Il brutto salverà il mondo...

alcuni aspetti dell'arte del nostro secolo in relazione con il carisma dell'unità.

Il brutto salverà il mondo... Scusa, vuoi dire la bellezza, hai usato una parola per un'altra, succede... - Il brutto salverà il mondo. Non mi sono sbagliato, era proprio quello che volevo dire. - Come, tu, il paladino del diritto alla bellezza? Si, il brutto, è lui che salverà il mondo. - No! mi si dirà, oltraggiati da un'affermazione così sconveniente. E' la Bellezza che salverà il mondo. Tutti lo sanno! Lo diceva, più di un secolo fa, uno che se ne intendeva, Dostoevskij stesso. E mi si dirà che la bellezza alla quale pensava il grande scrittore era quella stessa di Dio, di questo Dio verità e bontà, ma anche giustamente bellezza. E quella del Dio Figlio, splendore incarnato del Padre.

- Certo, ne sono convinto, e, oserei dire, più di chiunque. Ma quando si parla di bellezza, grande è il pericolo di confonderla con l'armonia in un senso limitativo e così capita la bellezza sembra esclusa radicalmente dall'esperienza dell'arte del nostro secolo. Infatti l'arte del nostro secolo ha turbato e talvolta scandalizzato i credenti, come se avesse tradito la sua vocazione. Se l'oggetto dell'arte non è la bellezza, quale ragione ha di essere? Se non ci mostra la traccia del Creatore nella creazione, se non è porta regale del paradiso che senso ha? Ora più che altro l'arte del nostro secolo pare un Viaggio fino al termine della Notte, e i fiori che coglie son quelli de male. Allora il nostro sarebbe un secolo senza arte o un secolo di un'arte diabolica, da detestare e da buttare nella pattumiera della storia? Se si pensa in questo modo si dimentica che quel Figlio, Splendore del Padre, è anche il verme della terra, e perciò che la bellezza può anche apparire come il brutto, e può morire. Mi si dirà che il Figlio è, si, morto, ma che dopo tre giorno è risorto. Allora invocherò la bellezza al di là della morte della bellezza, come bellezza tipica del nostro secolo.

Ricorda El Lissitzky, uno dei primi astrattisti russi: "Nel 1913 Malevitch (Malevitch è il fondatore del suprematismo russo) dipinse un quadro nero. Ebbe il coraggio di gettarsi allo sbaraglio creando una forma che faceva a pugni con tutto ciò che veniva inteso come quadro, pittura, arte. Dichiarava di voler azzerare le forme, la pittura. Noi dicevamo: Si, è lo zero della serie decrescente, ma anche l'avvio di una nuova serie ascendente."

Nel '17 quando nacque il movimento dadaista, così scriveva Tzara, uno dei protagonisti:

"Noi volevamo guardare il mondo con occhi nuovi; noi volevamo riconsiderare e mettere alla prova la stessa base delle nozioni che ci sono state imposte dai nostri padri e provarne la giustezza."

E con rabbia si voleva ripartire da zero. Scriveva ancora Tzara: "Io distruggo i cassetti del cervello e quelli dell'organizzazione sociale; voglio togliere ogni morale e gettare la mano nel cielo dell'inferno e gli occhi dell'inferno nel cielo..." E questo "per una esigenza morale, per una volontà implacabile di attingere ad un assoluto morale, per il sentimento profondo che l'uomo, al centro di tutte le creazioni dello spirito dovesse affermare la sua preminenza sulle nozioni impoverite della sostanza umana, sulle cose morte, e sui beni male acquisiti."

E Arp, ricordando dopo tanti anni nel '57, quell'esplosione, diceva che: "Dada è stata la rivolta dei non-credenti contro i miscredenti." Però in questi non-credenti c'era sotto sotto, una esasperata volontà di trovare qualcosa in cui poter credere.

Nella prima metà del secolo, c'è stata l'esplosione di tante spinte, il socialismo la democrazia, il consumismo, ci sono state due guerre mondiali, e, in arte, tanti "ismi": futurismo, cubismo, surrealismo, espressionismo.... e poi Pop-art, espressionismo, astratto ...

E ogni volta ritornava come ossessionante questa idea di dover ripartire da zero.

Nel '58 Barret Newmann, espressionista statunitense, scriveva: "Nel I940 alcuni di noi si destarono per accorgersi che eravamo senza speranza. Che in realtà non esisteva nessuna pittura. O, per usare una frase di moda, che la pittura, un quarto di secolo prima di Dio, era morta.

Quel risveglio fu esaltante come una rivelazione. Fu quel risveglio che ispirò l'aspirazione, l'elevato proposito - qualcosa di assai diverso dalla semplice ambizione - di ripartire da zero, di dipingere come se la pittura non fosse mai esistita. Fu quel momento di nuda verità rivoluzionaria, che cavò nuova pittura da quei pittori."

E Adolfo Gottlieb, un espressionista astratto contemporaneo, aggiungeva: "La situazione era così grama che mi sentivo libero di tentare qualsiasi cosa, per quanto assurda poteva sembrare. Che avevo da perdere ? Ci sentivamo tutti derelitti."

Ricerca dunque: forse può essere il titolo del nostro secolo come lo fu anche del secolo scorso; ma qui è stata più tragica, più forte, più esasperata.

La Natura

Uno degli elementi di questa ricerca: la Natura. C'è sempre stato lo sforzo di cogliere nella natura, sotto la scorza di quel che passa, il suo nucleo eterno.

Schönberg, il compositore austriaco, scriveva: "Sul gradino più basso dell'arte è semplice imitazione della natura. Ma ben presto diventa... non solo imitazione della natura esteriore ma anche di quella interiore... Al suo più alto livello l'arte si occupa solo di riprodurre la natura interiore...

Cézanne: "Tutto quel che vediamo non è vero?, si dilegua. La natura è sempre la stessa, ma nulla resta di ciò che appare. La nostra arte... deve farcela gustare nel suo aspetto eterno."

E. nella lettera a Emile Bernard (I904): "... Le linee parallele all'orizzonte rendono l'idea dell'estensione, quasi una sezione della natura, o se preferite, di quello spettacolo che Dio Padre onnipotente ed eterno mostra ai nostri occhi. Le linee perpendicolari a questo orizzonte, danno la profondità. Ora la natura per noi uomini è più in profondità che in superficie..."

Kandinskij è l'iniziatore del movimento della "non-.figurazione". Così scriveva: L'apparenza è sempre piatta, ma allontanatela dal vostro spirito... e il mondo rimane nella sua vera forma: e noi artisti intuiamo questa forma: un demone ci concede di vedere tra le fessure del mondo..."

E Paul Klee nel I924 scriveva: "Quale artista non vorrebbe abitare... nel grembo della Natura, nel fondo primitivo della creazione, dove è riposta la chiave segreta del tutto?"

"... Quanto più l'artista guarda nel profondo... tanto più ai imprime in lui al posto dell'immagine definita della natura la sola immagine essenziale della creazione, come genesi. Egli si permette anche di pensare che la creazione non può essere oggi interamente terminata ed estende così questa azione creativa del mondo dal passato al futuro. In tal modo conferisce alla creazione una durata."

L'architetto Wright così parlava, a proposito dell'inserimento di un edificio nell'ambiente naturale circostante (questa idea era uno dei cardini della sua arte): "Per chi è capace di scrutare la natura nell'intimo, non c'è fonte più feconda e più densa di suggerimenti in chiave artistica...

La natura riesce ad instillare nell'architetto quella consapevolezza della realtà, che tradotta nel suo lavoro, lo spingerà assai più in là del realismo in arte. Ispirandosi alla natura, la sua sensibilità non potrà degenerare in sentimentalismo, perché individuerà con sicurezza la difficile linea di demarcazione tra il curioso e il bello..."

E suggeriva ai suoi collaboratori per la ricerca dei colori di un edificio: "Andate nei boschi e nei campi per i vostri schemi cromatici."

Braque, in una pagina dei suoi "Diari" annotava: "Quel che mi preme è mettermi all'unisono con la natura, molto più che di copiarla."

E in un'altra pagina: "La realtà si rivela sempre rischiarata da un raggio dì poesia. Tutto è sogno attorno a noi." E ancora: " ... C'è poesia in tutto, perfino nella vita pratica... Per me il risultato di tutto ciò deve portare a un'armonia, e questa armonia io me la rappresento... come una specie di nulla, diciamo un nulla intellettuale, dove cioè le parole perdono ogni valore e perciò può non esservi più critica Se c'è veramente armonia, cosa esaltare in un quadro? Possiamo separare il disegno dal colore, il colore dalla forma? Sono cose che formano un tutto. Se esaltate il colore, evidentemente distruggete l'armonia, perché lo fate a scapito di tutto ciò che non è colore." Dal '49 al '56, Braque ha dipinto i suoi famosi "Ateliers". E' stato uno dei periodi più fecondi della sua vita. Così scrìveva allora: "Ho fatto una grandissima scoperta: non credo più a niente. Gli oggetti non esistono per me, a meno che non ci sia un rapporto d'armonia fra loro e anche fra me e loro. In questo modo tutto diventa possibile, tutto diventa idoneo, e la vita è una rivelazione perpetua. E' questa la vera poesia."

Una volta Chiara ci parlò della natura.

"Nella mia vita spirituale, io ho avuto diversi momenti nei quali il Signore mi ha fatto sentire di più questo aspetto della vita che è il contatto con la natura, ma è stato un incontro con la natura un po' caratteristico. Ciò che il Signore mi ha fatto vedere nella natura è stato in certo modo Dio che sostiene la natura, Dio che mantiene viva la natura, Dio che sta sotto la natura, Dio che dà alla natura quella bellezza, che è la bellezza delle bellezze, e cioè l'armonia, l'unità fra tutte le cose che stanno nella natura, perché tutte le cose della natura sono collegate fra loro da un filo d'oro, da un'armonia, da un'unità.

Quando il fiume va al mare, va al mare per amore, non ci va per caso. Quando un fiore fiorisce, è per amore che fiorisce, non fiorisce per caso. Così anche quando d'autunno le foglie cadono, è per amore, per quell'amore che rassomiglia a Gesù abbandonato. La Natura è tutta sostenuta da un vangelo, è tutta sostenuta da Dio.

Dio mi ha fatto capire la presenza sua sotto la natura, come un grande sole che la illumina tutta. Per cui la natura è divenuta di una bellezza straordinaria. Ed io la ho ancora negli occhi.

Ora, come noi siamo figli di Dio, così tutte le cose della natura sono figlie di Dio, essendoci l'amore che sostiene come una madre la natura. Ecco perché Francesco chiamava "sorella" la luna,, "fratello" il sole, "sorella' l'acqua,, perché era vero, perché siamo tutti creature dello stesso creatore. L'aver scoperto, l'aver visto, l'aver avuto la grazia di vederlo questo Dio, che lega sotto, come tante sorelle o fratelli le cose della natura, è stata una grazia enorme, che mi ha dato di non aver paura della natura, ma di abbracciarla cogli occhi, con la pittura, non so, guardando un quadro. Accogliendo tutti gli artisti, comprendendoli nel loro più profondo, capendo che c'è qualche cosa negli artisti che li fa assomigliare ai santi.

Gli artisti, i veri artisti hanno colto in qualche momento della loro arte, della loro ispirazione, qualche cosa che c'è sotto la natura, che è Dio. Avendo colto questo senso profondo, la natura ha acquistato un valore enorme, la dignità di una figlia di Dio e allora non è più lei, il misero filo d'erba o il fiorellino, e bisogna stare attenti a non toccarli, bisogna stare attenti a guardarli e vederli tutti come creature dello stesso creatore, di colui che ha fatto noi; quindi nessuna paura nel guardare la natura.

Se tu la guardi tagliata dal proprio creatore, allora la guardi sentimentalmente se tu invece la guardi come figlia di colui che ti ha fatto, allora la guardi nel modo soprannaturale, e la puoi guardare quanto vuoi e ti porterà sempre più vicino a Dio."

Una delle caratteristiche del mondo d'oggi e quindi dell'arte contemporanea è l'aver portato tanto l'attenzione sull'uomo. Sull'uomo così come è. da amare adesso, nel momento presente, inserito nella società d'oggi.

Van Gogh diceva: "L'arte è l'uomo aggiunto alla Natura."

E ancora: "Ah, mi sembra di più in più che gli uomini siano la radice di tutto e da ciò viene di continuo un senso di malinconia per non essere nella vera vita, nel senso che vorrei lavorare di più nella carne, che nel colore."

Anche il minatore che usciva all'aria dal pozzo della galleria dove aveva scavato carbone, reso quasi subumano dalla fatica, aveva per Van Gogh un senso religioso: "Paolo di Tarso era quell'operaio con i segni del dolore, della sofferenza, della fatica, senza alcuna apparenza di bellezza; ma con un'anima immortale."

E "la mano di un lavoratore è meglio dell'Apollo del Belvedere."

E si potrebbe continuare.

Tutto va visto in funzione dell'uomo, se ha questa dignità. Vaugham Williams, compositore inglese, così scrive: "Il compositore non deve chiuderai a pensare all'arte, deve vivere con i suoi fratelli e fare dell'arte un'espressione di tutta la vita della comunità."

Questa esigenza è fortissima ad esempio nell'architettura, ma si potrebbe dire altrettanto del cinema del teatro, ecc. C'è lo sforzo di mettere tutte le conquiste della scienza e della tecnologia a servizio dell'uomo.

Nel I926 così proclamava un gruppo di architetti russi: "basta col concetto della costruzione destinata a durare, con edifici dimensionati e stanze determinate una volta per sempre. Non è l'uomo che deve adattarsi all'alloggio, ma l'alloggio all'uomo..."

E l'architetto francese Le Corbusier, quando si inaugurò un suo edificio a Marsiglia:

"L'opera è là... fatta per gli uomini, a misura umana; nella robustezza delle tecniche moderne essa manifesta lo splendore del cemento armato. Le risorse sensazionali della nostra epoca sono messe a servizio del focolare domestico."

Ed è una continua ricerca. Nell'entusiasmo del funzionalismo nazionalista ci si era illusi di meccanizzare anche le case: "macchine da abitare". Ma ecco Alvar Aalto, architetto finlandese, avvertire: "La casa che cresce (cioè che si adatta alla necessità di crescita d'una famiglia) dovrebbe sostituire la "machine à habiter". Al punto in cui siamo dobbiamo unire la ricerca di laboratorio al gioco e viceversa."

E Gropius, il fondatore della Bauhaus in Germania avvertiva: "L'artista dà alla vita la possibilità e l'inventivo di manifestarsi essa stessa come bellezza". E perciò non può estraniarsi dalle lotte e dagli sforzi per il miglioramento sociale, adducendo a scusa che la partecipazione attiva potrà sminuire la sua forza artistica, interferendo con il suo vero compito che è la creazione della bellezza.

La bellezza è una parte integrante della vita e non può restare chiusa in se stessa." Va messa al servizio della Società

E' la scoperta gioiosa di Giuseppe Pagano, architetto italiano, morto a Mathausen: "Immaginate voi la gioia di poter progettare creare costruire organizzare un'intera città viva, moderna attiva dove possa abitare in pace con le leggi dell'estetica, dell'igiene, e della giustizia sociale, quel mondo operaio e laborioso di cui tanto ostenta di interessarsi la società contemporanea?"

Una attenzione, un amore particolare per l'uomo, dunque. Ma rifacciamoci alla esperienza del Movimento.

Una delle scoperte fatte dalle prime focolarine leggendo il Vangelo, ancor nei rifugi della guerra, è stata quella frase di Gesù: "Qualunque cosa avrete fatto al minimo dei vostri fratelli, l'avrete fatta a me."

Gesù ci dice: l'Altro, anche se l'ultimo dei tuoi simili, anche se peccatore, anche se non è cristiano, non importa, sono Io. L'altro è Gesù,,

Da qui deriva una dignità altissima dell'uomo.

"Qualunque cosa... l'avrai fatta a me" ci diceva Chiara "Perché l'uomo con la sua grazia e col corpo ed anima è un Gesù in potenza".

Dunque, "toccare l'uomo è toccare Gesù."

"Noi esistiamo nella mente di Dio nel nostro dover essere altri Cristo e dunque quello che tu fai ad un uomo quaggiù, Egli, lo vede fatto a sé, lassù, nel Regno di Dio in Dio, in quell'uomo. Guarda perciò l'uomo come Dio lo vedrà e non come lo vedi tu. Perché il vero lo vede Lui!"

Questa disposizione a considerare in modo nuovo il rapporto con il prossimo è anche un'esigenza avvertita dall'artista, che sente di dover uscire dal suo isolamento per comunicare con un atteggiamento d'amore con chi osserva le sue opere o ascolta le sue musiche.

Così Paul Hindemith:

"La musica come noi la percepiamo è, nonostante la sua tendenza verso l'astrazione, una forma di comunicazione fra l'autore e chi ascolta la sua musica. Il compositore non può far niente di meglio che arrivare ad una comprensione reciproca con chi ascolterà la sua musica. E la sua abilità consisterà nel soddisfare sapientemente ed onestamente i desideri inarticolati dell'ascoltatore.

Ma c'è un passo in avanti. Un'esigenza che alcuni grandi artisti hanno avvertito prepotente.

Scrive Van Gogh: "Ciò che conforta, è di non dover sempre correre coi propri sentimenti e con le proprie idee, è di poter collaborare e lavorare con un gruppo."

E in un altro scritto: "Sempre più mi convinco che i quadri che bisognerebbe fare, perché la pittura attuale diventasse veramente se stessa, ... dovrebbero sorpassare la potenza di un individuo isolato. Essi saranno dunque probabilmente creati da gruppi di uomini che si mettono insieme per dare esecuzione a una idea comune."

Un'idea ripresa appassionatamente anche da Gropius nel primo dopoguerra. Egli riunì alla Bauhaus un gruppo di artisti per "tentare di ridare "umanità" alla vita degli uomini d'oggi, minacciata dalla civiltà industriale, arricchendo ì valori emotivi dell'arte con le nuove conoscenze dell'uomo e le nuove scoperte scientifiche."

Per fare questo radunò un gruppo di artisti che cercarono di attuare una urbanistica, un'architettura, un'arte figurativa anche per gli oggetto di uso corrente. Essi sincronizzarono i loro sforzi individuali. Questo, diceva Gropius, avrebbe conferito "al loro lavoro comune, una potenzialità assai superiore di quanto sarebbe la somma dei lavori dei singoli."

Uno dei punti cardine della spiritualità è in quelle parole di Gesù: "Dove due o più sono uniti nel mio nome, Io sono in mezzo ad essi."

E' l'esperienza di Chiara con le sue prime compagne, e poi di tutto il movimento. Come si avverte questa presenza? Essa suppone prima di tutto un amore scambievole, sulla misura di quello che Gesù ha avuto per noi. Chiara ci ricordava: "Quando il nostro vivere era basato sul proposito sincero di essere pronte anche a morire le une per le altre, e si conformava a ciò il nostro agire, molto spesso ci sembrava di avvertire con semplicità la presenza di Gesù tra noi...

"Come si sentono la gioia e il dolore, l'angoscia e il dubbio, così - ma in una sfera superiore dell'anima - la presenza spirituale di Gesù fra noi dava alle nostre anime quella pace che è solo sua, quella gioia piena che soltanto in lui si trova, quella forza e convinzione che non è tanto frutto di ragionamento o di volontà, ma di un aiuto speciale di Dio..." Gesù in mezzo è anche luce, perché Gesù è la Luce...

Così si è cercato di vivere fin dagli inizi del Movimento. E gli effetti sono stati immensi. Vivendo così sono crollate barriere su tutti i fronti: campanilismi, nazionalismi, razzismi, divisioni fra cristiani.

Vien da domandarsi: ci saranno effetti anche nel mondo dell'arte?

Quel sogno di Van Gogh e di Gropius, si potrà realizzare?

Quando i tempi saranno maturi io penso che questa presenza di Gesù in una comunità potrà anche ispirare un vero artista che ne sia l'espressione, così come le opere di Giotto sono state certamente sostenute dalla fede di quel popolo che aveva costruito le cattedrali.

Ma ci potranno anche essere degli artisti che si mettono insieme, avendo a base del loro rapporto questo amore reciproco chiesto da Gesù. Può essere possibile. C'è già qualche saggio nella nostra esperienza.

E ci potranno essere conseguenze anche sul piano sociale, perché l'arte, intesa come atto d'amore verso gli altri uomini, senza guardare se sono colti o no, ricchi o poveri, potrà essere potenziata nella sua capacità di amore e di servizio da questa esperienza formidabile che è la presenza di Gesù, di Dio anche fra artisti.

Ma è tutto un mondo da scoprire, con la vita.

Certo, quel che abbiamo visto operarsi in altri campi, ad esempio nei rapporti difficilissimi fino a pochi anni fa coi cristiani di altre Chiese, tra persone di nazioni e razze diverse, in corti ambienta di lavoro, nel campo della educazione tra insegnanti ed allievi, nelle famiglie tra sposi e tra loro ed i figli, in questo difficilissimo momento, sono fatti reali, ed hanno un po' dello straordinario. Il Vangelo è vero.

Una volta si facevano con Chiara dei progetti di cittadelle per accogliere nei vari continenti, dove il Movimento è arrivato, le persone che volevano approfondire la conoscenza della spiritualità e viverla.

Questa spiritualità è nuova, e forma uomini "nuovi" in senso evangelico. Nuove, anche nell'aspetto, avrebbero dovuto essere queste cittadelle.

"Spesse volte - ci diceva Chiara, allora - passando per un paese, una città, siamo colpiti per la disarmonia esistente fra casa e casa. Ognuno ha pensato via via al suo interesse, al suo pezzo. Noi immaginiamo questa città, invece, come la testimonianza della carità reciproca, dove una casa è in armonia con l'altra, in servizio dell'altra e il tutto è composto e studiato da Gesù in mezzo agli abitanti. La città stessa quindi, anche vuota, dovrebbe gridare al mondo il nostro Ideale, testimoniando Dio, l'Amore."

Nell'arte moderna e contemporanea, una delle caratteristiche più forti è la coscienza lucida della condizione umana, del suo dolore, della disperazione alienante; c'è quasi una spietata volontà di toccare fino in fondo questo calice di dolore, che è ricolmo di tante ingiustizie, di soprusi, di guerre.

L'espressionismo, ancora agli inizi del secolo ha denunciato con rabbia questa situazione, sotto la spinta anche delle forti pressioni sociali.

Pare mosso da istinti abissali, distorce tutto, esaspera, sradica. Ensor, Munch, Nolde denunciano orrori, la coscienza offesa, l'uomo denudato e smarrito, il putridume di un mondo che essi vedevano in sfacelo.

Ricordo il celebre quadro di Munch: "Il grido". Un volto sfigurato con gli occhi rossi, sbarrati come di un pazzo, grida per la strada, in uno sfondo livido. Lo stesso Munch scrisse sotto una riproduzione di questo quadro: "Sento l'urlo della natura". Non ha poi resistito a questo stato di disperazione, ed è finito pazzo.

Scriveva Strindberg, uno scrittore espressionista contemporaneo: "Una dopo l'altra s'erano distrutte tutte le illusioni sino a toccare la delusione assoluta, perché solo a questo prezzo si può veramente "vedere qualcosa". Ma cosa si può vedere? - si domandava. "Se stessi - risponde un suo personaggio - ma quando si è veduto se stessi, si muore."

E c'è anche un'altra tendenza nell'arte contemporanea: Schwitters è un artista che raccoglie in alcune sue opere pezzi abbandonati, cocci, tappi di sughero, biglietti usati del tram, immondizie perfino; Gonzales raccoglie pezzi di ghisa arrugginita, spezzata, degradata, lamiere contorte e le salda insieme; tutto questo come spinta a ridare dignità d'arte a ciò che è stato rifiutato e buttato via come inutile.

Anche il senso del vuoto è presente in alcuni artisti. Nel '58 Klein, pittore neo dadaista americano, ha allestito una mostra intitolata "Il vuoto". Le pareti della galleria erano nudo e lo spazio era "sensitivizzato" unicamente dalla presenza dell'artista. Klein spiegava:

"E tutto ciò perché la mia preoccupazione essenziale è sempre stata il vuoto; e io tengo per certo che nel cuore del vuoto, come nel cuore dell'uomo c'è un fuoco che brucia."

C'è un punto della storia ideale del Movimento che ci avvicina a comprendere queste tendenza così spietate e dolorose dell'arte.

Un giorno Chiara chiese ad un sacerdote quale fosse stato il dolore più grande di Gesù.

La risposta fu: "Quando ha gridato: 'Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? e fu come una illuminazione. Chiara rivisse nell'anima la tragedia di quell'istante in cui sopravvenne a Gesù una tenebra così fitta, un'aridità cosi forte da sembrare che privasse l'anima di Gesù della presenza di Dio Padre. Egli appariva il fallito, il solo, l'abbandonato, e nel suo dolore c'erano tutti i dolori dell'umanità, le angosce, le pazzie, le disperazioni...

"Tornate a casa - Chiara ci diceva - spinte dal grande desiderio di spendere bene l'unica vita che avevamo, decidemmo di scegliere Gesù abbandonato (così lo si chiamò in quel dolore), come nostro modello. E da quel momento egli, il suo volto, il suo misterioso grido, sembrarono colorire ogni istante doloroso della nostra vita."

"Mai come in quell'istante, Gesù appariva il fallito. Ma egli era anche Figlio di Dio cui è unito indivisibilmente. Da quell'istante egli riuniva tutti i figli al Padre, pagando per essi la solitudine più nera. E portava sulle spalle tutti i peccati nostri, Lui, innocentissimo, attirando su di sé come parafulmine divino, tutta la giustizia di Dio."

Quindi è stato l'atto d'amore più grande di Gesù per l'uomo. "Lui non era peccatore - ci diceva ancora Chiara - ma s'è fatto peccato per noi. Lui s'è fatto scomunica per noi; Lui s'è fatto separazione per noi; Lui s'è fatto ateismo per noi. Tutti quelli che sono coperti in qualche modo da queste condizioni, tutti questi cono per noi una figura di Gesù abbandonato. Questa ci appassionano, questi ci trascinano. E noi sentiamo di essere nel mondo apposta per abbracciare questa solitudine, questo abbandono del mondo, per quanto le nostre forze lo consentano; avendo sempre davanti la figura di Lui abbandonato e il suo grido."

Il regista Ingmar Bergman, in "Luci d'inverno" (I963), narra la vicenda d'un pastore protestante, Tomas, che non sa più parlare ai suoi fedeli, perché non sente più la presenza di Dio.

E' il silenzio di Dio. Ma è il povero Alpot, il sagrestano sciancato, a dare un nome a tanto dolore: quanto Tomas ha nell'anima è l'abbandono stesso di Cristo, che grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Basta questo dare un nome e un senso a quell'abbandono, per risolvere l'anima di Tomas. Egli sente ora che sta percorrendo la strada del Redentore, e ritrova il coraggio di continuare la sua missione.

Si comprende ora questo appassionato scritto di Chiara:

"Ho un solo sposo sulla Terra: Gesù crocifisso e abbandonato. Non ho altro Dio fuori di Lui. In Lui è tutto il paradiso con la Trinità e tutta la terra con l'umanità.

Perciò il Suo è mio e null'altro. E suo è il dolore universale e quindi mio. Andrò per il mondo cercandolo in ogni attimo della mia vita.

... Così prosciugherò l'acqua della tribolazione in molti cuori vicini e. per la comunione con lo Sposo mio onnipotente, lontani..."

Ma Gesù abbandonato è un passaggio. Gesù è risorto. E Chiara:... Vorrei testimoniare al mondo che Gesù abbandonato ha riempito ogni vuoto, ha illuminato ogni tenebra, ha accompagnato ogni solitudine, ha annullato ogni dolore, ha cancellato ogni peccato,"

Mai c'è stato forse un momento come quello che stiamo vivendo, in cui l'umanità sia stata vicina nei suoi artisti più sensibili, senza saperlo magari - anzi proprio perché non lo sa - a quel grido di Gesù.

E quindi mai forse potrebbe essere più vicina al Padre, a Dio, all'Amore, come fu per Gesù,

Quello che ho presentato sono soltanto flashes su alcune aspirazioni nell'arte moderna e l'ideale. Ci sarebbero ancora altri punti da mettere a fuoco.

Penso, ad esempio, alla libertà, alla fantasia dell'artista, al suo inserimento nella società d'oggi, al valore dell'attimo presente; ci sarebbe ancora da sottolineare l'aspetto sociale dell'arte. Oggi è uno dei problemi più dibattuti, per il quale si mette in discussione il concetto stesso di arte. Anche su questo punto mi pare che l'ideale possa offrire intuizioni valide. Ognuna di queste potrà essere argomento di altri incontri.

Unità dell'arte: non mi sentirei di dire che è un traguardo vicino. La società di cui l'arte è anche espressione, si presenta divisa fratturata. Ma l'esigenza di unità sta premendo da tante parti.

La Risurrezione di Roma

Se io guardo questa Roma così com'è, sento il mio Ideale lontano come sono lontani i tempi nei quali i grandi santi e i grandi martiri illuminavano attorno a loro con l'eterna Luce persino le mura di questi monumenti che ancora s'ergono a testimoniare l'amore che univa i primi cristiani.

Con uno stridente contrasto il mondo con le sue sozzure e vanità ora la domina nelle strade e più nei nascondigli delle case dov'è l'ira con ogni peccato e agitazione.

E lo direi utopia il mio Ideale se non pensassi a Lui che pure vide un mondo come questo, che Lo circondava, ed al colmo della sua vita parve travolto da ciò, vinto dal male.

anch'egli guardava a tutta questa folla che amava come Se stesso, Egli che Se l'era creata ed avrebbe voluto gettare i legami che la dovevano riunire a Lui, come figli a Padre, ed unire fratello a fratello.

Era sceso per ricomporre la famiglia: a far di tutti uno.

Ed invece, nonostante le sue parole di Fuoco e di Verità che bruciavano il frascame delle vanità sotterranti l'Eterno che è nell'uomo e passa fra gli uomini, la gente, molta gente, pur comprendendo, non voleva capire e rimaneva con gli occhi spenti perché l'anima era oscura.

E tutto perché li aveva creati liberi.

Egli poteva, sceso dal Cielo in terra, risuscitarli tutti con uno sguardo. Ma doveva lasciare ad essi - fatti ad immagine di Dio -, lasciare la gioia della libera conquista del Cielo. Era in gioco l'Eternità e per l'Eternità intera essi avrebbero potuto vivere come figli di Dio, come Dio, creatori (per partecipazione d'Onnipotenza) della propria felicità.

Guardava il mondo così come lo vedo io, ma non dubitava.

Insaziato e triste per il tutto che correva alla rovina, riguardava pregando di notte il Cielo lassù ed il Cielo dentro di Sé, dove la Trinità viveva ed era l'Essere vero, il Tutto concreto, mentre fuori per le vie camminava la nullità che passa.

Ed anch'io faccio come Lui per non staccarmi dall'Eterno, dall'Increato, che è radice al creato e perciò la Vita del tutto, per credere alla vittoria finale della Luce sulle tenebre.

Passo per Roma e non la voglio guardare. Guardo il mondo che è dentro di me e m'attacco a ciò che ha essere e valore. Mi faccio un tutt'uno con la Trinità che riposa nell'anima mia, illuminandola d'eterna Luce e riempiendola di tutto il Cielo popolato di santi e d'angeli, che, non asserviti a spazio e a tempo, possono trovarsi raccolti tutti con i Tre in unità d'amore nel mio piccolo essere.

E prendo contatto col Fuoco che, invadendo tutta l'umanità mia donatami da Dio, mi fa altro Cristo, altro uomo-Dio per partecipazione, cosicché il mio umano si fonde col divino ed i miei occhi non sono più spenti, ma, attraverso la pupilla che è vuoto sull'anima, per il quale passa tutta la Luce che è di dentro (se lascio viver Dio in me), guardo al mondo e alle cose; però non più io guardo, è Cristo che guarda in me e rivede ciechi da illuminare e muti da far parlare e storpi da far camminare. Ciechi alla visione di Dio dentro e fuori di loro. Muti alla Parola di Dio che pure parla in loro e potrebbe da essi esser trasmessa ai fratelli e risvegliarli alla Verità. Storpi immobilizzati, ignari della divina volontà che dal fondo del cuore li sprona al moto eterno che è l'eterno Amore dove trasmettendo Fuoco si viene incendiati.

Cosicché riaprendo gli occhi sul di fuori vedo l'umanità con l'occhio di Dio che tutto crede perché è Amore.

Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri (magari sotterrato o segretamente camuffato per vergogna) e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che è Vita - nel fratello.

Risuscitandovi Gesù - altro Cristo, altro uomo-Dio, manifestazione della bontà del Padre quaggiù, Occhio di Dio sull'umanità. Così prolungo il Cristo in me nel fratello e compongo una cellula viva e completa del Mistico Corpo di Cristo, cellula viva, focolare di Dio, che possiede il Fuoco da comunicare e con esso la Luce.

E' Dio che di due fa uno, ponendosi a terzo, come relazione di essi: Gesù fra noi.

Così l'amore circola e porta naturalmente (per la legge di comunione che v'è insita), come un fiume infuocato, ogni altra cosa che i due possiedono per rendere comuni i beni dello spirito e quelli materiali.

E ciò è testimonianza fattiva ed esterna d'un amore unitivo, il vero amore, quello della Trinità.

Allora veramente Cristo intero rivive in ambedue ed in ciascuno e fra noi.

Egli, uomo-Dio, con le manifestazioni più svariate umane intrise di divino, messe a servizio del fine eterno: Dio con l'interesse del Regno e - dominatore del tutto - dispensatore d'ogni bene a tutti i figli come Padre senza preferenze.

E penso che, lasciando vivere Dio in me e lasciandoLo amarSi nei fratelli, scoprirebbe Se stesso in molti, e molti occhi s'illuminerebbero della sua Luce: segno tangibile che Egli vi regna.

Ed il Fuoco, distruttore del tutto a servizio dell'eterno Amore, si diffonderebbe in un baleno per Roma a risuscitarvi i cristiani ed a far di quest'epoca, fredda perché atea, l'epoca del Fuoco, l'epoca di Dio.

Ma occorre aver il coraggio di non badare ad altri mezzi, per suscitare un po' di cristianesimo a far eco alle glorie passate - o a metterli, gli altri mezzi, almeno in sottordine.

Bisogna far rinascere Dio in noi, tenerLo vivo e traboccarLo sugli altri come fiotti di Vita e risuscitare i morti.

E tenerlo vivo fra noi amandoci (e per amarsi non occorre strepito: l'amore è morte a noi - e la morte è silenzio - e vita in Dio - e Dio è il silenzio che parla).

Allora tutto si rivoluziona: politica ed arte, scuola e religione, vita privata e divertimento. Tutto.

Dio non è in noi come il Crocifisso che sta alle volte quasi amuleto su una parete d'un'aula scolastica. E' in noi vivo - se Lo facciamo vivere - come legislatore d'ogni legge umana e divina, ché tutta è fattura sua. Ed Egli dall'intimo detta ogni cosa, ci insegna - Maestro eterno - l'eterno e il contingente e a tutto dà valore.

Ma non capisce questo se non chi Lo lascia vivere in sé vivendo negli altri, che la vita è amore e se non circola non vive.

Gesù va risuscitato nella Città eterna ed immesso dovunque. E' la Vita e la Vita completa. Non è solo un fatto religioso... E' questo separarLo dalla vita intera dell'uomo una pratica eresia dei tempi presenti, ed un asservire l'uomo a qualcosa che è meno di lui e relegare Dio, che è Padre, lontano dai figli.

No, Egli è l'Uomo, l'uomo perfetto, che riassume in Sé tutti gli uomini ed ogni verità e spinta che essi possono sentire per elevarsi al proprio posto.

E chi ha trovato quest'Uomo ha trovato la soluzione d'ogni problema, umano e divino. Basta che Lo si ami.

Michel Pochet

(Riccerche bibliografiche Danilo Zanzucchi e Antonio Petrilli)