche, santini, indovini
bambine che allattano bambini
abiti di strani colori
indossati a caso o con l’intenzione
ed un incurabile male di viaggiare
per non avere mai una casa
per non cambiare nome
cygani: zingari
parę groszy: qualche moneta
Il giardiniere
Una mamma con il bambino in braccio.
Si guardano, si parlano, si scambiano continuamente gli occhi.
Il loro parlare è dolce e, solo a sentirle, fanno bene al cuore quelle parole, anche senza capire cosa vogliono dire. Ed è così lieve, che non sono neanche più parole.
Sono promesse, confidenze, abbandoni.
È il semplice gesto del pensiero di staccarsi silenziosamente dalla bocca, in uno slancio leggero prendere il volo, rasente il silenzio eppur denso di suono.
È la fuga gioiosa dell'anima, quando nel corpo non la riesci più tenere. Ti scappa dagli occhi, scivola attraverso ai denti e affiora sulle labbra per evidente incontinenza del cuore.
Io li guardo e penso che c'è qualcosa di perfetto in questo rapporto.
Se dovessi usare una sola parola, andrei sul sicuro e direi: amore.
In Italia il numero di matrimoni sta diminuendo, in Polonia, per quello che ne so io, non ancora. Quando ci si sposa, lo si fa dopo averci pensato a lungo, è una scelta troppo importante, dopo i trent’anni generalmente. Poi bisogna valutare l'incalcolabile responsabilità di mettere alla luce un figlio. Altri uno o due anni. Poi basta, è troppo tardi, non sarebbe corretto nei suoi confronti: verso i diciassette anni si ritroverebbe con dei genitorinonni.
Peccato, è un vero peccato.
Ci sono alcuni che non si sposano per motivi nobili.
Ho in mente quel discorso di Gesù sulla verginità, ve lo ricordate:
"...Ci sono alcuni che rimangono vergini per il regno dei cieli...".
Chissà come risuona questa frase nelle orecchie di chi non sente una tale vocazione?
Secondo me resta avvolta da un certo mistero (una parte di mistero rimane anche per chi la sente) e temo che spesso non sia capita fino in fondo.
A volte la verginità è pensata solo come non sposarsi (nel qual caso è evidente che si faccia fatica a capirla). Qualcuno può pensare addirittura che ci sia una certa convenienza in questa scelta; si risolvono diversi problemi di base quali: trovare una moglie, un lavoro, una casa.
E poi si vive per Dio, in un rapporto diretto e personale, Dio-io, una cosa di tutto rispetto, un privilegio che non è dato a tutti, centuplo su questa terra e vita eterna, salvezza assicurata, decisamente una gran bella soluzione, per chi ha una inclinazione alla vita sacra.
Comunque la prima cosa che viene in mente è un abito, dei voti, formule, impegni, e generalmente ci si ferma qui.
Un po' come voler capire che sapore ha una noce, limitandosi a guardare come è fatto il guscio. Il "nocciolo" del problema è un altro.
La verginità è una chiamata all'amore, ad un amore universale.
Più propriamente una chiamata a dilatare il cuore.
È questo che bisogna cercare di capire. Il resto sono convenzioni che l'uomo, in quanto essere sociale, sottoposto ai vincoli dello spazio e del tempo, si impone, importanti s'intende, ma secondarie. È innanzitutto una questione di amore, senza il quale, la verginità rimane una vocazione mancata, una chiamata senza risposta.
La spiega bene S. Giovanni della Croce nel suo Cantico Spirituale (ho un debole per questo santo; ho iniziato e finito la tesi con una sua citazione, tratta proprio dal Cantico Spirituale, era una tesi di fisica teorica, la connessione potrebbe essere apparentemente nulla).
"Non coglierò mai fiore". Dice S. Giovanni.
Senza dubbio questo santo è un poeta, oppure questo poeta è un santo, scegliete quella che preferite. Comunque sia è poesia, alta poesia.
Ma cosa vuol dire?
Io immagino un giardiniere.
Non sorridete, è una cosa seria.
Non voglio dire che S. Giovanni della Croce fosse un giardiniere o avesse pensato a qualcosa del genere quando ha scritto il suo Cantico, è solo una similitudine, magari elementare, ma potrebbe rendere. Accettate per un attimo che chi scrive non è un poeta e non è un santo, ma ha qualche idea a riguardo.
Un giardiniere è uno che non coglie mai fiore, non gli salterebbe neanche in mente, non è questo il suo mestiere.
Un giardiniere è soprattutto uno che ama tutti i fiori.
Lui cura il giardino in generale, ha una visione d'insieme, se così si può dire.
Per lui ogni fiore è importante e bello, va amato e curato con riguardo, ma in modo imparziale. Non può avere preferenze un giardiniere, dire: a me piacciono i gerani, li curerò in modo speciale e quando saranno fioriti me li metterò sul davanzale.
Intanto le rose invecchiano, le violette sbiadiscono, le margherite aspettano.
Sarebbe un giardiniere inetto e farebbe meglio a cambiare mestiere.
Nello stesso tempo il buon giardiniere ama ciascun fiore come fosse l'unico nel suo giardino. Gli prepara la terra, lo annaffia ogni giorno, con la giusta quantità di acqua, con una premura e cura specifica, si direbbe quasi con una certa predilezione.
Lo vede spuntare da terra, crescere, alzarsi, mettere le prime foglioline, dischiudersi e finalmente sbocciare, dispiegando la sua compiuta bellezza.
In questo è la sua realizzazione, nel vedere la rosa che diventa rosa, la violetta: violetta, il fiordaliso: fiordaliso, la margherita: margherita.
È un uomo felice, perché vive in un mondo di bellezza che non gli appartiene, ma alla quale coopera, con il suo nobile ufficio quotidiano.
È un uomo libero, perché vive nell'equilibrio e non allunga mai la mano per cogliere, ma solo per proteggere e per accarezzare.
E qui mi fermo, perché si fa presto a scivolare in una nuova forma di eresia misticobotanica.
Tra l'altro non so se questo tipo di giardiniere esiste o se ne ho tracciato piuttosto un profilo ideale. Ma di uomini che vivono per il regno dei cieli ne ho conosciuti tanti, ed è di loro in realtà che volevo parlare.
Francamente questo megalitico Palazzo della Cultura, messo lì come un moderno tempio del sapere, lo trovo al quanto pretenzioso e finanche ridicolo.
Che cosa ci faccio davanti al Palazzo della Cultura?
Accidenti, mi sono distratto e non sono sceso al Museum Narodowe!
Pierwszy
Śnieg
Che sia caduta un po' di neve lo puoi capire già dal letto
dal rumore che le cose più non fanno
ed alzarsi è pesante e leggero al tempo stesso
Dietro la tenda con la mano un po' discosta guardi fuori
cercando i segni di quello che era il mondo fino ad ieri
ed oggi di lui non c'è ricordo né parvenza né traccia
Chissà che non siano le nostre le prime impronte sul viale
forse la città ci sta aspettando per incominciare
pierwszy śnieg: prima neve
Il matto
Il matto a volte sale, qualche fermata prima che io arrivi a casa
È così magro che la cinta gli gira due volte intorno alla vita
nei pantaloni c'entra il maglione insieme alla camicia
e c'entrerebbe anche il cappotto, se solo ce l'avesse
Il matto ti attacca un discorso antico come il mondo
che ha cominciato un giorno e non ha più finito
cosa voleva dire e a chi, se l'è scordato
ma non importa, se perde il filo lo riprende
ha tante cose in testa e le vorrebbe dire a tutti
tutte in una volta ma non riesce a dire niente
Il matto quando sale ci mette tutti sull'attenti
qualcuno sorride, qualcuno si fa serio, qualcuno si rattrista
un matto mette sempre un po' di tristezza; chissà perché?
Sembra che si rivolga a te e invece si rivolge a quello accanto
quello accanto ha l'impressione che si rivolga a un altro ancora
il matto in verità non parla con nessuno, che nessuno lo capirebbe
Chissà chi era, nella vita, il matto? Io me lo sono chiesto
Magari era una persona normale, prima di diventare matto s'intende
aveva una famiglia, andava a lavoro, leggeva il giornale
poi qualcosa è andata male ed è diventato matto, completamente
Io se ci penso, che uno, così, da un giorno all'altro
smette di essere normale, quasi ci esco matto, anch'io
Si dice che siano dei grossi dolori a fare fuori, non lo so
Dicono pure che a un certo punto ti si rompe qualcosa dentro
puff e tutto perde senso, diventa strano, esci di senno
una roba del genere, voi ci capite qualcosa? Io no
Il matto, non è escluso che un giorno abbia capito
qualcosa che noi evidentemente non capiamo
e questo è il dramma, che noi non capiamo, per fortuna
perché lui invece ha capito, poveretto ed è impazzito
Il matto una mattina l'ho incontrato, sembrava normale
sedeva in silenzio e ci guardava, non come fa di solito
con lo sguardo ovunque e dunque da nessuna parte
ci guardava ad uno ad uno, con gli occhi seri
Mi ha fatto un po' paura
Poi è sceso
Leggendo e avvolgendo
(...una vita in tasca...)
Un uomo avvolge un pezzo di stoffa bianca, lungo e stretto, con in mezzo una striscia gialla.
Lo fa con la lentezza di un gesto stanco. Per molti sta soltanto passando il suo tempo.
Ma a guardarlo bene, c'è del sacro in quel movimento, qualcosa di solenne come in un rito, una liturgia che si ripete. Forse non è stoffa quella che scorre tra le sue dita, forse sono anni, ricordi, dolori, tempo, è tutta la sua vita che lui sta rileggendo.
Per questo va piano, deve seguire il filo di una fitta trama, disfare minuscoli nodi.
A volte sembra che si blocchi, con gli occhi socchiusi, come se stesse dormendo.
Poi una fermata improvvisa e il nastro ricomincia a scorrere più velocemente; qualcuno è sceso dalla sua vita, anni tristi da dimenticare, da far passare in fretta fino al prossimo ricordo.
C'è qualche buco nel tessuto, un passaggio a vuoto, qualcosa di non vissuto, ma lui non sembra troppo preoccupato. Va avanti lentamente, leggendo e avvolgendo, leggendo e avvolgendo (non gli interessa capire, soltanto leggere ed avvolgere), tutta la vita in un piccolo nastro, un rotolo di stoffa, che quando avrà finito metterà probabilmente in tasca e non ricorderà più niente, ma se avrà voglia, potrà riprenderlo in mano nuovamente, ricominciando a leggere, a srotolare, a riavvolgere, a dimenticare.
Inverno
Da alcuni giorni la città ha indossato l'abito che più le si addice.
Cade una neve leggera, appena soffiata.
Ma cadere è già dire troppo, rimane sospesa
vola
sorvola
attacca
si stacca
ti lascia
nel cuore
un pensiero
negli occhi
il silenzio
di immagini
bianche
è l'inverno
che ritma il suo tempo
attenua i rumori
respira a fatica
tossisce
sul volto avvolto da sciarpa
e cappello che un colpo
di vento allontana
di venti e più metri
diventa una lama
di ghiaccio
uno schiaffo
quest'aria
di mare
del Baltico
Ora
non è come allora
tutto mi colpiva
parlava
diceva qualcosa
in una lingua melodiosa
difficile da afferrare
ed io ad ascoltare
e a non capire
puoi immaginare
parole
senza nome
un suono
una musica
che però dice molto
anche di più
di
quello
che si può dire
di
quello
che si può capire
Adesso
lo stupore
è di essere una voce
in un coro di parole
parte di una partitura
battuta di una frase
che non finisco mai
di pronunciare
prima di perdermi nel finale.
Fa un freddo....
....che stamattina ho guardato il termometro e la colonnina del mercurio non c'era più.
Patapunfete! Era caduta giù a meno venti!
Mamma mia e come si fa?!
Ho bevuto un caffè, mi sono vestito a dovere e sono uscito.
È stato un istante, come uno schiaffo, e il pizzo, per il gradiente termico, si è letteralmente cristallizzato, in un'espressione mista di dolore e disappunto, che da lontano poteva anche sembrare un sorriso (ironia della sorte...).
Vado per aprire il cancello ed è già aperto; lo vado per chiudere ma rimane sempre aperto. Che storia è questa?!
Poi ho capito.
Avete presente quel fenomeno della dilatazione termica che si studia a scuola, ed è una cosa molto ragionevole, carina, se si vuole, non fa impressione a nessuno, fino a quando non lo si sperimenta sulla propria pelle, che le cose, a meno venti, si restringono.
Sull'autobus, grazie a Dio, il pizzo si è scongelato ed ho riacquistato il pieno possesso delle facoltà motorie del volto. Per evitare un nuovo ricongelamento, l'ho tenuto in allenamento esibendomi, dietro la sciarpa, in una buffa serie di smorfie da teatro.
Chissà la gente cosa avrà pensato?
In chiesa le panche sono quasi tutte piene.
Volentieri ci si siede l'uno accanto all'altro.
Il freddo rende la gente solidale, l'avvicina.
E siamo tanti cappotti in ginocchio che preghiamo
in una nuvoletta bianca
chiedendo al Signore la speranza
di un tempo migliore
Uscendo, il freddo mi sembrava già un po' meno freddo ed ho pensato: è il gelo del cuore che bisogna temere. Se brucia anche a meno venti, si può ben sperare.
L'hai fatto a me
Lo sguardo e il passo degli ubriachi; avete presente?
Una gamba di qua, una gamba di là, come una danza dimenticata.
Gli occhi a cercare disperatamente un punto su cui fissare lo sguardo, ché il mondo è una trottola impazzita e non la ferma più nessuno. Avete presente.
A Varsavia se ne incontrano tanti.
Un giorno, scendendo dall'autobus, l'ho visto venirmi incontro. Dall'ampiezza delle oscillazioni gli avrei dato altri 10, al massimo 15 metri di verticalità. Previsione corretta.
Dopo pochi passi me lo ritrovo disteso sul marciapiede.
Lo aiuto a rialzarsi e lo faccio sedere su una panchina.
È in un pessimo stato: ferito, sporco e ubriaco.
Gli chiedo di cosa ha bisogno e lui, senza pensarci un attimo:
"Una sigaretta"
"Non fumo e non credo che una sigaretta in questo momento la possa aiutare.
C'è qualcos'altro che posso fare per lei?"
"Ho fame"
Frase lapidaria che non lascia spazio all'indugio.
Gli dico di aspettare lì e vado a comprargli qualcosa da mangiare.
Passo davanti ad una pasticceria. Si potrebbe risolvere la cosa con un paio di dolci; un po' di calorie e buona fortuna. Ma poi penso che è troppo a buon mercato come atto d'amore.
Al primo negozio di alimentari entro e compro dei panini, formaggio, affettati.
Con la mia busta della spesa mi avvio verso la panchina dove l'avevo lasciato, quando all'improvviso sento una voce dentro, come se qualcuno mi dicesse:
"Lo sai a chi stai dando da mangiare?"
Ad un poveretto, affamato e per giunta ubriaco - penso io. Poi capisco.
È un istante, un lasso indefinibile di tempo, squarcio sull'eternità.
"Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi mie fratelli più piccoli, l'avete fatta a me"
È Gesù in quel povero l'oggetto del mio amore, è Lui che sto sfamando.
Che momenti quelli, quando qualcuno ti parla e tu sai che non è qualcuno. È Dio.
E quel che dice è Verità abbagliante, è Amore, tutto quel che serve a riempire il cuore.
Se riuscite a immaginarvi la faccia di uomo felice, allora avete in mente la mia faccia in quel momento. Come se mi avessero disegnato il paradiso sul volto.
Raggiungo la panchina dove Gesù, vestito da ubriaco, aspetta e Gli porgo la spesa:
"Buon appetito"
"Dio ti benedica"
Ditemi voi, se si può dubitare delle Sue Parole.
Una strada
A forza di percorrerle, correrle, rincorrerle, queste strade, finiscono per entrarti nell'anima silenziosamente e scorrerti dentro. E tu pensi di essere su un autobus e di viaggiare su qualche strada ormai nota della città, il che da un punto di vista esterno è perfettamente vero, ma è ancor più vero che in realtà stai viaggiando nella memoria, nei ricordi, avanti e indietro nel tempo, fino ad arrivare ad un punto cruciale, un semaforo lampeggiante, che impone cautela e un osservazione più attenta, qualche istante di riflessione, una domanda:
Cosa ci faccio qui e come ci sono arrivato?
Fino ad ora ho parlato per lo più di strade fisiche, materiali e avrete pensato ad una città, semafori, code, cose del genere, ma adesso sto pensando ad una strada nel senso spirituale, astratto; una strada come il risultato di numerose scelte nella vita, più e meno decisive, che selezionano (...terribile questa parola, come se l'universo fosse un gigantesco computer....) tra tutti i possibili cammini dell'esistenza, il tuo, la tua strada appunto.
Rischio un'affermazione un po' presuntuosa da uomo vissuto, quale evidentemente a ventisei anni non posso essere, ma lasciatemela passare.
Ci sono due cose veramente importanti da fare nella vita: scegliere una strada e una volta scelta, seguirla. Due cose che sono a volte motivo di sofferenza, ma dalle quale dipende la nostra felicità.
Credo che la cosa peggiore che si possa fare sia non scegliere mai, oppure una volta scelto indugiare tutta la vita sui passi da muoversi, peggio ancora tornare indietro.
La pena che procura questa incertezza esistenziale è inconsolabile.
Due domande per rompere il ghiaccio.
"Una strada vale l'altra?"
"Si sceglie una volta sola o si sceglie tutta la vita?"
La prima domanda è mal posta e così formulata non merita una risposta.
Mi limito ad un sillogismo.
Scegliere un strada = Ascoltare una voce
Ascoltare una voce = Fare silenzio
Il silenzio a volte è la musica più esatta.
La seconda è già una domanda più sensata.
A riguardo alcuni sostengono che si decide tutto in una o due scelte fondamentali e per alcuni versi è vero, ma è anche vero che, come la nostra vita si dispiega nel tempo, così siamo costretti a scegliere fino all'ultimo momento, quando in certo modo saremo ancora liberi di decidere tra il Paradiso e l'Inferno.
Il discorso ha preso improvvisamente una piega esistenziale; scelte, felicità, Paradiso, Inferno. Cosa faccio vado avanti?
Per non rischiare di essere generico e speculativo, parlerò in prima persona, di cosa è significato per me scegliere una strada, cosa ha determinato questa scelta, quanto cammino ho fatto e quanto mi sembra ancora di doverne fare.
Pur sapendo di rischiare una apparente vaghezza, non farò nomi e non dirò i particolari, perché chi legge sa benissimo di chi e di cosa sto parlando. Se non lo dovesse sapere, vorrei che gli restasse qualcosa di non strettamente personale.
Un avviso preliminare.
ATTENZIONE: autoanalisi. Procedere con cautela.
Posso dire di aver scelto la mia strada quando avevo diciotto anni.
Ho raccolto un'ispirazione, una voce interiore che da un po' di tempo andava crescendo dentro e che trovava conferma fuori in precise risonanze (si è soli e non si è soli di fronte a certe scelte). È stata una scelta meditata e azzardata allo stesso tempo.
Mi era chiaro dove volevo andare, ma ignoravo del tutto quale corso avrebbe preso il mio cammino, se avrei dovuto scalare montagne, scendere in fondo al mare, oppure semplicemente restare dov'ero, ma cambiare radicalmente l'atteggiamento interiore.
Non so quanta sia stata la consapevolezza e quanta l'incoscienza, non sta a me valutare e non credo che questo cambi l'onestà dei miei intenti.
Ho trovato incoraggiamento ed avversione, entrambi dalle persone che più mi amavano.
Questa contraddittorietà di reazioni mi faceva soffrire e metteva alla prova la mia decisione, costringendomi a valutarne profondamente le conseguenze. Era evidente che non potevo accontentare tutti e qualcuno ne avrebbe sicuramente sofferto molto.
È una sottile tentazione a volte, quella di voler accontentare tutti. Si finisce per fare contemporaneamente un passo avanti ed uno indietro, un passo a destra ed uno a sinistra.
Nel migliore dei casi, non si va da nessuna parte, essendo il moto risultante nullo. Con più probabilità, si rischia uno strappo muscolare ed un principio di esaurimento nervoso.
Anche qui vale il criterio di ascoltare quella voce e seguirla. E così ho cercato di fare.
Alla distanza ci si accorge di avere accontentato, in un senso più profondo, anche le persone che più si è fatto soffrire e di avere edificato tanti con la propria perseveranza.
La scelta di una strada è coincisa con una partenza.
Quando si parte si creano in genere nell'animo delle condizione favorevoli alla maturazione. Di solito si lascia qualcosa, come ad esempio il luogo fisico nel quale fino a quel momento si è vissuto, e questo genera un vuoto più o meno grande nell'anima, proporzionale a quello che si è lasciato, che è al tempo spesso spazio disponibile, possibilità di accogliere.
La mia è stata una partenza prima "spirituale" poi materiale.
Mi spiego. Quando ho deciso cosa avrei voluto fare della mia vita ho implicitamente accettato di lasciare tutto ciò che avevo e ciò che ero, o che avrei potuto essere, cosa che in un certo senso è molto simile ad una partenza, perché richiede la stessa capacità di distacco, anche se di fatto si resta dove si è, ed è per questo che la definirei "spirituale".
La partenza fisica è avvenuta alcuni anni dopo.
Ho avuto così un tempo per prepararmi, nel quale mi sono gradualmente congedato dalle persone più care, senza che loro se ne accorgessero o lo sospettassero, dalla mia terra, dai piccoli affetti quotidiani e dalle bizzarre fantasie artistiche e scientifiche che in quegli anni affollavano la mia anima. Questa operazione di distacco naturalmente non è stata in dolore ed ha richiesto una virtù a volte provata. La libertà e la pace che ho provato in quei momenti ha sempre ampiamente ripagato i sacrifici.
Non pensiate che il congedarsi dalle persone e dalle cose continuando a frequentarle consista in una sorta di "eroico disamore". Al contrario, richiede un supplemento di amore, una crescita principalmente in qualità. È necessario un amore più puro, disinteressato che ha come base e presupposto la capacità di "non avere per sé", di lasciare, di perdere, di non aspettarsi niente in cambio.
Sono stati anni belli e intensi, di crescita e di continua ginnastica dell'anima.
Ho conosciuto meglio i miei limiti e le mie capacità, che per un atleta è fondamentale.
Ho imparato a correre, a cadere, a rialzarmi, a scattare, a staccare, a saltare. E a forza di provare e riprovare, di alzare l'asticella di un cm alla volta, un giorno con il vento a favore ho fatto il grande salto, che poi è stato un volo, perché da allora non sono più sceso.
Il volo ha fatto scalo in un piccola "città sul monte", ma quella non è già più terra, anche se non è ancora definitivamente cielo. È un luogo di frontiera.
Lì ho trascorso due anni che nella mia anima sono impressi come un momento, di eternità. Sarebbe un capitolo a parte da scrivere se non addirittura un libro (sapessi scriverlo...).
Come un soldato che prima di partire per la guerra passa un periodo a addestrarsi, a conoscere le armi, imparare le tecniche, studiare le strategie, per poi ritrovarsi un giorno sul fronte pronto a combattere (paragone forse poco felice...).
Oppure come un innamorato che scappa con la sua amata in cima ad una montagna sperduta, in capo al mondo, lontano da tutti e tutto, per rivelarle, finalmente soli, il suo infinito amore (questo va già meglio, anche se un po' troppo romantico..).
Poi l'aereo è ripartito in direzione nord-est.
Aggiornando il diario di bordo ad oggi, tento la difficile valutazione di quanta strada ho percorso e a che punto sono arrivato. Naturalmente sarà una stima approssimata, difficile rispondere con esattezza a questa domanda, per farlo bisogna necessariamente fermarsi e guardare indietro, cosa che non sono abituato a fare, preferisco guardare avanti.
Non vi nascondo un certo imbarazzo e per superarlo vi chiederei di non lasciarmi da solo in questa operazione, di farla anche voi insieme a me.
Adesso conto fino a tre, poi ci giriamo tutti in dietro e guardiamo per dieci secondi, senza pensare a niente, cercando soltanto di arrivare con lo sguardo il più in fondo possibile.
A dieci ci rigiriamo, quello che si è visto si è visto.
E ricominciamo a guardare in avanti, che la strada da fare è ancora tanta.
Siete d'accordo? Allora inizio a contare: uno, due, tre
. . . . . . . . . .
Mi piacerebbe davvero sapere cosa ognuno di voi ha visto e dovete promettermi che un giorno me lo racconterete. Questa volta tocca a me, ma premetto che sarò estremamente schematico:
CONSUNTIVO PARZIALE: dopo in fondo i primi passi
Ho ricevuto molto di più di quello che ho dato
Ciò che ho saputo perdere è ciò che ora possiedo in modo più puro
Quello che ho lasciato continua a tornarmi moltiplicato
Ho sofferto, forse poco, ma abbastanza da dare alla vita un senso
Sono felice e andrò avanti perché non credo proprio di sbagliarmi
Fortunato? Amato.
Da Chi, ve lo lascio indovinare e aggiungo che non sono il solo oggetto di questo Amore, che invito tutti a sperimentare.
Un segno
A questo punto una qualsiasi persona dotata di un po' di buon senso avrebbe già smesso di scrivere, riletto queste poche pagine trovandole assolutamente irragionevoli e quanto meno rischiose, e con un gesto liberatorio le avrebbe finalmente accartocciate e cestinate, ritrovando la perduta serenità.
Una qualsiasi persona dotata di un po' di buon senso, non io.
Qualcosa mi induce a spingermi oltre nel ricordo-racconto dei passi fatti, verso quello che chiamerei un momento di prova.
Penso che se avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui, non vi costerà fare un altro piccolo sforzo e sopportare anche questa confidenza.
Se poi le confidenze vi imbarazzano è il momento di cambiare lettura.
Non è che, una volta scelta una strada e percorso un certo tratto, non possano venire in mente domande del tipo:
"Dove sto andando?"
Oppure:
"Ho scelto la strada giusta? In fondo c'erano anche altre possibilità, magari meno radicali ma comunque belle, forse meno difficili".
È esattamente questa seconda domanda che mi ha sorpreso nel bel mezzo del cammino, quando mi è sembrato di trovarmi davanti ad un bivio, completamente impreparato a decidere da che parte andare.
La sensazione era di non avere più strada sotto i piedi, e girandomi in dietro, di non averne neanche alle spalle, come se non avessi mosso in realtà alcun passo. La strada esisteva solo in virtù del mio movimento, nel momento in cui mi fermavo non c'era più. Capite che in una simile situazione il disagio può raggiungere velocemente livelli di guardia.
E così è stato un giorno, nel quale l’anima era sprofondata in uno stato di angoscia tale da costringermi letteralmente a scappare di casa, per evitare tra l'altro che qualcuno mi vedesse in quelle condizioni. Ho preso la macchina e sono partito.
Quando si perde l'orientamento, il senso della distanza e delle dimensioni, può aiutare il confronto con qualcosa d'infinito, come nella mia immaginazione è il mare. Era infatti lì che stavo andando. Non sapevo che un altro infinito mi aspettava lungo la strada.
Quando mancavano ormai solo due km, mi ricordai di un'abbazia benedettina in cima ad una collina non distante. Un belvedere al lato della chiesa, in direzione trasversale alla costa, consente di guardare il mare da una posizione estremamente favorevole; abbastanza vicino da riuscire a distinguere tutte le sue sfumature di colore, dal blu profondo e distante, al bianco dell'onda che si infrange, abbastanza lontano da poter seguire la linea della costa che si ripete sempre uguale fino a perdersi nell'orizzonte, dove è facile immaginare la sua infinita ripetizione.
Ma quella volta non mi fermai a guardare, entrai direttamente in chiesa.
Nella penombra, completamente vuota e silenziosa mi apparve immensa.
Una grande scalinata centrale portava all'altare principale dove era esposto il Sacramento. Percorsi la scalinata e mi inginocchiai lì vicino.
La parola sacramento vuol dire manifestazione sensibile e visibile di una realtà spirituale, invisibile. Ed io avevo un grande bisogno di vedere.
Mi ero perso e chiesi quello che può chiedere un uomo smarrito: un'indicazione.
Non vedevo e chiesi l’unica cosa che può salvare nell’oscurità: una luce.
Ero afflitto e chiesi ciò di cui ha più bisogno un’anima dolente: un po’ di consolazione.
Non so dire quanto tempo rimasi lì pregando e piangendo.
E quante volte ripetei in un salmodiare sommesso più o meno queste parole:
"Signore fammi capire cosa devo fare....Signore fammi capire dove devo andare...."
Ad un certo punto mi alzai, con l’anima più sollevata e mi avviai verso l’uscita.
Ero ormai vicino alla porta, quando mi accorsi di un anziano frate che si avvicinava con passo claudicante. Era ancora lontano, dall’altra parte della navata e avanzava così lentamente che avrei potuto anche non aspettarlo, non sapendo se fosse diretto verso di me o semplicemente verso la porta di uscita. Nel dubbio mi trattenni, per salutarlo.
Quando mi raggiunse disse, con voce tremula:
"Ti ho visto pregare, vicino all’altare. Eri molto raccolto"
Non risposi niente, limitandomi a fare un piccolo cenno con la testa.
Allora lui disse:
"Donati a Dio, Dio si donerà a te"
Rimasi in silenzio, guardandolo negli occhi per alcuni secondi, poi gli strinsi la mano ed uscii. Per il breve viaggio di ritorno a casa, mi rigirai nella testa quelle parole, non riuscendo a togliermi dagli occhi l’immagine del vecchio frate che avanzava a fatica verso di me.
La sua fragile figura. L’inequivocabile e abbagliante chiarezza delle sue parole.
Provai per un momento a spiegare il fatto con una coincidenza; non è una cosa così strana che di tanto in tanto un religioso proponga una scelta radicale di Dio, anche rivolgendosi a persone che non conosce affatto, fa parte del suo mestiere. Diversamente non ci sarebbero vocazioni; ci vuole qualcuno che chiami affinché qualcuno risponda.
Gesù faceva così; alcuni rispondevano di si e lo seguivano, altri di no e andavano via tristi. Quella volta in chiesa c’ero solo io e quel frate non poteva che rivolgersi a me.
Una coincidenza.
Ma allora come mai proprio io, ero entrato in quella chiesa, quella volta e avevo incontrato quel frate, lo avevo visto da lontano e aspettato, quasi con il presentimento inconscio che avesse qualcosa da dirmi? Non avevo forse un attimo prima pregato, chiedendo un segno?
Capii...
...e fu come sentirsi cadere un grave peso dall’anima...
Capii...
...che non c’era nessun bivio, c’era solo una strada: la mia, che si faceva stretta...
Capii...
...che lasciarla avrebbe significato perdersi e vagare senza una meta....
Capii...
...che una scelta l’avevo già fatta; dovevo solo restarvi fedele....
Potevate impedirmi di raccontare questi momenti della mia vita, la cui rievocazione mi ha scosso sensibilmente. Non dite che voi siete solo i lettori e non avete alcun poter su chi scrive, perché sapete benissimo di essere l'unica ragione del mio parlare. Se aveste voluto, avreste potuto interrompere anticipatamente la lettura. Ma adesso io so che non l'avete fatto, ritenendo legittima la conoscenza di una parte della mia intimità, della quale io stesso ho voluto farvi partecipi.
Diciamo che c'è un concorso di colpa, anche se gran parte della responsabilità è mia.
E diciamo pure che ci sono stanze della memoria che non si visitano mai; a forza di restare chiuse rischiano di riempirsi di polvere.
È bene a volte aprire la porta e la finestra per fare entrare un po' di luce.
Una preghiera
In questi lunghi viaggi in autobus prego, principalmente recito il rosario.
Sono sempre più convinto che questa sia una preghiera per sua stessa natura itinerante e quindi particolarmente adatta ai viaggiatori. Forse perché ho imparato a dirla viaggiando.
C'è una cadenza, un ritmo, una successione, nei misteri del rosario che fa pensare ad una strada, che pregando si percorre. Infatti i misteri ripercorrono una strada, quella di Maria, con tutte le sue tappe, dalla visitazione angelica alla incoronazione.
"Maria regina del cielo e della terra".
È la strada di una donna. È la strada di tutti gli uomini.
A volte dico qualche litania, quelle che ricordo o che mi vengono in mente guardando le facce della gente.
"Principio della nostra allegrezza"
suscita un pensiero felice
e se è possibile un sorriso
su questi volti abituati alla tristezza
"Lume degli studiosi"
sostieni gli studenti dell'ultima ora
mentre ripassano la lezione in piedi
con gli occhi socchiusi
Parco riservato"
dopo tanto viaggiare troveremo riposo
nei tuoi giardini fioriti
sul manto erboso del tuo prato
"Radice del bellissimo fiore"
ricordaci che la bellezza non è mostrarsi
ostentare ma un trasparente riflesso
della purezza del cuore
"Regina della Polonia"
io dico tutto in una parola
perché questa è la Tua terra
e Tu qui sei Signora
Io non ho mai smesso di pregare
in questo immenso santuario
recito un rosario
sfilano i grani
nella mie mani
di un corona
negli occhi gli occhi
lunghi e stretti
di una Tua icona
Saluti, giustificazione, quasi conclusione
Mi sto avvicinando alla fine e resta aperta una domanda di carattere fondamentale:
"Di cosa ho parlato e a chi?"
Di niente a nessuno. Di tutto a tutti. Di qualcosa a qualcuno.
O una delle possibili permutazioni che sono nel mezzo, dove la virtù a volte è solita stare: di niente a tutti, di tutto a nessuno, di niente a qualcuno e così via.
Ad un certo punto ho avuto il timore di parlare da solo, come uno che inizia a pensare ad alta voce e quando se ne accorge è già troppo tardi, quel che è detto è detto, quel che è pensato è pensato. Non voglio tirarla per lunghe, ma davvero mi piacerebbe almeno sapere con chi ho avuto il piacere di parlare (rinunciando per il momento a capire i contenuti).
Sarà per via della miopia, ma io proprio non riesco a distinguere i vostri volti, per quanto creda di conoscervi tutti e bene.
La verità è che ho guardato troppo e sono stanco, mi fanno male gli occhi.
Non usato alcuna prudenza, lo devo ammettere, ma era un rischio da correre.
Ho abbassato la guardia, non ho opposto resistenza non ho usato alcun filtro.
Facce, cose, strade scivolando liquide attraverso gli occhi.
Ho iniziato a raccontare quello che vedevo, una serie di osservazioni esterne ed interne, senza alcuna pretesa di capire la realtà, ma soltanto di raccontarla, di dirla.
La realtà, la visione della realtà. La realtà, il racconto della realtà.
Vi siete mai chiesti se sia più vera la realtà o la sua visione, il suo racconto?
Domanda insensata, ma non del tutto.
Quando si guarda non sempre si vede, e quando si osserva attentamente, si colgono sempre nuovi particolari ma al tempo stesso se ne tralasciano altri. Quando raccontiamo le cose, a volte falsifichiamo, omettiamo quello che non riteniamo importante o abbiamo dimenticato, senza accorgercene aggiungiamo dettagli inesistenti, ma utili.
La realtà spesso è un'altra. La realtà è diversa, ne cogliamo sempre solo una parte.
Ma la realtà a volte sta lì completamente inerte, come gli alberi su un viale, come le strade in una città, come la faccia di uno che dorme, sta lì e basta, sempre uguale, senza dire niente, finisci per abituartici, credi di conoscerla ma la ignori completamente.
Poi un giorno la noti, la cominci a guardare, o qualcuno te la racconta o tu stesso cominci a raccontarla. Cose da niente, semplici osservazioni, considerazioni, risonanze, ricordi e la realtà non ti è più estranea, lentamente cominci a conoscerla, a darle un nome.
È una cosa importante dare un nome. A volte è quello manca, un nome.
Perché dicendole, le cose, le capisci meglio, nominandole le afferri.
A volte dicendola la realtà ti esplode letteralmente dentro, fa anche male, ma è un dolore necessario, benefico, ne prendi coscienza, inizi ad amarla.
Così scrivendola la città ha smesso di essere labirinto ed è diventata castello, gli interminabili e ricorsivi cammini: direzione certa, sentiero che avanza, le distanze: vicinanze, il ricordo: profezia, le fermate: tappe di un rosario di strade, le voci: coro di una litania di volti.
Ed è stato dolce nominarli: l'anziana signora con il mazzo di fiori, l'uomo che avvolge la sua vita in un rotolo di stoffa (era una cosa vera, non l'ho inventata), Gazzella, il matto, l'ubriaco, lui e lei che parlano di tristezza (questo naturalmente l'ho inventato), il corteo pacchiano di cygani. E tutti gli altri che non ho visto e non ho raccontato, perché la realtà resta sempre un mistero non dispiegato, di cui si dichiara l'esistenza ma non si svela il segreto, un viaggio appena intrapreso, una strada solo in parte percorsa, non si finirà mai di scoprirla, non si finirà mai di viaggiarla, non si finirà mai di raccontarla.
Epilogo
Mi assale spesso un'ansia d'infinito.
Guardo la città, in ogni direzione.
Ci sono sempre altre case, altre strade, altri autobus, altre facce.
Infinito finito.
Impossibile arrivare a tutti e a tutto.
Io posso percorrere una sola strada, salire su un autobus, incontrare ogni giorno un numero di persone magari grande ma limitato.
Questo non basta, mi sembra troppo poco.
Non è poco.
Occorre santificarsi, al più presto. Non per se stessi ma per gli altri.
L'umanità non si ama all'ingrosso, in modo generico, dicendo di amare tutti e tutto, di essere disposti a dare la propria vita, se questo servisse a salvare il mondo. È solo un bel sentimento.
Piuttosto si può amare ciascuno. Questo è possibile.
Uno alla volta, quello che divide la nostra strada, anche se va in direzione opposta, quello che sale sullo stesso autobus, che incontriamo all'andata, al ritorno, tutto ciò che è contenuto in un solo giorno.
Finito infinito.
Santificare ogni centimetro del nostro cammino, ogni secondo del nostro tempo.
Collezionare, in un’esistenza finita e mortale, una successione di istanti infiniti e immortali.
Perché ogni attimo vissuto nell’Amore è infinito, non passa.
E la vera vita è fatta proprio di questi attimi, è uguale alla loro somma.
Una somma finita di infiniti. Quanto fa?
Il risultato dipende da quello che sommi non da quanto ne sommi.
Una questione di qualità più che di quantità, in un certo senso.
Vi dicono: la vita immortale non esiste. Esiste la vita mortale che è finita.
Ha un inizio e ad un certo punto una fine, che tu lo voglia o no, una fine.
In mezzo: un numero di anni finito. Contalo e vedrai che è finito.
Poche storie. Matematica, non si discute.
D’accordo. Ma questi anni sono fatti di giorni, sono fatti di istanti e se lì in mezzo ne trovi anche solo una manciata, non dico tanti, di questi attimi di Amore, e li vai a sommare, sono infiniti che vai a sommare, e cosa credi di ottenere?
Infinito.
Una somma finita di infiniti da come risultato: infinito.
I conti tornano. È una cosa logica, te la insegnano in matematica. Non è che stiano lì a farci una grande filosofia sopra, ma te la insegnano, tra gli assiomi di base.
È quello che mi piace della matematica. Basta prendere per buoni un paio di postulati (un po’ come fare un atto di fede) e il resto viene da se. Crederci, poi, è perfino naturale.
Se hai scelto i postulati giusti. E questo è il punto, con il quale concludo e vi lascio in pace.
Ah, dimenticavo: vi sono debitore.
Avete avuto una pazienza di ferro a bervi tutte queste chiacchiere.
Se un giorno avrete voglia di raccontare qualcosa, qualsiasi cosa, state certi che una persona disposta ad ascoltarvi, e a leggervi, c’è.
Non fatevi problemi ad importunarla, che lei non se ne è fatti.
Finito.
Questa volta per davvero.