Identikit di un Volto

Verona, 1 dicembre 2000

 1) La stazione della metropolitana di Maalbeek

Quando mi è stato chiesto di partecipare in quanto pittore a questa tavola rotonda dedicata al Volto sono stato felice perché il volto è per me una fonte perenne di ispirazione. Solo che dovevo parlare del volto e non dipingerlo. E questo mi è decisamente più difficile. Pero mi è tornato in mente la stazione della Metropolitana di Maalbeek a Bruxelles.

Qualche mese fa sono tornato in Belgio dove ho vissuto per un quarto di secolo invitato da un gruppo di amici che ho conosciuti quando erano ragazzi e che volevano festeggiare i miei sessant'anni.

Così ho ritrovato tra gli altri Henk De Smet ormai padre di figli grandi come lui quando l'avevo conosciuto e architetto di fama internazionale.

Mi ha invitato a visitare la stazione della Metropolitana di Maalbeek quasi finita, progettata da lui con l'architetto Paul Vermeulen e con un bravo pittore belga Benoît Van Innis.

Durante il tragitto nella Metropolitana Henk mi ha spiegato da dove veniva l'ispirazione di questo progetto. Nei primi anni settanta, avevo raccontato un esperienza mia fatta proprio nella Metropolitana. Da pittore appassionato dai volti, avevo sempre desiderato conoscere il Volto dei Volti, il volto di Cristo. Ma un giorno mi era venuto in mente di cercare questo volto in ogni volto.

Mi sono detto: se Gesù è presente in ogni essere umano, devo poter trovare in ognuno almeno un tratto del suo volto in modo da poter ricostruire tutta la sua immagine in modo abbastanza preciso, come fa la polizia per i delinquenti. Devo poter fare l'identikit di Gesù.

Ero seduto in una vetture della Metropolitana, era tardi nella sera. I viaggiatori erano stanchi, qualcuno ubriaco, altri quasi inquietanti nella luce glauca, tutti di una disperante banalità.

Nessuno poteva pretendere di servire da modello per una icona del più bello tra i figli degli uomini.

Per una sorta di sfida intellettuale, morale e estetica nello stesso tempo, mi sono forzato a dettagliare ogni compagno di viaggio per cerare un particolare degno di entrare nell'identikit di Gesù. E devo dire che con stupore e con un sempre maggiore entusiasmo ho trovato in tutti fino al barbone, alla prostituta, all'operaio assonnato, alla madre prosperosa allattando, al travestito dal trucco colato dal sudore, alla copia che si baciava spudoratamente, ho trovato almeno un tratto di quel volto.

Questa esperienza aveva inspirato il progetto di Henk e questa stazione della metropolitana ne rendeva conto.

Infatti Benoît aveva realizzato per i lunghi muri della stazione propriamente detta dei visi monumentali disegnati con pochi tratti neri su mattonelle bianche (un chiaro e voluto omaggio a Matisse della cappella di Saint Paul de Vence), mentre per i due hall d'entrata aveva disegnato gruppi di persone qualunque.

L'intervento di Henk aveva la sobrietà estrema giunta ad l'umiltà a raffinata e la chiarezza folgorante che sempre caratterizzano le sue opere.

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Questa stazione della Metropolitana, omaggio fervido all'uomo qualunque, luogo pregno di sacralità quotidiana, è un piccolo Tabor sotterraneo dove, scommetto, tanti viaggiatori saranno tentati di fermarsi per meditare e contemplare, lasciando passare i treni.

2) Il Volto

Sei anni fa, dopo ventiquattro anni passati in Belgio come responsabile del movimento dei Focolari, ero stanco e ho dovuto riposarmi. Un grande amico mi ha invitato a passare un periodo di vacanze in una cittadella del movimento in Croazia, già indipendente, ma ancora in guerra. La Mariapoli Faro era gremita di rifugiati provenienti da tutte le regioni dell'antica Yugoslavia. C'era tanta sofferenza e tanta solidarietà.

L'amico Ivan Bregant voleva farmi dipingere. Non ero nella condizione mentale favorevole, e, per via della guerra, mancava il materiale. Ho trovato un vecchio lenzuolo, sporco, strappato e qualche resto di pittura. Ho dipinto.

Un altro amico, Bostian, sorpreso del mio lavoro, pensò che dovesse esistere, da qualche parte, il secondo lenzuolo del paio. Trovato, pulito, stirato, me lo consegnò per un altro capolavoro. Era consumato, bucato, sbrindellato, da buttare. Ero desolato. Come non disilludere Bostian?

Guardavo con angoscia il relitto che si sfilacciava, e mi venne in mente Gesù Abbandonato. Anche lui era crivellato di ferite, sfinito, consumato, logoro fino alla trama, anche lui si sfilacciava. Consummatum est. Doveva essere possibile dipingere proprio su questa tela così ridotta, perché così sfilacciata e logora fino alla trama, il viso piagato, di chi è al centro di ogni mio pensiero, della mia vita, soggetto che si presenta sempre quando dipingo e quando scrivo.

Coccoloni sul vecchio lino disteso per terra, incominciai a dipingere. Era estenuante perché le poche vernici e il diluente che avevo potuto racimolare nel supermercato, vuotato dalla guerra, non si combinavano rendendo il lavoro quasi impossibile. Sudavo su questo sudario. Il viso in fuoco, le braccia stanche, le gambe indurite da crampi, vera icona del velo della Veronica che dipingevo, incurante del mio sfinimento, mi costrinsi a completare l'opera.

Senza sosta, per ore, dipinsi freneticamente il monumentale viso sanguinante, brutto, di un uomo dei dolori, un uomo fatto a brandelli, la fronte bucata da lunghe spine nere, le guance tumefatte, le spalle lacerate dalla frusta.

Ma sul finire della giornata, con stupore, mi accorsi che per la scelta dei colori che mi era stata imposta dalla penuria la tonalità generale della tela non era di lutto ma di felicità. Senza accorgermene non avevo dipinto l'Abbandonato, ma il Risorto. Due icone opposte unificate. Il Risorto, con le stigmate dell'abbandono.

Finora erano due immagini distinte, dittico contrastante. L’Abbandonato e il Risorto. Avevo dipinto - ed era la prima volta - il Risorto con le stigmate della passione e della morte.

Ero sgomento e felice.

Guardando a lungo quella pittura che avevo fatto con le mie mani, capivo l'esperienza estetica di questo secolo come un approfondimento della comprensione di cos'è realmente la bellezza, e perciò di cosa sia l'arte.

La Bellezza eterna si è fatta uomo in Gesù. Ha vissuto tutte le vicende della vita umana, le più sublimi come le più banali, le più gioiose come le più dolorose, fino all’abbandono, alla morte. Fino alla risurrezione.

A volte nell’arte contemporanea la bellezza è ridotta ad un grido inarticolato, ma così si esprime nel modo più totale. Da a noi il suo Spirito.

Sembra morta, seppellita sotto la pietra del brutto. Ma il terzo giorno la tomba è vuota. Qualcuno ci dice che è risorta e che ci aspetta.

Cammina con noi. Ci parla. Il cuore ci arde in petto. Si fa tardi. La fermiamo a cena, ma gli occhi si aprono nel momento che sparisce. La bellezza risorta non appare mai: sparisce, si nasconde nell'anonimato dell'uomo qualunque, nel banale, nel quotidiano. Il sole tramonta, lasciando posto alla luna, Maria, riflesso della bellezza risorta, sempre presente lì dove la bellezza è sparita, per guidarci a lei.

La bellezza è sulla riva del lago, irriconoscibile. Un occhio puro l'intuisce e ci apre gli occhi. Ci buttiamo nell'acqua, e la bellezza nutre la nostra mente e i nostri sensi, col pane cotto sulla pietra calda.

La bellezza salita con noi sulla montagna è elevato in alto sotto i nostri occhi e una nube la sottrae al nostro sguardo.

E poiché noi stiamo fissando il cielo mentre ella se ne va, ecco due: "Perché state a guardare il cielo? Questa Bellezza, che è stata di tra voi assunta fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete vista andare in cielo".

E noi, sulle vie del mondo, ci ricordiamo le sue parole di congedo: Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente.

Michel Pochet