Claire Morard

Tra le pieghe dell'anima

Il gorgoglio dell'acqua, nell'acquario. Che quasi accentua, col suo ritmo casalingo e rilassante, il silenzio cattedrale del salotto. E accompagna le parole di Claire. Io la ascolto, sorseggiando la tazzina di caffè che mi ha offerto. Capisco, lei preferirebbe tacere. Preferirebbe che fossero "soltanto" le sue opere a parlare… Ma io non sono un critico d'arte.
Sono un giornalista, quindi un po' per vocazione un po' per professione un ficcanaso. La faccio parlare. Poi ci alziamo. La seguo nelle altre stanze del piccolo alloggio. Togliendo il panno che le ricopre, mi mostra ad una ad una le sue tele. Altre sono appese alle pareti. Rimango in silenzio, anch'io.
È vero, di pittura non me ne intendo molto, probabilmente appartengo alla categoria di quelli che "non sanno guardare". Perché guardare è un'arte come le altre: come scrivere, come guidare, come amare, richiede apprendimento e dedizione.
Confesso che entrando nel suo appartamento ero interessato a lei, alla sua storia; m'accorgo invece che lei è più interessata alla sua opera che a sé stessa.
Comprendo: forse non c'è grande differenza fra esse: sono la stessa cosa, o vorrebbero esserlo.
E rimango un po' di stucco, come di fronte a qualcosa di casto e misterioso: perché quello che mi sta mostrando, non sono solo colori ad olio su tele, come quelle che dice non sono solo parole. Sono frammenti della sua anima.
Mi mostra dipinti nei quali domina il bianco: una paziente e delicata ricerca di ciò che in ogni cosa passa e la rende simile alle altre; di ciò che di morte c'è dentro ogni vita, ma anche di ciò che di resurrezione c'è in ogni morte. Poi, tele nel quali spadroneggia il nero: un nero intenso, addentrandosi nei meandri del quale, in mille impercettibili e tortuosi percorsi, si scopre nelle profondità del dolore spiragli di luce… Mi vengono alla mente le parole del cardinale Lustiger, quando diceva che non c'è solo l'arte sacra, ma anche un'autentica sacralità dell'arte.
Sì. C'è chi dipinge col cuore, chi con il cervello, chi con le mani, chi con le viscere. Claire appartiene a quella rara categoria di artisti che dipingono con l'anima. E dell'anima lei ricerca le pieghe più intime. Che s'intravedono solo in certi momenti, in particolari condizione di luce; o d'oscurità. Che richiedono fulminea intuizione o grande travaglio.
Li guardo… i quadri di Claire provocano a loro volta la mia anima: quasi mi costringono, con forza, a entrare in essi, a intrufolarmi in quelle lievi sfumature, fra quelle pieghe del medesimo colore, in quelle sottigliezze, in quelle nuance così care a Verlaine. Ha ragione Claire: "La pittura è il modo più silenzioso che c'è di esprimersi, ma con esso si può gridare".
Ritorniamo a sederci in salotto, che è anche il suo studio di pittrice.
Mi racconta. Lei lavora lì. Lo spazio non è molto. Ci sono i tre figli, il marito, e quella stanza la usano un po' tutti. Lei dipinge - ovviamente quando può, con i tempi che le permettono gl'impegni di famiglia - e mentre dipinge i ragazzi passano, studiano, giocano; lì c'è anche la piccola televisione. Loro si sono adeguati a quella mancanza di spazio, lei s'è abituata a lavorare in quel posto così poco raccolto. Cosa che stupisce.
Perché, quasi per contrasto, la sua pittura è tutta raccoglimento. Riservatezza.
Intimità nella quale ella riversa la sua ricerca, i fallimenti e le conquiste della sua anima.
In famiglia sono tutti contenti che lei dipinga; sanno quanto sia importante per lei. "Mi ha fatto piacere quando mia figlia, entrando un giorno in salotto e vedendomi con grembiule e pennelli dopo un po' di tempo che non dipingevo ha esclamato: "Ah, mamma, così sei proprio tu! Sono contenta"". Continua: "Mino, mio marito, ha sempre condiviso i miei sforzi e anche quando c'è stata qualche difficoltà economica è sempre stato il primo ad incoraggiarmi… Così anche senza i colori e i pennelli migliori ho sempre potuto portare avanti questa passione ".
Una passione nata… "beh, da sempre", confessa. Da quando, bambina, accompagnava il padre, commerciante il legname, nei viaggi di lavoro: dal finestrino dell'auto contemplava contemplava gli incantevoli paesaggi intorno ad Annecy - di laghi, montagne, cieli, nuvole, verde e legno di alberi. È stata la bellezza di quei posti della Savoia a far nascere in lei un certo naturale amore per il "bello"?
Si ricorda un piccolo segno: alcuni riproduzioni di pittori impressionisti che le regalarono il giorno della prima comunione. Un regalo che le toccò proprio il cuore. Una passione, quella della pittura, che sembrava poi per sempre accantonata, quando decise di non iscriversi all'accademia delle Belle arti, ma di frequentare studi sociali. Una passione che sembrava definitivamente persa, quando a 18 anni lasciò la natale Savoia. Ma poi - dopo il matrimonio, il trasferimento in Italia, dopo l'incontro con Dio, che, dice lei "era lì ad aspettarmi " - una passione ritrovata. Claire ricomincia a dipingere. Frequenta un corso, e quando entra nello studio del maestro, l'odore intenso di pittura la sopraffà. Il richiamo della vocazione.
Come succede all'attore, che sente vibrare il sangue nelle vene al rumore delle assi del palcoscenico che scricchiolano sotto le sue scarpe.
Poi l'incontro con altri artisti che condividono le sue idee e la sua ispirazione, e con i quali da alcuni anni cerca di portare avanti un discorso artistico.
"Qualcuno dice che la mia pittura è un po' difficile. Ermetica ", suggerisce Claire. "Devo ammettere che più delle critiche degli esperti, mi rende felice quando qualcuno trova "qualcosa" nella mia arte. Come quella signora che mi ha detto: il tuo lavoro è una meditazione.
A volte me lo chiedo: l'arte dovrebbe comunicare, e io, comunico sì o no? La mia arte comunica? Sinceramente non so, vedo che alcuni capiscono, altri no… Ma quello che mi preme di più non è l'essere preoccupata se quello che faccio piace o no, ma lavorare come un atto di fedeltà a me stessa. Ricercare sempre l'autenticità dell'atto". Michele Genisio

 

Blanc silence.jpg (81310 byte)

Blanc silence

Il formato, la disposizione geometrica lo riallacciano al dipinto; la riverberazione argentea, le incisioni, la presenza di tracce di un rosso raggrumato a mattone, lo riallacciano ai dipinti precedenti.Persiste la presenza di un quadrato, sfasato rispetto all'insieme del dipinto, segno di un allentarsi delle considerazioni logiche; all'interno di esso compare una figura direi sferica, più che rotonda: troviamo un'eco singolare e lontana con il dipinto a), dato dal bordo del quadrato leggermente sottolineato, e dall'eco che ad esso fa la traccia sommersa del rosso raggrumato. Questa sfera ha la diafana consistenza della luna in una notte di nuvole leggere, è l'apparizione di un cosmo lontano ma presente, su di una superficie dove le "zone" sono in piena dissolvenza in un colore che non esiste, ma dal quale risuona ancora l'argenteo, percorso da incisioni, grumi, segni senza orientamento o disposizione.La tensione si allenta, le pretese e gli interrogativi si fermano alla constatazione dell'unità percettiva, alla scoperta di una coesistenza totale nella luce di ogni opposto. Il tessuto, il "muro del pianto" originario si è assottigliato fino alla trasparenza di un velo che ha lasciato vedere da cosa esso sia illuminato: è un astro, lontano, non raggiungibile, ma è una promessa, è un nucleo unitario, una condensazione del tutto. Antonio Zimarino

Il muro del.jpg (98585 byte)

Il muro del pianto

E' il dipinto da cui scaturisce una riflessione che si esprimerà in una serie di altre pitture: esso è la prima intuizione di un problema: quello della condizione dolorosa fondamentale dell'esistenza.Il problema viene esposto da particolari scelte formali che ricorrono e si evolvono nella serie di dipinti successivi: diversità di tratteggi, tonalità livide, incisioni nella materia pittorica, zone con diversa concentrazione di colore e di materiali, tonalità argentee e rosso - mattone ( più sanguigno, raggrumato).

Una simile molteplice e infinita stesura entro uno spazio delimitato suggerisce l'infinita varietà di immagini, di aspetti che rappresentano la sofferenza della condizione umana e incidono all'interno della coscienza. La scelta dell'"informale" è strutturale a questo tipo di meditazione che non vuol essere rappresentazione ma riflessione intorno ad una percezione interiore. Non c'é ne spazio ne tempo nell'anima: questa sensazione dell'immanente presenza del dolore non può essere delimitata dalle forme, non può essere storicizzata nello spazio e nel tempo, ma si da, da se, immanente e presente, tanto dentro se stessi quanto fuori, in ciò che si percepisce.Eppure tutto ciò non è dato come dramma passionale, ma come una constatazione effettiva di un "problema", di una presenza imprescindibile che risveglia una sensibilità diversa. Questo è dato formalmente dalla presenza di una zona bianchissima del dipinto, minoritaria rispetto alla varia riflessione del dolore- colore del resto della superficie.

Questo bianco assoluto ha la stessa immanenza, massiccia, profonda del resto della superficie: è un bianco pastoso e materico, delimitato minoritario, ma che è lì per una ragione altrettanto determinante: è la raccolta, la condensazione di tutte quelle riverberazioni che sono presenti all'interno della "area dolorosa".

Questo dipinto è dunque l'enunciato, l'identificazione di un problema esistenziale profondo che interpreta la condizione umana come la dinamica del dolore verso il suo senso. Antonio Zimarino

La mia notte.jpg (58221 byte)

La mia notte non ha oscurità

Si precisa una forma geometrizzante, vagamente tetragona ma libera, quasi fluttuante. Il fondo bianco gessoso non definisce una zona esterna, ma è lo stesso colore materia da cui scaturiscono dei cenni cromatici ormai costanti della serie: il rosso mattone, i toni nero argentei. Dentro la forma non ci sono forme, ma tante "scalfitture", incisioni, tracce di molti accadimenti, sommersi eppure raffioranti.

E’ una pacificazione avvenuta, ma non statica: non esclude la "ferita", la comprende, la raccoglie come segno prezioso della stessa propria identità. Non c’è niente da negare o da rifiutare, ma tutto da vivere e da comprendere dentro la propria identità; renderla leggibile, su di uno sfondo che è fatto della stessa materia pittorica dell’interiorità racchiusa. Antonio Zimarino

La notte non ha.jpg (75921 byte)

La mia notte non ha oscurità

E’ l’estensione universale della precedente intuizione: la struttura tetragona compare assoluta eppure fusa all’interno di un colore che non è ne bianco ne nero, che è la somma di tutti i colori e le tecniche intervenute in questo percorso. Un assoluto sull’assoluto, una indistinzione distinta, una ricapitolazione del problema. Non c’è nient’altro se non l’unicità della condizione umana che si staglia sullo stesso infinito profondo colore di cui essa stessa è fatta. Essa va a riconnettersi con un ciclo cosmico che tiene dentro di sé tanto la chiarezza quanto l’oscuro … e questo strano accordo realizza il chiarore lunare di quell’astro intravisto nel "Blanc silence". Antonio Zimarino