Benedetto Pietrogrande

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Testimonianza dello scultore

Benedetto Pietrogrande


Inizio ricordando un particolare della mia esperienza artistica, quando cominciai a cogliere, in alcuni miei abbozzi plastici, una certa "grandiosità" per lo spazio che suggerivano. Non era solo la forma l'oggetto della mia attenzione, ma era la forma che dilatava lo spazio. Mi appariva lo spazio come scoperta, come poesia.
Non avevo ancora la coscienza di quale fosse la loro possibilità comunicativa... Ero entrato in un gioco che mi portava nella direzione della ricerca: di quella ricerca che scaturiva con cresciuta consapevolezza, più avanti, anche nella necessità di individuare il rapporto tra le mie attitudini creative e il loro inserimento in una realtà culturale non facile per me da capire e da vivere.
Pertanto continuavo a perfezionare i mezzi espressivi, sforzo mai concluso, e non disgiunto da una tensione interiore.
Ero profondamente ammirato ogniqualvolta coglievo l'unità di linguaggio in opere d'arte ed anch'io ero teso a definire una scultura in sintesi di forma e contenuto.

Un grande amico, cultore d'arte, mi aveva dato la dimensione unitaria dei linguaggi di varie epoche e sempre mi parlava di sintesi: tutte spinte verso un qualche cosa di assoluto.
Avvertivo anche che il contesto di proposta artistica in quegli anni si presentava di rottura, nel relativo e i linguaggi erano i più vari.

Dopo dieci anni di lavoro intenso ero divenuto padrone del linguaggio della scultura, ma sentivo che mi mancava il respiro della vita. Avevo necessità di una forte motivazione che mi sembrò di individuare nel dare una nuova spazialità alla mia scultura e nell'uscire dall'angustia del mio laboratorio verso uno spazio aperto, più ampio, concreto, fisico, quasi che l'opera trovasse giustificazione solo in una precisa collocazione.

Incontrando Chiara e, in lei, la spiritualità dell'Unità, mi parve di cogliere il senso profondo e unico cui inconsciamente tendevo.
Fu infatti quel respiro d'anima che mi portava via via ad intuire la grandezza del Carisma, entrando così in spazi ben più ampi, non misurabili. Mi sembrò di essere avvolto e unificato dall'Amore-Dio.

A questo punto non mi è stato difficile comprendere che la mia ricerca artistica veniva dopo, ma che poteva acquistare un senso in quella luce e collocarsi in un disegno che la trascendeva. E poichè la scultura non mi faceva più da "padrona", potevo continuare la mia attività senza dualismi, con il cuore indiviso.
Per quella luce mi scoprivo a vivere e a superare difficoltà e prove che mi rendevano più attento all'uomo e disponibile al confronto.
Parlando di difficoltà,mi riferisco a certe esperienze che mutano la vita ed aiutano ad incarnare una spiritualità.

Solo un accenno: cinque anni di pendolarismo tra Milano e Venezia per esercitare e mantenere un incarico di insegnamento all'Accademia di Belle Arti di quella città.
Viaggi in treno di notte per potere rimanere più a lungo possibile con la mia giovane famiglia e tenere contatti artistici.
Per compagni di viaggio: povera gente, emigrati, militari. Scompartimenti ingombri di pacchi e valigie. In quell'assoluto disagio cominciavo a vedere cose nobilissime e a sentire storie vere. Una volta da una vecchia valigia vedo emergere, fra il disordine di indumenti e di bottiglie, una bambola.
Nell'emigrato che mi stava davanti colgo un mondo di affetti.

Un'altra volta, all'arrivo alla stazione di Milano, affacciandomi al finestrino mi colpisce un'immagine: una lunga fila di valigie, legate con la corda e, sopra di esse, un cartoccio e un grande pane.
Sento echeggiare in me il "misereor super turbam" e all'immagine dell'uomo si sovrappone quella del Cristo. Questo evento trova eco in famiglia, circuito di condivisione e di creatività, dove si rinnova questa presenza. Quel giorno, entro in casa e a mia moglie che mi accoglie dico: "la stazione centrale è una cattedrale".
Mi calavo nella realtà dell'uomo, fino a riconoscermi tra gli ultimi, ma carico di vita e di comunicativa artistica, dentro una scoperta che aveva il fascino del cammino dell'uomo, dell'antico e nuovo andare.
Demitizzando in me l'artista, mi sentivo libero ed avvertivo che Dio non mi espropriava assolutamente di niente, ma si donava a me.

Attualmente non nascondo un senso di sofferenza per la presente crisi della cultura, una cultura che nella crisi sembra, a volte, indugiare, compiaciuta.
Sento un certo smarrimento, ma una "memoria" mi fa percepire la storia che lo Spirito ha fatto in me: Presenza viva che non mi permette di indugiare o di rifugiarmi nel passato, semmai mi riporta all'origine e mi spinge in avanti... fuori di me, facendomi trovare l'aggancio esistenziale.
Sperimento, infatti, un cammino di partecipazione alla vita di altri e con altri; e questo mi fa umanità e mi dispone a riconoscere l'uomo-Dio.

A volte ho l'impressione di perdermi, quasi dimentico della mia stessa ricerca artistica, immerso come sono nelle urgenze quotidiane: ma, in quanto le accolgo, mi sento semplificato ed il mio sguardo si rivolge all'Abbandonato.
Riaffiora, purificata, la mia identità anche nell'operare artistico, che pur sempre è travaglio costruttivo di rapporto, sia interno all'operazione estetica, come nella relazione tra l'opera d'arte e la sua possibilità comunicativa.
Ricerca creativa, quindi, sempre dialogante, perciò ricca di motivazioni forti.

Mi sforzo di liberarmi da appoggi, da schemi mentali, da forme ripetitive, per cercare, anche con altri operatori di cogliere l'inedito.
Non è un atteggiamento passivo in attesa del miracolo, è pure vita di studio e di confronto con artisti di diversi indirizzi; ma, per muovermi in questa dimensione, sperimento che non mi è sufficiente l'aggiornamento culturale: ho bisogno di un discernimento d'amore.

Sono chiamato, talvolta, come scultore, ad operare in spazi architettonici: è questa una particolare situazione che mi stimola a soluzioni insperate.
Cerco, innanzitutto, di immedesimarmi nel progetto, tenendo conto della sua logica costruttiva e funzionale, ma, soprattutto, del significato del luogo.

Tra varie esperienze, cito l'incarico di creare la zona del Battistero di una chiesa nuova della riviera ligure, progettata da due architetti. Si è trattato di un confronto professionale, cresciuto nel rispetto e nella stima reciproca: si è pervenuti, così, ad un'idea che teneva presente la globalità del progetto; un'idea che mi sono trovato a sviluppare in piena libertà.
Una grande vasca marmorea ed una parete obliqua all'asse dell'interno; la superficie della parete, modulata con scansioni plastiche, dialoga con il linguaggio scultoreo della vasca.
A questo livello d'intesa tra operatori artistici, il rapporto creativo non è quello di un'équipe, ma è un'esperienza di "Unità" professionale, in cui nessuno è secondo.

Nella coesistenza del vecchio e del nuovo, tra le molteplici ricerche artistiche, in un presente di incertezze e di cambiamenti epocali, non ho tanto l'impressione di inventare, quanto di cogliere momenti di sintesi: intuisco e raccolgo nel dialogo con la contemporaneità elementi vitali che confluiscono e si alleano.
Ed ogniqualvolta, nella mia ricerca, vedo questa convergenza, un senso di profonda gratitudine mi invade: è la percezione di una Presenza d'amore.