Testimonianza dell’architetto

Carlo Fumagalli

 
Attorno agli anni sessanta mi capitò di visitare la chiesa dell'autostrada del sole, a Firenze, accompagnato dallo stesso progettista, l'architetto Giovanni Michelucci.

Rimasi affascinato da quella singolare figura e mi conquista quel suo continuo guardare alla natura, alla quale si dichiarava debitore, quasi volesse carpirne il segreto delle proporzioni e la bellezza delle forme. La sua ricerca dell'unità nella natura, dove ogni particolare vive in rapporto a tutto il resto del creato, mi appariva tanto più viva e interessante della ricerca di proporzioni fatta attraverso regole geometriche.

Sono gli anni in cui conosco il Movimento dei Focolari e la spiritualità di Chiara. Appassionato della mia professione, mi venne spontaneo tentar di verificare se fosse possibile attingere a questa spiritualità un nuovo modo di avvicinarsi alla progettazione.

Anche Chiara guarda alla natura e nella correlazione tra le parti scorge l'impronta della mano di Dio. Ma guarda di più all'uomo e nella correlazione tra uomo e uomo vede possibile -   perché lo riscopre nel Vangelo - la presenza stessa di Dio.
Lei stessa ne coglie il riflesso sull'architettura. Significativo quanto dice in una sua conversazione che risale al '55, parlando della casa: "...sarà bella come è bella la natura, con un'armonia, se vogliamo, ancora più armoniosa: sarà espressione, oltre che del genio di Dio, che ha creato la natura, anche del genio di un altro Cristo, che siamo noi".

Sovente mi sono soffermato a meditare su queste parole. Molte volte mi sono chiesto dove trovare e come vivere nel progetto quell'armonia, espressione del Cristo che è in noi.
Ricordo alcune tappe di questa ricerca. Particolarmente significativi sono stati per me due lavori in Africa:

Una chiesa in Camerun, tanti anni fa, nel cuore della foresta tropicale. Il contatto con un popolo caratterizzato da uno stile di vita scarnificato di ogni superfluo, mi portò a riflettere sull'essenzialità in architettura, su quanto sia più bella e più armoniosa una costruzione libera da inutili sovrastrutture, che non hanno nulla o ben poco a che fare coi valori veri dell'uomo.

E una cattedrale in Kenya, tutt'ora in corso di costruzione, che progettavo proprio quando Chiara, in occasione di un suo viaggio in Africa, parlando di inculturazione, disse: "inculturazione è farsi uno, che significa tagliare completamente la radice della tua cultura ed entrare nella cultura dell'altro e capirlo e lasciare che si esprima, finché l'hai compreso dentro di te, e quando l'hai compreso, allora sì potrai iniziare il dialogo con lui".
Un atteggiamento, che può essere assunto anche come punto di partenza di ogni progettazione.

Un ulteriore spunto di riflessione è stato per me ciò che Igino Giordani, reduce da
un viaggio a Trento, scrisse sulla sua visita al focolare di Chiara: "Fui rapito dalla purezza semplicità, eleganza che era in quelle stanze, nude come celle di cappuccini, ornate della virtù di chi le abitava e da un naturale istinto d'ordine e nitidezza. Ci viveva Gesù, le focolarine vivevano con Gesù".

Giordani aveva colto la correlazione tra la vita e le mura che la contenevano. Di più: aveva colto che la vita, che qui aveva il sapore della Trinità, può in qualche modo trasmettere il divino anche ai muri.

Mettere in luce il divino che c'è nell'uomo e tra gli uomini. Ecco la novità. Non si tratta più di guardare all'uomo soltanto per soddisfare le sue esigenze, per fare dell'architettura funzionale, qui è molto di più.

Chiara non ci insegna a fare una nuova architettura, ma nella sua spiritualità, che ci propone un nuovo modo di essere, di vivere, possiamo cogliere anche un nuovo modo di progettare. Un nuovo metodo, che parte dalla valorizzazione dell'individuo nella sua completezza umano divina e fa di quel continuo confrontarsi, uomo con l'uomo, uomo con l'ambiente e con la natura, l'oggetto primo della ricerca progettuale, la quale lì può attingere quell'armonia che ha le sue radici in Dio.

Nel mio lavoro ho cercato soprattutto di sondare questa strada. Oggi, dopo anni, sento di poter affermare che, perseguendola, si potrà dare all'architettura una nuova impronta, una nuova dimensione.