LA BELLEZZA E’ IDIOTA

Provavamo ad articolare un discorso, qualche sera fa. Ed entra in gioco il bello. Che cos’é la bellezza. Come per ogni bella domanda, non c’é risposta. L'ineffabilità del bello, certo, ma così è troppo (poco) semplice. Allora: precarietà è la sua forma; evanescere la sua proprietà; impermanenza la sua essenza.

E' una relazione, la bellezza, sua natura è quella di un rapporto che ci lega alle cose, un rapporto che si attiva quando le cose riconosciamo nel loro essere dimidiate (nella loro interna oscillazione tra essere e non essere – Rilke); per questo si coglie la bellezza nel medesimo movimento del sentire.

La bellezza è spirito (lode allo spirito se è ciò che ci lega – Rilke, ancora), così come "Dio è Spirito". E, come Dio, non è.

Perciò, la bellezza procede dalla perdita: è necessario perdersi, per entrare in comunione con la bellezza. Essa nasce da una presenza assoluta a sé conseguita tramite un ascolto senza rughe – ma il movimento è anzi inverso: occorre prima perdersi, per poi comprendersi come impermanenti, e appartenenti al Tutto: è in questo allora che si è presenti a sé. Seguire il proprio impulso è seguire l’impulso della vita – e la vita è il Tutto, ed io non sono nulla se non movimento, respiro, alito, soffio, rûah, qi, yuch.

Se la bellezza scaturisce dalla perdita di sé (spogliarsi del proprio io illusorio per gustare la gioia delle cose in un profondo accordo unitivo), allora non può non portare con sé una profonda compassione per tutto l’universo. Se contemplo la bellezza – il silenzio da cui essa nasce, e che in essa è inscritto – non posso non essere con il mondo. La bellezza è in ogni cosa, e ogni cosa, anche la più insignificante, e ogni persona, anche la più insignificante (ogni uomo è pieno di Dio – Eckhart), può farmi gustare la bellezza, e la gioia. (Ché la gioia è gioia di ‘lasciare andare’- ossia il riflesso soggettivo della natura delle cose).

Non posso non pensare – proprio perché la bellezza è compassione – a chi questa bellezza non è in grado di vedere, perché esteticamente – ed eticamente – annichilito. Occorre farsi carico degli occhi ciechi (‘effathà!’, apriti!, e gli orecchi si aprirono e la lingua si sciolse), ‘tenere lo spirito agli inferi’ (ci esorta padre Zanotelli dagli inferi di Nairobi), agire deprivandosi di sé. Sprofondare nella Tragedia senza fine della nostra epoca con leggerezza.

E di fronte a tutto questo – rimane il tempo di pensare a una cosa chiamata arte? Sì, se essa si fa carico di riaprire "le porte della percezione" – e molteplici sono le strade per riportare al corpo – e dunque allo spirito. (Ripenso a Hölderlin: "Le linee della vita sono diverse, / Come vie sono, e come i crinali dei monti. / Ciò che noi siamo qui, di là potrà compierlo un dio / Con armonie e premio eterno e pace.").

Qui torno al pretesto di questa successione di pensieri: a una discussione su "gli idioti" di Von Trier. E’ quella una via di liberazione, di riapertura degli occhi (non a caso tutto sfocia in un piccolo gesto quotidiano, certo patetico nell’economia del film, ma di profonda, intima, rivoluzione). Una "idiozia minore" praticabile per arrivare all’utopia dell’Idiozia cristologica cusaniano-dostoevskijana. Nemmeno nel senso "minore" idiozia è mostrare le proprie "turpitudini"; semmai è mostrare se stessi, non temere il proprio essere ridicoli: come dice il principe Myskin: "secondo me, sapete, qualche volta è bene essere ridicoli; è meglio così: ci si può perdonare l’un l’altro più facilmente, e più facilmente si fa atto di contrizione; non si può già capir tutto di colpo, né cominciar subito dalla perfezione! Per raggiungere la perfezione, bisogna cominciar dal non capir molte cose. E se si capisce troppo presto, può accadere che non si capisca bene". (In questo senso von Balthasar, il ridicolo come terreno della grazia). Aprirsi l'anima per trovare quell'insetto che rode dall'interno un Karamazov (Dimitrij, Ivan, Alesa che sia).

Per attingere alla bellezza occorre denudarsi (ricordo ancora: vivere tra pareti di vetro è virtù rivoluzionaria per eccellenza – Benjamin - ciò che implica l'accettazione del dolore proprio di un 'dottore di vetro'), offrire il proprio corpo nudo, povero, imperfetto, offrirlo senza attendere nulla in cambio, e così poter ricevere tutto. Tramite la consapevolezza della propria radicale imperfezione si arriva alla consapevolezza del proprio nulla, dell’impermanenza , e così si può raggiungere uno stato più elevato. Si tratta di non aver paura della propria merda, perché un fiore di loto è dal proprio fango che s’innalza. (E il solito, sublime caso mi fa imbattere in un frammento di Nietzsche: "Tutto ciò che l’uomo non si è ancora saputo sbrigare, ciò che nessun uomo ancora ha digerito, il fango dell’esistenza – per la saggezza almeno esso resta il miglior concime…").