Kallos

il pittore del Bel Dio

Racconto e acquarelli di Michel Pochet

Una volta lavoravo ad un racconto, improbabile ibride di romanzo filosofico di fiaba per bambini e di poema epico. Il manoscritto giace, incompiuto, in diverse versioni non pubblicate, e probabilmente non pubblicabili, tra i files impolverati del mio computer. Il mio eroe, Belamour, autoritratto ideale dell'autore, nel corso di un lungo viaggio iniziatico, incontrava un vecchio e sapiente pittore chiamato, si capisce, Kallos che adempiva all'alta missione di introdurlo negli arcani della bellezza e della vita vera.

Essendo Belamour un tipico ragazzo di città, promettente, pretenzioso, pedante, come si deve essere in gioventù, per contrasto Kallos era un uomo grezzo dalle grosse mani rosse da contadino, che non aveva visto niente dell'arte sofisticata e patinata delle gallerie alla moda. Un camminatore che percorreva infaticabilmente le sue montagne contemplando ingenuamente la bellezza delle cime incontaminate e della sua gente senza trucco con occhi limpidi come laghi blu nei visi rugosi scolpiti da scalpello vigoroso nella pietra dura.

Kallos era nato e viveva tuttora nella Val Beldio, regione più remota della Terra Incognita, regno della leggendaria Regina delle rocce, dove il monaco cieco aveva indirizzato Belamour per incontrare Stella Chiara.

Il popolo Beldioto era naturalmente artista. Prediligeva tra le qualità del Creatore più che la bontà o la verità, la sua eterna bellezza e quando altrove si sarebbe invocato il buon Dio preferiva chiamarlo bel Dio.

Pertanto non si fermava a un'idea della bellezza eterea, dolciastra, perbenista. Dio bello, sì, ma incarnato nella vita povera, laboriosa. Bellezza senza fronzoli, guadagnata col sudore della fronte, in armonia con la natura violenta e tenera dei monti.

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Non credo di avere trovato all'epoca una ragione verosimile per fare incontrare Belamour e Kallos, se non il puro caso che però nella vita reale suscita ben altre coincidenze che la finzione non oserebbe inventare. Fatto sta che li facevo incontrare e diventare amici. Avevano lunghe conversazioni profonde che spaziavano dai piccoli segreti della natura selvaggia, dai camosci e dall'uccello che annunciano un cambiamento del tempo, ai grandi misteri della vita e della religione, passando per questioni squisitamente estetiche, o addirittura di tecnica pittorica. (Mi chiedo oggi in quale lingua parlavano, essendo di culture diverse, ma nei racconti non si bada a particolari così banali.)

Era un'amicizia che doveva tutto o quasi all'iniziativa dell'anziano pittore, a cui la sua generosità faceva superare un carattere riservato o addirittura chiuso, mentre la timidezza e l'immaturità ammutolivano il ragazzo. Infatti durante i giorni che vissero insieme Kallos parlò molto e Belamour ascoltò attentamente. Il ragazzo imparava ad ammirare la saggezza di un uomo che aveva saputo essere fedele al disegno di Dio, cioè a sé stesso. Sposo tuttora innamorato della sua donna. Padre coraggiosamente rispettoso della libertà dei figli, e ripagato dalla loro tenera presenza. Pittore sincero e pertanto riconosciuto.

Kallos raccontò la sua nascita in una grande casa costruita quando la valle era ancora sotto il vecchio Impero Transalpino ed era efficacemente amministrata da esso. Mostrava in alto, tra i prati scoscesi, una costruzione gialla, la sua casa nativa. La sua casa piangeva oggi. L'antico fienile di legno era sparito, lasciando posto a un deposito di materiale da costruzione. Anticamente la strada - una mulattiera che risaliva probabilmente ai romani - passava lassù.

Erano seduti l'uno accanto all'altro sulla seggiovia, modernissima, che li portava velocemente verso i prati dove d'inverno sarebbero tracciate le piste da sci. Una marcia di una mezzora lungo una via crucis portava ad un santuario, meta secolare dei pellegrini di tutti i paesi della valle. Sopra i prati una foresta si alzava fino alla parete di rocce che, proprio di fronte a Kallos e a Belamour, somigliava ad un grande viso, come gli americani ne hanno scolpiti nelle loro montagne per celebrare i loro primi presidenti. Ma quel viso non era fatto da mano d'uomo. Pertanto si capiva perché la gente vedeva da tempi immemorabili il viso di Cristo impresso nella roccia, come sul velo della Veronica. L'icona gigantesca di un Pantocratore visibile da tutta la valle, davvero regale, dava al paesaggio, di per sé maestoso, uno splendore misterioso. Il figlio di Kallos, alpinista provetto, aveva scalato la parete proprio in mezzo al viso, lungo il naso, chi sa per quale sfida fisica o quale ancestrale necessità interiore di toccare con le mani e di abbracciare con tutto l'essere quella sacra immagine di pietra.

La Via crucis, dipinta da Kallos, reduce da tanti inverni gelidi e da tante brucianti estati, faceva parte integrante del paesaggio come l'albero plurisecolare dalle radici d'argento, fulminato ma reso più forte dalla prova, o come quell'uccello dalla coda rossa, per niente spaventato che avrebbe avuto anche lui una storia da raccontare.

Kallos mostra a Belamour i monumenti del suo feudo, ingenti massi caduti dalla parete, che compongono un'architettura casuale e necessaria nello stesso tempo. Qui nessuno viene mai. Le marmotte ascoltano la regina delle rocce raccontare le sue storie. Un camoscio bruca, tranquillo, sa che loro non sono dei cacciatori. Una roccia accarezzata dal sole sembra un angelo gotico in adorazione del Cristo parietale.

Nella mia immaginazione un po' romantica, Kallos era nato in una famiglia contadina molto povera. Da bambino faceva il pastore e ammazzava il tempo scolpendo figurine di legno con il coltello. A diciannove anni vendeva all'unico negozio del paese le sue prime sculture, specie dei cavalli, perché i crocifissi richiedevano troppo tempo e la mamma non voleva. A vent'anni un vecchio scultore lo faceva lavorare a piccoli bassorilievi, dei paesaggi con figure, che mandava in America. Kallos doveva raschiare il legno sul retro fino a renderli traslucidi per risparmiare sul trasporto. Kallos scolpiva con grande celerità piccoli angeli, caprioli, curati, molto nitidi. Certe volte dipingeva i bassorilievi con l'acquerello. Vendeva tutto. E così pagava gli studi del fratello, e le tasse del papà.

Ma Kallos si ammala di brutto. Febbre a quaranta. Non mangia per un mese. I medici non trovano niente. C'è qualcosa dietro il ginocchio. Tagliano. Niente. Le mani di Kallos diventano traslucide, tanto é dimagrito. Raggi. Bisogna rompere l'osso. Miglioramento. Tre mesi e mezzo a letto. Alcune operazioni. Medicazioni dolorose. Torna a casa. Due mesi ancora a letto con la gamba ingessata. Non può camminare. Sculture belle perché il momento è speciale. La Maestra gli dice come fare. La Sede della Sapienza. Kallos, uomo beato perché ha trovato la sapienza. Il suo parroco non capisce la firma di un crocifisso SSOPN, che per lui significa Sede Sapientiae Ora Pro Nobis. Kallos rinuncia a spiegare e cambia firma. Ma continua a meditare sulla Sapienza. La Sapienza gli insegna a non fuggire davanti alle difficoltà. In particolare per lui la difficoltà dell'arte. Uno dice : "vado a prendere un caffè", perché non capisce più niente, mentre era il momento più grande che si è perso e che non tornerà più. E poi diventa un'abitudine scappare. Ad un certo momento tutte le opere diventano difficili. O si sta o si scappa. E non bisogna scappare.

Incapace di lavorare fuori, incomincia a dipingere la casa, le montagne, i prati, ma mancano le basi. La vocazione artistica ormai è troppo forte. Sa di essere un pittore. Ma è troppo intelligente per non capire che deve studiare. Molto. Imparare il mestiere. E' povero, non si può permettere di essere un dilettante. Deve vivere della sua pittura. Deve essere un vero professionista. E' abbastanza testardo e coraggioso per farcela. Allora il giovane contadino va nella Grande Città, cerca il migliore maestro per imparare. E' poverissimo. Qualche volta non ha niente da mangiare. Si da da fare. Ritocca fotografie per un giornale. Un signore convinto del suo talento lo ospita in una stanzetta fredda, senza bagno. Ogni tanto lo invita a mangiare con lui. Kallos è fedele. Rimane dal suo protettore per dodici anni, assistendolo fino alla morte. Vede poco della Grande Città. Il puro di cuore sta attento a non perdersi. Fugge dalle feste degli amici. A stento li accompagna un paio di volte al cinema. Non è qui per divertirsi ma per imparare a dipingere. Mette in questa impresa tutte le sue forze, tutto il suo cuore, tutta la sua mente. Si accorge che un sedicente grande amico gli sta rubando un quadro. Lo lascia fare, crede all'amicizia.

Non é ancora guarito. Fatica molto per non mostrarsi zoppo. Non si lamenta mai. Dovrà per tutta la vita medicarsi ogni due giorni. Cammina lo stesso. Non si lamenta, anzi prende questa infermità come Dio la manda, come una cosa bella. Si meraviglia della bellezza dei piani di Dio sugli uomini, e se dovesse nascere di nuovo, firmerebbe subito, non vorrebbe una vita diversa.

Espone. I giornali parlano di lui. Il suo maestro gli chiede di rimanere come assistente suo. Praticamente lo è già da molti anni. La scuola è così buona perché tra lui e il maestro regna una stretta armonia. Ma non é uomo di città. Sente che deve tornare nelle sue montagne, nella sua Val Beldio. Sente che deve prendere moglie e renderla felice, crescere figli. Non è un artista maledetto che trova l'ispirazione nella contemplazione morbosa della propria infelicità. Arte e vita sono un tutt'uno per Kallos nel senso che vuole essere felice per dare felicità alla gente con la sua arte. una felicità guadagnata col sudore della fronte, una felicità reale, forte, frutto di lavoro, di rinuncia, di fedeltà.

Sente che deve camminare per ore e ore, d'estate come d'inverno finché la luce e i colori non lo investano. Cerca poidi renderne conto sulla carta. Mai soddisfatto del suo lavoro e mai scoraggiato tornerà domani con lo zaino nei posti che ama per dipingerli ancora e ancora. In quella conca solitaria, così lontana che non c'è neanche un uccello e dove si sente fuori dal mondo, vicinissimo all'altro mondo, tanto che basterebbe salire ancora venti metri per entrare in Paradiso.

Ogni giorno Kallos vede in modo più limpido, più puro. Contempla. E dipingere é sempre più difficile, perché quello che Kallos vede in questo mondo é sempre meno di questo mondo. Come si fa a dipingere il Paradiso? Kallos non si pone il problema. Dipinge quello che vede.

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Kallos dipingendo

E la gente semplice lo capisce. Ama le sue pitture. Pittura popolare, non perché volgare, anzi è sempre finissima, ma perché lo sguardo è semplice, e la mano sincera.

Kallos non fa mostra della sua solida formazione classica. Non si lascia prendere dalle mode e dalle novità a buon mercato. E' sempre se stesso. Per certi aspetti é un ingenuo, ma non un naïf, di questa ingenuità scaltra, tipica dei contadini e dei montanari, fatta di intelligenza fine e di cuore largo.

Quando Kallos fa dei ritratti predilige i suoi concittadini più miserabili, più abbandonati, quelli che la vita non ha risparmiati, e gli guarda con l'occhio del padre del figliol prodigo. Riesce a trovare e a mettere sulla tela la scintilla di umanità che cova sotto le ceneri della miseria morale o fisica. Questi sono ritratti non tanto psicologici quanto spirituali. Conforta pensare che probabilmente Dio vede questi uomini provati dalla vita come Kallos li ha dipinti. Questi ritratti sono una galleria di santi bevitori, derelitti, blasfemi. Ma tra i modelli, più di uno si é sentito capito nel più profondo e, dopo le sedute di posa, diventato amico, ha cambiato vita e ora assomiglia davvero al suo ritratto.

E' Kallos che ha detto : Se tutti si amassero, come sarebbe bello il mondo, come tutte le cose sarebbero belle!

Quando cercavo di immaginarmi Kallos, oltre che nella solitudine della montagna, lo vedevo volentieri attorniato da discepoli. In questa valle piena di artisti contadini, pensavo che un personaggio come Kallos avrebbe scelto un modo semplice, accessibile a tutti per aiutare i giovani ad indirizzarsi verso la pittura. Per essere libero da ogni legame, la sua scuola sarebbe stata gratuita. Kallos lavorava con chi voleva lavorare con lui, e basta. Gli allievi non dovevano appoggiarsi su di lui. Di proposito non correggeva gli sbagli. Non dipingeva le parti difficili al loro posto come un maestro è costretto a fare perché è pagato per questo. Non potevano pretendere niente da Kallos. I patti erano chiari. Anche gli allievi erano liberi, Non avevano un dovere di riconoscenza verso Kallos. Il Maestro non veniva alla scuola da benefattore ma da lavoratore che trova dei modelli e un atmosfera stimolante, propizia alla sua attività. Anche lui ci guadagnava. Alla fine della seduta esponevano tutti quadri e li guardavano insieme, approfittando delle critiche di tutti. E di volta in volta ognuno trovava la sua via.

Come Van Gogh, Kallos avrebbe desiderato fondare una casa gialla dove gli artisti della valle, e - perché no? - artisti di ogni dove, avrebbero trovato un luogo per lavorare e per sostenersi in tutti modi. Con Belamour fecero il giro della valle, per scoprire quale casa potesse avere questa vocazione. La casa di una comunità di artisti, legati dalla più intima fraternità nel consacrarsi alla bellezza eterna. Non che Kallos o Belamour pensassero ad una comunità di tipo monastico. Si sentivano laici, e pensavano che la bellezza di Dio poteva accomunare miscredenti e farne degli apostoli. Erano certi che un giorno o l'altro questo sogno si sarebbe avverato.

Certo la parola santità affascinava Kallos. Un suo zio, missionario in Cina era beato e gloria legittima della valle. Ma la Cina di Kallos era Val Beldio e i suoi innumerevoli artisti. Un popolo candidato alla bellezza. Amava e si faceva amare da tutti i giovani artisti tornati dalle Grandi Città, anarchici, anticlericali, scandalosi, pieni di idee, di rivolta e di sogni e, soprattutto, così simpatici! Kallos dava la vita per loro. Ascoltava, capiva, consolava, incoraggiava. Ma quanto avrebbe desiderato offrire loro una casa gialla!

La fonte di spiritualità e di ispirazione artistica di Kallos, la sua personale casa gialla segreta, sarebbe stata la sua amicizia con Stella Chiara, quella donna che il monaco cieco voleva che Belamour incontrasse. Era fiero di pensare che la famiglia di Stella Chiara era originaria di una piccola frazione della valle. Aveva una profonda venerazione per questa donna di Dio. Almeno una volta alla settimana, da vent'anni, dopo aver dipinto un quadro, si fermava ancora qualche minuto per dipingere anche un biglietto, sul retro del quale scriveva a Stella Chiara i pensieri che lo avevano accompagnato durante il lavoro. Stella Chiara risiede lontano. Kallos l'ha incontrato un paio di volte in vita sua sì e no. Ogni tanto risponde una letterina come questa : Carissimo Kallos, ti ringrazio dei tuoi auguri e anche di tutti i tuoi biglietti che mi portano il tuo costante ricordo e la profonda e gioiosa tua unità.

Mi rallegro per il successo della mostra!

E' segno che sai trasmettere nella pittura qualcosa di vero, che sazia l'anima, che sai donare il Gesù che vive in te.

Auguri, Kallos, perché tu dia sempre tanta gloria a Dio e a Maria.

Saluto te e tutta la tua famiglia. Con affetto, Stella Chiara.

Belamour rimase per un po' da Kallos. Dipingevano insieme, maestro e allievo l'uno dell'altro. Il ragazzo, per il solo fatto della sua giovinezza, portava le istanze della pittura ancora tutta da scoprire, quella del futuro; l'anziano portava l'esperienza della maturità artistica; il giovane aveva paura delle proprie innovazioni; l'anziano non conosceva tabù e lo spronava a dare tutto senza indugio.

Lo strano e fruttuoso sodalizio fu interrotto da Kallos medesimo che mandó via Belamour come un padre deve fare, come un uccello butta fuori dal nido l'uccellino perché voli con le proprie ali. Belamour lasció Val Beldio con la nostalgia di chi lascia la patria ideale. Poco tempo dopo incontró finalmente quella che il monaco cieco voleva che incontrasse, la donna di Dio, Stella Chiara. Da quel giorno la vita di Belamour trovó il suo significato... ma questa è un'altra storia...

Quando cercavo di scrivere il racconto di Belamour, mescolavo finzione con realtà, come si addice a uno scrittore che si rispetti. Ma non avrei mai pensato quanta realtà ci fosse in quella finzione. Kallos, il pittore del Bel Dio, esiste, l'ho incontrato! E' vivo e vegeto. Ha gli occhi azzurri e le mani rosse e un po' di auto ironia nel sorriso. Alla sua età, e con quella gamba malata, saltella di roccia in roccia come un capriolo. Lo seguo a stento, soffio corto. Non ho più l'età di Belamour, io!

Un bel saluto!

Fine del raconto