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L'altro antifascismo.
Andrea Paganini
Sono molti i motivi per cui Igino Giordani (1894—1980), è un personaggio tutto da riscoprire: politico, giornalista, scrittore, cristiano, apologeta, polemista, in ogni campo questa figura affascinante ha lasciato impronte forti, in parte ancora da riportare alla luce. Nato a Tivoli in una famiglia povera, Igino Giordani cominciò a studiare come autodidatta e una borsa di studio gli permise gli studi e il conseguimento della laurea. In un comizio guerrafondaio per protestare contro la guerra, rischiò il linciaggio. "Si rendeva conto che i frutti della vittoria non sarebbero toccati a coloro che avevano più diritti, ma a coloro che avevano più cannoni: in ultima analisi non sarebbe stata la giustizia a trionfare, ma la violenza"
[1]
. Ma, pur ritenendola assolutamente assurda, dovette prender parte alla prima guerra mondiale. Afferma di non aver mai indirizzato "la canna del fucile verso le trincee avversarie, per tema di uccidere un figlio di Dio"
[2]
. Non si trasse però indietro di fronte ad azioni pericolose ed il 7 luglio del 1916 il suo gruppo venne preso di mira dagli austriaci e lui fu ferito gravemente. Proprio lì — ironia della sorte — ricevette la medaglia d'argento al valore militare.
Non fu un politico inquadrabile negli schemi di partito e non fu organizzatore di "correnti"; collaborò con molti antifascisti, fra i quali gli furono particolarmente vicini Sturzo, Donati, Gobetti e De Gasperi. De Rosa lo giudica "uno dei più cari e intelligenti collaboratori e amici"
[3]
di Sturzo, "una delle voci più forti che si ribellarono alle leggi della tirannia fascista"
[4]
, ed invita gli altri storici ad ampliare il raggio di ricerca sulla sua attività. È uno stimolo a far luce dietro una cortina di silenzio che per molti anni si è calata su un aspetto rilevante dell'antifascismo. Giordani era un personaggio scomodo anche per chi gli stava vicino politicamente, e qui credo di poter individuare uno dei motivi di questo silenzio...
Eppure in questa cortina si intravede una breccia aperta da numerosi studi su Giordani recentemente pubblicati; si direbbe che gli storici si siano scossi dall'assopimento ed abbiano cominciato ad intuire il valore del contributo politico, morale e culturale di questo personaggio e della sua "intransigenza etica, popolare e cristiana di fronte al fascismo"
[5]
.
L'altro antifascismo: l'"altro", perché è un antifascismo poco ricordato, spesso soltanto sfiorato da molti storici; l'"altro", perché le sue radici sono diverse, religiose e politiche insieme; l'"altro", perché si differenzia nei metodi: non una resistenza armata, ma una resistenza intellettuale, morale, culturale, poggiata sulla fiducia nella ragione. Siccome l'antifascismo di Giordani si espresse soprattutto attraverso la stampa, cercherò anche per quanto possibile di lasciar parlare i suoi scritti, citando passi di articoli e di libri da lui pubblicati.
Tra i "liberi e forti" con Sturzo
La sera del 18 gennaio 1919, attorno a don Luigi Sturzo si costituì un nuovo partito, il Partito Popolare Italiano. L'autorità ecclesiastica aveva fino ad allora invitato i cattolici italiani a non occuparsi di politica e quando in quell'anno, malgrado la "questione romana" irrisolta, tolse ufficialmente il non expedit , il fascismo stava già crescendo. Il PPI divenne presto un partito di massa e riscosse un vasto successo nel movimento dei lavoratori. Per la loro tendenza popolare socialmente molto avanzata e vicina ai lavoratori, molti membri del partito erano chiamati "bolscevichi bianchi". Già nel giugno 1919, il PPI contava 56.000 tesserati ed era sostenuto da molte cooperative, una ventina di quotidiani ed un centinaio di settimanali. Alle elezioni del 16 novembre di quell'anno i popolari ottennero 101 seggi su 508 ed entrarono già in primo piano nella vita politica italiana.
Igino Giordani, reduce di guerra e di tre anni di ospedale, aveva studiato fervidamente i classici della letteratura, storia, archeologia, ed aveva approfondito il pensiero politico e sociale moderno. Era anche un grande studioso dei Padri della Chiesa e, sfidando la dittatura di Mussolini, avrebbe riecheggiato Giustino affermando: "non mi curo che di dire la verità e la dirò senza paura di nessuno"
[6]
. Insegnante di lettere, sposato e padre di famiglia, sviluppò un vivo interesse per la politica e, come Sturzo, auspicava l'entrata dei cattolici nella gestione del paese. Annoverò fra i suoi maestri Santa Caterina da Siena, Manzoni, Rosmini, Gioberti, Ketteler, Windthorst, Lacordaire, Montalembert, Tommaseo, Sturzo, De Rossi ed altri fra i quali il "giovanissimo" mons. Montini.
Sturzo lo conobbe verso la fine del 1920 e lo coinvolse subito affidandogli un incarico nel settimanale del partito, "Il Popolo Nuovo". In Sturzo, cinquantenne, crebbe l'ammirazione e l'amicizia per questo giovane dalle eccellenti qualità umane, che divenne ben presto suo amico e confidente. Con lui faceva ogni giorno una passeggiata discutendo di libri e di politica ed a lui affidò importanti incarichi di carattere più culturale che organizzativo.
Alle elezioni del 1921, come già alle municipali del 1920, il PPI era andato bene (contava 107 seggi in parlamento), ma i fascisti di Mussolini occupavano le piazze, catalizzando l'insoddisfazione degli ex combattenti ostacolati nel ritorno alla vita civile con le delusioni del dopoguerra, il malessere suscitato dalla crisi economica e le concitate invocazioni di D'Annunzio. I "fasci di combattimento", gli "arditi della guerra", le "squadre militari d'azione", scagliavano brutali attacchi contro le sedi sindacali, le cooperative rosse (socialiste) e bianche (di ispirazione cattolica) con uccisioni, terrorismo e violenza. Mussolini, dopo gli scarsi risultati elettorali ottenuti, commentò comunque che i fascisti conoscevano anche altri metodi per prendere il potere; non sarebbero stati un gruppo parlamentare, ma una squadra d'assalto. Giordani ascese presto in prima linea nel partito di Sturzo. Tesini lo annovera, con il fondatore, Ferrari, Donati e Jacini, fra "i più rappresentativi esponenti" [7] del Partito Popolare e De Rosa afferma che "dignità, coscienza morale, coraggio civile" ne facevano "una specie di paladino della buona causa del popolarismo" [8] . D'Ambrosio lo considera una delle tre colonne sulle quali poggiava l'azione fervida della direzione del partito, "personalità pregne di alta spiritualità, da cui scaturiva la categoria politica intesa come estrinsecazione di fede vivissima, aliena perciò da ogni compromesso che potesse sminuirla... Chi fossero questi tre è facile dedurlo: Luigi Sturzo, don Giulio De Rossi, Igino Giordani, che per vie diverse forgiavano la linea del PPI" [9] .
A penna tratta contro il fascismo con Donati
Igino Giordani — testimonia Gonella — "amava il giornalismo inteso come milizia morale nella vita di ogni giorno"
[10]
. I suoi articoli propugnavano chiaramente la condanna e la più valida opposizione al fascismo. Sostenne l'incompatibilità tra cattolicesimo e nazionalismo, che definì "terribile semenza d'odio e di scismi nazionali"
[11]
,
attaccò già nel 1922 i ""blocchi patriottardi" che vedevano mescolarsi liberali, democratici, fascisti, agrari, industriali, opportunisti, riformisti e anche alcuni capilega socialisti"
[12]
, e già nel 1921 profetizzò che il nazionalismo avrebbe riportato alla guerra. Sollecitava il disarmo e relazioni fra i diversi Stati, ispirandosi — scrive Francesca Giordano — "ai principi di quell'universalismo cristiano che, senza rinnegare il sentimento di nazionalità, distingueva, però, l'amor di patria dal nazionalismo e promuoveva le istanze di pace e di fraternità fra i popoli"
[13]
.
Gli articoli che portavano il suo nome, e ancor più spesso uno dei suoi pseudonimi testimoniano un temperamento di combattente "adamantino, libero e forte, di eccezionale dirittura morale"
[14]
. Dei fascisti criticò l'indecente violenza della lingua che con sarcasmo definiva "dolce stil nuovo": "...il Nemico diventa abiezione da pugnalare, rivoltellare, strozzare; moribondo vomitante, scimmia disfattista, cloaca massima, barattolo escrementizio [...], sudiciume da spazzare, scopare, schiacciare, sventrare, scorticare [...], carogna, eunuco, vespa, serpe, gufo, degradazione, feccia, bastardume, schifo, stupro, democrazia (!), letame... e così di seguito"
[15]
.
Ma non si fermava a questioni di stile linguistico. Denunciò crudeltà e vandalismi, specialmente degli squadristi fascisti. Eccone un esempio: "A Roma i fascisti in torma hanno ferito una fruttivendola col coltello, rotti i vetri della Posta, gridato alalà e altre cose utilissime per salvare la Patria. Quindi, essendosi avanzato il figlio della donna ferita, naturalmente esasperato, i fascisti [...] hanno rivoltellato cento contro uno, idest fascisticamente, il giovane"
[16]
.
E commentando i metodi di quei cattolici che paventando il pericolo del socialismo si univano ai fascisti scriveva: "A chi si permette pensare col proprio cervello, la museruola; a chi cianci di libertà di pensiero [...] la gabbia. [...]. Contro il socialismo che livella animalescamente gli individui, avremo un regime che livella i cervelli: tutta l'Italia fascista"
[17]
. Non sarebbe passato un mese intero fino alla marcia su Roma!
Giordani rifiutava risolutamente ogni prospettiva di collaborazione tra popolari e fascisti e polemizzava: "il professore Mussolini sa conciliare il fascismo — cioè paganesimo in atto per l'esercizio che esso fa e predica della violenza, omicidio, incendio e prepotenza — con una manifestazione di cristianesimo, che è amore, perdono e pacificazione. Oh, uomo eccezionale!"
[18]
. Biasimava il comportamento di quegli uomini della destra del PPI (Grosoli, Crispolti...) che, allettati dai fascisti, voltavano le spalle ai principi del partito e stringevano compromessi col regime, pensando di poter governare coi fascisti e così ridurli alla legalità.
Prese di mira la formazione delle milizie fasciste: "...queste migliaia di armati sul suolo della patria comune a tutti gli italiani, per ammazzare... chi? gli Italiani! seguirà il trionfo; e si vedranno gli studenti bocciati in latino e in istoria ringiovanire le aquile romulee con le vittorie... su chi? sugli Italiani!"
[19]
. "Professor Mussolini, la guerra civile è sintomo di decadimento. Ci tenete? [...]"
[20]
.
Contro le prepotenze del governo e di Mussolini stesso, "il paravento, il nostro Catilina, il nuovo Alchimista..."
[21]
, la critica si fece più dura in merito alla riforma elettorale, Giordani difese con fermezza la proporzionale e rigettò quel "capolavoro di prestidigitazione offerto dall'on. Acerbo per cui il partito A con (putacaso) 2 milioni di voti guadagna circa 70 seggi, il partito B con un solo voto di più ne guadagna 356! con un voto! E la rappresentanza? Che si rappresenta così se non una farsa di cattivo gusto?"
[22]
.
Le elezioni del 1924 manipolate con brogli e intimidazioni (squadristi scatenati e istituzioni pubbliche addomesticate) diedero al "listone" di Mussolini la maggioranza (i famosi 356 seggi). Giordani, ancora giovanissimo, non fu eletto. "Nessuno mi conosceva — commentò più tardi —, né io potevo far nulla per essere conosciuto. E soprattutto si sapeva che i fascisti avrebbero allestito le elezioni coi manganelli tollerati da un governo impotente; e quindi gli eletti del PPI sarebbero stati meno di quanti meritavano"
[23]
. La rappresentanza popolare in parlamento, molto ridotta, come del resto quella di tutte le forze dell'opposizione, era in grado di esercitare scarsa influenza. Il PPI, con il 9% dei voti, era comunque il partito non fascista che ne raccolse di più, e la stizza degli adepti fascisti si manifestò nelle settimane successive alle elezioni con spedizioni punitive di scatenati incendiando e devastando sedi di partito e di giornali, circoli e cooperative cattolici. L'assassinio del socialista Giacomo Matteotti, rapito il 10 giugno di quell'anno, perpetrato perché il deputato aveva avuto il coraggio di denunciare l'uso di metodi violenti e intimidatori da parte dei fascisti, mostrava che cosa sarebbe capitato a chiunque avesse osato avanzare con coraggio opinioni critiche. Seguì da parte dei deputati dell'opposizione la secessione dell'"Aventino"; se da una parte essa servì a creare la solidarietà tra i partiti antifascisti, dall'altra portò a scarsi risultati perché non ne sorsero azioni concrete e mirate al fine di minare il potere del Duce.
La protesta più forte si levò da "Il Popolo", nato nell'aprile 1923 e diretto da Giuseppe Donati con a fianco Igino Giordani. Il direttore della testata condusse una polemica coraggiosissima in occasione degli assassini di don Minzoni (1923) e di Matteotti (1924). Denunciò il delitto dell'arciprete avvenuta ad opera di squadristi ferraresi per ordine del quadrumviro Italo Balbo e fu lui a presentarne le prove schiaccianti al processo. Dopo che l'opposizione disertò il parlamento, fu lui ad assumersi la responsabilità di accusare i mandanti dell'omicidio Matteotti, fu lui a stendere l'atto di accusa contro uno dei responsabili da lui identificato nel Senatore generale De Bono, allora direttore della Polizia Segreta. Morì in esilio nel 1931.
"
La battaglia, come saprà — scriveva Giordani a Sturzo (dall'ottobre del 1924 esule a Londra) — , ha raggiunto la massima asprezza contro il regime che ci delizia. "Il Popolo" tira fendenti poderosi"
[24]
. Gli articoli di Giordani scritti all'indomani dell'assassinio di Matteotti assunsero toni che possono sembrare incredibili. Il 15 agosto 1924 apparve l'articolo intitolato Arcigallo in finestra, accompagnato dalla scritta "Ai fiancheggiatori d'ogni risma: Viva la libertà. Noi siamo antifascisti!". Giordani si scagliò in esso contro un regime che diventava sinonimo di "ateismo", "abolizione della ragione", "polverizzazione della coscienza e della distinzione tra bene e male"
[25]
, ed ancor più contro la stampa filo-fascista che suggeriva ai cattolici di stare a guardare: ""non si capisce perché proprio nel campo cattolico debbano tentarsi allevamenti su larga scala di invertebrati", e continuava additando l'atteggiamento passivo di tale fetta di cattolici come "la immortale anima di don Abbondio" che andava predicando "l'abbosciamento graduale sino alla crispoltizzazione nazionale della specie cattolica", così che "noi cattolici dovremmo, nei casi in cui ci fosse da turbare i duci e i sottoduci viventi ‘pericolosamente’, abdicare alle ragioni primordiali della coscienza e ritirarci in canonica ad aspettare che spiova [...]. Se c'è da lottare non scappiamo. Nella lotta conflagrante è in gioco la patria e con la patria gli interessi ideali più augusti. Si capisce, il compito è duro: ne va la vita: pazienza""
[26]
. Lo sdegno dell'opinione pubblica dopo il caso Matteotti sembrò per un momento far vacillare il potere mussoliniano. Nel fondo de "Il Popolo" del 10 dicembre, dal titolo Nemesi, Giordani prevedeva che Mussolini ("quest'uomo tracotante", questo "politicastro") sarebbe crollato "anche mercé nostra, dal palcoscenico insanguinato del fascismo"
[27]
. Sul giornale parigino "Le Temps" lo storico Maurice Vaussard giudicò quell'articolo "d'une véhémence inhouie"
[28]
. Sebbene l'opposizione al fascismo era spesso pagata con una pallottola, Giordani fu fra i pochi giornalisti di allora che ebbero il coraggio di attribuire pubblicamente ai fascisti e a Mussolini la responsabilità del delitto Matteotti, definendolo non un atto isolato, ma una conseguenza dei loro principi. E a causa di tale atto fu radiato dall'albo dei giornalisti.
La crisi che il regime stava attraversando, fu ben presto superata col discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, nel quale il duce si assumeva la responsabilità morale, politica e storica di quanto era successo, aggiungendo che se il fascismo era un'associazione a delinquere, lui era il capo di questa associazione. Così fu sempre più la dittatura. La milizia fu mobilitata, ci furono perquisizioni, arresti, chiusure di sedi di partito dell'opposizione, nuove limitazioni alla libertà di stampa e di riunione...
La resistenza cattolica al fascismo non fu cosa facile. La gerarchia aveva appoggiato anche situazioni non democratiche in Austria, Spagna, Portogallo. Mussolini, la Chiesa non voleva eliminarla — non sarebbe stato né economico, né realistico —, ma il suo obiettivo era quello di strumentalizzarla, asservirsela, inserirla nel suo megalomane progetto totalitario. La sua politica religiosa prospettava una pace tra Stato e Chiesa come superamento "sia dell'anticlericalismo liberale e massonico, sia delle violenze del marxismo ateo. Ciò metteva in crisi il rapporto del PPI con il suo retroterra culturale ed elettorale, che infatti cominciò ad abbandonarlo, creando scissioni e cedimenti dentro il partito e fra i suoi parlamentari"
[29]
.
E, non a caso, i primi atti del fascismo al potere furono dimostrazioni di filo-cattolicismo di facciata come l'introduzione del crocifisso nelle scuole e il catechismo nelle scuole elementari, volti a mascherare la natura violenta e anti-etica del fascismo. A fianco di questi "formalismi sepolcrali", continuavano infatti violenze, devastazioni ed uccisioni nei confronti del Partito Popolare, delle associazioni cattoliche, degli esponenti del clero.
Mentre tra i massimi rappresentanti del cattolicesimo italiano ci fu chi accettò l'atteggiamento compromissorio della Chiesa, "diversa fu la condotta dei più notevoli intellettuali del mondo cattolico, che rifiutarono di uniformarsi al blocco del "clerico-fascismo" come subito lo definì Igino Giordani"
[30]
. Giordani, dalle colonne del "Popolo" di Donati, "sferrò attacchi temerari al duce, al "sottoduce" (Farinacci), al "duce fratello" (Arnaldo Mussolini), a Federzoni, ministro dell'interno"
[31]
. La sua polemica fu anche con il futurismo di Marinetti e soprattutto con il filosofo Giovanni Gentile, ministro della Pubblica Istruzione, che, con il suo neo-idealismo dello stato etico (stato-dio) come ultima istanza morale, giustificava ed esaltava l'uso della forza in politica. Il pubblicista popolare lo accusava di tentativi di "adulterazione" della morale cristiana e di teorizzare un cattolicesimo distorto coniugato con la sua "filosofia dell'atto puro".
Giordani cercava di smascherare il losco "baratto" per cui il regime faceva concessioni per sopprimere poi le libertà civili e incastrava la Chiesa tentando di ridurla a "instrumentum regni". "La libertà — scriveva — sia spirituale che politica non è ammissibile in sede di assorbimento totalitario. Ma volto al fine di inserire anche la Chiesa, [il regime] trova nella sua strada degli intoppi, primo la Gioventù Cattolica Italiana, che non entra nei ranghi dei Balilla [...] secondo e più immediatamente inopportuno il PPI. Da qui la guerra per eliminare questo ingombro"
[32]
.
Il fascismo aveva indotto al silenzio la Chiesa con la minaccia di attaccare le organizzazioni cattoliche. Senza il sostegno di essa, a don Sturzo non restava altro da fare che ritirarsi in esilio all'estero. "Una settimana prima della partenza [...] — ricorda Giordani —, mi chiese che gl'insegnassi un po' d'inglese"
[33]
... Le numerosissime lettere, "quelle salvate durante la tormenta del ventennio" [34] , della regolare corrispondenza tra il fondatore del Partito Popolare e il giovane amico, che funsero anche da tramite tra il "maestro" in esilio e i suoi collaboratori rimasti in patria, sono state pubblicate di recente da Paolo Piccoli in un importante volume. Da Tivoli, il 20 agosto 1924, Giordani scriveva all'amico in esilio: "qui imperversa il razzismo. Il paese è in pugno di quattro ragazzetti, che hanno per capibanda il ras Pollastrini Guglielmo e il pregiudicato Ragnoni Mauro, imputato di non meno di tre omicidi in persona di presunti comunisti locali: due figuri dai quali solo potrei aver noie anch'io. [E ancora aggiungeva ottimista:] Ma il paese è antifascista" [35] . Nel dicembre dello stesso anno, con la sua caratteristica ironia scriveva: "beato lei che non vede altro che camicie bianche, di bucato..." [36] . E il 2 luglio 1925: "Preme la tirannide più bestiale, perché esercitata con l'arbitrio più intelligente. E la rovina finanziaria è alle porte. Quando si è governati da pazzi" [37] .
Le ultime ore del PPI
Dal luglio 1924 Giordani era diventato direttore de "Il Popolo Nuovo", l'organo ufficiale del Partito, di cui dirigeva anche l'ufficio stampa. Ma il regime andava progressivamente reprimendo tutta la stampa popolare. Dal gennaio 1925, soppresso "Il Popolo Nuovo", Giordani diede vita al "Bollettino dell'Ufficio Stampa del PPI", ciclostilato clandestino scritto quasi interamente da lui, unica via di collegamento con le strutture del partito. Dallo studio di questo prezioso bollettino si può ricostruire l'ultima stagione del PPI e la sua resistenza. "Galati e Giordani, con i loro scritti del 1925, Sturzo nel discorso di Parigi dello stesso anno — afferma Tesini —, segnano lo sforzo ultimo di autocomprensione storica del partito nel momento della sua eclissi [...] e di fronte al suo più insidioso nemico, parzialmente esterno: il clerico-fascismo"
[38]
. De Rosa commenta il fatto che la stesura del "Bollettino" fosse stata affidata a Giordani, "intelligenza vivace, giornalista di grande temperamento, democratico per la pelle, personalità di forte spirito religioso e [...] per nulla amante dei compromessi", affermando che ad esso era assegnata una funzione di "riserva morale"
[39]
. Il 23 febbraio Giordani invitava i segretari provinciali del partito "a mettersi subito in contatto coi fiduciari degli altri partiti per la costituzione dei comitati (di opposizione) nei capiluoghi della provincia e nei comuni più importanti. [Prospettiva politica di emergenza, resa probabile dall'eventualità di nuove elezioni] per evitare la molteplicità delle candidature di opposizione di fronte al candidato di maggioranza"
[40]
.
La piccola pubblicazione fornì una lettura equilibrata degli avvenimenti politici del 1925 e criticò l'atteggiamento del regime rispetto alla libertà di stampa sostenendo varie manifestazioni per ripristinarla. In un'interessante nota informativa, Giordani tornò a parlare della possibilità e della liceità di un'intesa elettorale fra cattolici e socialisti ("socialisti alla Turati e quindi avversi al massimalismo rivoluzionario, si precisa") contro la "tirannide" fascista , già motivo di violenti polemiche: in caso di elezioni, non si tratterebbe di "schermaglie elettoralistiche e di pochi mandati", ma "di negare o concedere al popolo italiano il contributo del partito popolare per la riconquista dei suoi diritti politici e delle legittime e statutarie libertà, per la liberazione da una tirannia di partito che si sostiene colla forza dei violenti e conculcando i deboli, e per la ripresa d'una vita civile e normale, regolata dalle leggi e dalla giustizia"
[41]
. Esponente del cosiddetto "socialismo bianco"
[42]
, Giordani vedeva di buon occhio possibili accordi fra popolari e socialisti e, proseguendo in tono polemico, affermava: "Dicono: il socialismo è peccato; dunque votare per un socialista, in caso di intese, è peccato. Logico. Però anche il liberalismo è peccato. E quando lo si ritenne opportuno, le stesse autorità ecclesiastiche consentirono che i cattolici votassero per candidati liberali attraverso il patto Gentiloni [...]. E sì che i patti di una intesa (non è poi un'intesa?) odierna sarebbero di ben altro prestigio e validità pei cattolici, senza parlare del vantaggio indiretto di avvicinare con un legame di simpatia le masse socialiste alle nostre idee, disimpegnandole sempre più da pregiudizi anticlericali [...]"
[43]
.
Il 6 settembre 1925, in un rapporto al Ministero dell'Interno, il prefetto di Roma diede notizia di un numero del "Bollettino" sequestrato a Bari ("trattasi di un foglio dattilografato che viene redatto nella sede del Partito Popolare Italiano [...] ove vi è anche l'Ufficio Stampa diretto dal Prof. Giordani Igino [...], che viene spedito in busta chiusa ai segretari delle sezioni del partito ed ai settimanali"
[44]
). La pubblicazione veniva continuamente sequestrata dalla polizia del regime e il 24 febbraio del 1926 Giordani fu sottoposto a processo per violazione di un editto speciale sulla stampa.
Malgrado le varie intimidazioni e gli interrogatori, davanti alla minaccia dell'eliminazione del "Bollettino", Giordani, intrepido, scriveva a Sturzo: "Faremo delle... circolari, in sua vece"
[45]
. E le "Circolari dell'Ufficio stampa", clandestine, di contenuto antifascista, riservate ai dirigenti del partito, furono realizzate. Ma ormai lo spazio si andava sempre più restringendo e vari documenti testimoniano quanto Giordani fosse sotto controllo e temuto: il 18 agosto 1926 il capo della polizia, in una lettera al Prefetto della Questura di Roma, scriveva: "oggetto: Prof. Igino Giordani Via G.B. Niccolini 8, Roma. Da sicura forma fiduciaria è stato riferito a questo Ministero che Don Luigi Sturzo, il quale trovasi attualmente a Parigi, è in corrispondenza col sopraindicato professore, cui confida circostanza della propria attuale attività politica ed ora raccomanda che esca il primo numero d'un Bollettino, riguardante forse il PPI. Pregasi fornire accurate informazioni sul professore stesso, facendo accertare a quale bollettino stia egli attendendo e disponendo sulla di lui condotta un opportuno servizio di cauta vigilanza, riferendone ogni emergenza"
[46]
. Il 20 agosto "il prefetto reggente la questura di Roma informa che Giordani "è il principale compilatore delle circolari informative che di frequente dalla Direzione del Partito vengono diramate ai deputati, consiglieri sezionali e segretari provinciali"; il 28 agosto, lo stesso prefetto reggente la questura romana assicura che Giordani ha ordinato la stampa di 5000 copie del "Bollettino bibliografico" che sarà pubblicato il 4 settembre; il 26 settembre, in una nota del ministero per i prefetti di Milano e di Roma, si segnala che "a capo delle correnti dei giovani [del PPI] vi è il prof. Giordani, il quale è sostenuto, soprattutto, dagli estremisti di Torino, e cioè da quei giovani popolari che recentemente aderirono alla proposta dei comunisti per l'invio a Mosca di una delegazione operaia, sollevando proteste da parte della Santa Sede"; il 29 ottobre, sempre in una nota del ministero ai prefetti di Milano e di Roma, Giordani viene indicato tra i "principali sostenitori" di una "tendenza" emergente all'interno del PPI, secondo la quale " i vecchi esponenti del partito dovrebbero ritirarsi dalla politica militante e lasciare il posto ai giovani elementi che non hanno a loro passivo la responsabilità della coalizione aventiniana""
[47]
.
Mentre Sturzo era esule a Londra, cessato il periodo del "triumvirato" che gli era subentrato alla reggenza del PPI, nel maggio 1924 divenne segretario politico Alcide De Gasperi, col quale Giordani ebbe contatti quotidiani. Nell'autunno del 1924, una campagna di denigrazione contro De Gasperi aveva raggiunto l'apice ed egli sentì il dovere di reagire. Il trentino tracciò le idee essenziali del suo contrattacco e chiese all'amico tiburtino di pubblicarlo come di suo pugno. Questi pubblicò un libro
[48]
e vi antepose una violentissima prefazione che smontava "il castello delle menzogne fasciste"
[49]
. Egli respingeva sdegnosamente il "tentativo d'insozzare le figure più caratteristiche dell'opposizione aventiniana"
[50]
. "Per colpire l'avversario — scriveva —, non si sottilizza nella scelta degli strumenti adoperati; tutti sono buoni, in ordine al fine: morale machiavellica, che ha trovato i codificatori in Corradini e in Gentile [...]. L'on. Alcide De Gasperi ha di fronte al regime una colpa imperdonabile: è capo del più forte partito d'opposizione. Quanto basta perché formi il più esposto bersaglio di quel lancio di melma proiettato in varia misura e tempo anche contro gli altri oppositori: Amendola, Albertini, Turati, Giolitti, Orlando, Salandra e la medaglia d'oro Viola"
[51]
. Affermare "la miseria morale dei detrattori" e "la nobiltà civile del leader del popolarismo"
[52]
richiedeva una grande dose di coraggio civile per Giordani. L'organo del duce — come lui stesso riportava — affermava minacciosamente: "è evidente che quanti italiani si rendono solidali con l'on. De Gasperi sono traditori e oltraggiatori"
[53]
...
I suoi articoli apparsi sia su "Il Popolo" che su "Il Popolo Nuovo" causarono tale eccitazione ed erano così chiaramente la punta avanzata contro il fascismo che Piero Gobetti (futuro simbolo dell'antifascismo, malmenato e poi morto a Parigi nel 1926) accolse con entusiasmo la richiesta di Giordani di riunirli in un libro.
Rivolta cattolica
con Gobetti
Piero Gobetti, sebbene assai giovane, era già molto conosciuto per la sua originale elaborazione di un liberalismo sociale, che aveva espresso anche con alcuni accostamenti all'"Ordine Nuovo" di Gramsci, e che maturò con personali iniziative culturali, di cui la più nota è il settimanale "La rivoluzione liberale". I fascisti erano ormai decisi a toglierlo di mezzo, specialmente dopo il caso Delcroix.
"
Conoscevo il suo giornale, Rivoluzione liberale — racconta Giordani —, e, quando vidi lui, esile, roseo, dagli occhi profondi, ammirai quella sua serenità in mezzo a una lotta, da cui doveva uscire ferito a morte"
[54]
. Di lui avrebbe ancora scritto: "Povero, intelligente, aveva dato inizio a un liberalismo nuovo, di contenuto sociale, svincolato dai settarismi e dai conservatorismi del passato; e per questo avvicinava anche noi popolari e accoglieva nel suo giornale anche scritti di cattolici. Si sentiva libero e voleva rimanere libero"
[55]
. "Gobetti non indugiò ad inserire nella sua collana editoriale, accanto a Montale, Tilgher, Malaparte, Rea, Salvatorelli, Sforza, e Salvemini, anche i nomi di Giordani, Sturzo e Galati"
[56]
.
Dopo la spedizione squadrista che incise sulla già debole salute di Gobetti, Giordani gli manifestò la sua indignazione per l'arbitrio perpetrato "che — affermava — mi convince sempre più sulla natura "oscurantista" del fascismo"
[57]
. Esprimendogli la sua solidarietà, a proposito di "tale gazzarra" per la faccenda Delcroix, Giordani ne coglieva la strumentalizzazione e gli scriveva: "si tratta manifestamente di una speculazione politica mossa dalla fazione che ai mutilati destina non di rado il randello"
[58]
.
Il pubblicista torinese si espresse in termini di grande stima nei confronti dell'amico romano e, su "La Rivoluzione liberale", lo elencò a fianco di De Gasperi, Donati, Gronchi, Ferrari e pochi altri tra i componenti di una classe dirigente giovane, realistica, dalla mentalità nuova, che sa resistere "a tutti gli attacchi; [il PPI] è diventato un partito di molti giovani e di pochi preti [...c'è la consapevolezza di dover] resistere al fascismo [...] Mentre le classi dirigenti dei partiti italiani sono costituite di settantenni o di imberbi o di intellettuali, bisogna riconoscere che il partito di don Sturzo ha degli uomini nuovi abituati a trattar realisticamente gli affari di amministrazione e di politica"
[59]
. Ricorse a lui per consigli e informazioni, oltre che per chiedergli contributi per "La Rivoluzione liberale". Secondo Arturo Colombo "la consonanza fra Gobetti e Giordani è piena, completa, appena affrontano il giudizio, non solo politico, sul fascismo"
[60]
e Molinari afferma "Gobetti è un Giordani laico così come Giordani si può definire un Gobetti cattolico"
[61]
.
"
Ho scritto un lavoro dal titolo: "Contrattacco" (Polemica religiosa e politica) — ecco la proposta di Giordani a Gobetti —, in cui dalla posizione del cattolicismo e del popolarismo attacco il militarismo, il nazionalismo, e sopra tutto il fascismo e l'appendice clerico-fascista, eccitando uno spirito di conquista e di rivincita nella vita pubblica da parte dei cattolici popolari. Insisto perciò a rilevare le due anime della massa cattolica italiana personalizzandole nelle due figure di L. Sturzo e del Conte Grosoli: anima democratica, autonoma e clericalismo conservatore parassita"
[62]
.
Il titolo fu poi cambiato ed il libro uscì con il nome Rivolta cattolica; toccava temi politici e religiosi;
amalgamando polemiche argomentazioni politiche, culturali, sociologiche, ma, sorprendentemente, anche meditazioni spirituali e di mistica, incitava alla coerenza tra principi e vita cristiana. Fu un successo editoriale anche superiore alle opere di Sturzo
[63]
. Da ogni pagina del volume emerge la veemenza contro l'ideologia fascista ed il sorprendente presagio della sciagura dittatoriale. Spesso, scorrendo quegli scritti risalenti ai primi anni del fascismo, ho dovuto ripetermi: già allora... Già allora Giordani aveva saputo cogliere e combattere con tanta lucidità un fenomeno che, perverso e demagogico, per i più si presentava in modo suadente ed affascinante e con la promessa di risolvere ogni problema. Giordani nutriva con i suoi scritti "l'illusione di eccitare nel cuore dei giovani — giovani di cuore, ché vi sono ventenni già decrepiti nell'intelletto e nell'organismo — un impeto di rivolta. Rivolta cristiana contro la paganità saliente a fiotti, tanto più insidiosa quanto più tollerata, sotto mille facce ideali accompagnata da tutte le suggestioni, mollificante e suadente, che non urta i principii, non prende di petto, non offre punte o spigoli, ma vellica e avviluppa sinuosa e letargifera, fra compromessi e nuances "
[64]
.
Ed ecco lo stile scoppiettante, sferzante, ironico di Giordani. Tesini giudica la sua prosa "irruente, di intonazione vociana"
[65]
. Secondo Alatri, in essa si esprime "attraverso una prosa nervosa anche se molto fiorita, una opposizione al fascismo senza compromessi, pur se si tratta di una opposizione "essenzialmente spirituale" [...]"
[66]
. Sul suo stile duro e colorito, Giordani si espresse poi così: "Oggi che questo dono [la libertà] è di nuovo in nostro possesso, non riesce facile, a chi non si è trovato in quei frangenti, di capire la virulenza del vocabolario da me e da altri usato"
[67]
.
Molto disprezzava il comportamento di coloro che avevano paura di compromettersi, i "don Abbondio", chi mancava di nettezza e di coerenza nelle posizioni, chi "transige su tutto". Distinguendo poi tra "cattolici e cattolicisti", condannava i "filo-cattolici", la gente che, anticlericale e atea, "di botto, s'è messa a teologizzare, s'è cinta un cordone", sicché "il diavolo si fa frate, il bancarottiere si fa terziario, il libertino dà un braccio a sostenere il Vaticano"
[68]
.
Amareggiato per la divisione che si vedeva fra i cattolici di fronte all'avanzante fascismo, scatenò la sua dura polemica contro i potenti del regime, contro i vari Grosoli e Crispolti, contro i clerico-fascisti e le ambiguità e le viltà di alcuni popolari e cattolici. "Grosso modo, sono rimasti di qua i democratici, sono passati di là i conservatori, i quali hanno trovato nel fascismo il punto di precipitazione delle loro preoccupazioni sociali, economiche"
[69]
. E polemizzava con chi cedeva a compromessi: "mentre bolle una mentalità di confusione e perversioni si teorizza di odii sacri, di violenze morali, di paganità cattolica, di monismo religioso, di quadratura del circolo... Segreti dei tempi nuovi: si sfrutta la Chiesa, si combatte il dogma, si distruggono le opere della cristiana pietà: si bruciano Circoli nostri; si ammazzano preti; e dei cattolici apostolici (banco) romani applaudono..."
[70]
.
"
Questa specie di libro [...] ha uno scopo precipuo: richiamare alcuni principii cristiani di fronte alle più pericolose aberrazioni, sopra tutto di fronte al neo-paganesimo travestito da Arlecchino patriottico o filo-religioso o filosofico; eccitare nei cattolici un proposito di emancipazione, di riscossa, fondata sulla coscienza del loro essere e del loro valere"
[71]
. Invitava i cattolici ad "insorgere", a "vincere la loro debolezza organica e passare una buona volta al contrattacco, [ad erigere un argine] contro il paganesimo che monta, contro questa divinizzazione dell'Io che disintegra le molecole della società mentre tenta di ricomporle in un sistema da caserma", a "decidersi", a imparare a "pensare" e ad "agire", non ad "unirsi al successo, ma a provocarlo"
[72]
.
Vedeva come i due maggiori ostacoli fossero il nazionalismo e il fascismo. E se il fascismo è violenza la risposta doveva essere essenzialmente non violenta. E, spigliato, scriveva: "Non conosco cretino il quale non sentenzi: — La guerra c'è sempre stata e sempre ci sarà.— E finché a reggere le sorti umane ci saranno cretini, può essere che così sia"
[73]
. Occorreva "spezzare questa chiostra d'aberrazione", si proponeva come programma "l'antiviolenza, la non-violenza, con aspirazione cristiana a una fraternità di classi e di popoli, in cui non ci sia più posto neppure teorico per dittature"
[74]
.
Giordani riconosceva "la distinzione — che non è separazione — tra religione e politica"; ma la religione non si circoscrive né nei cuori dei singoli, né nelle chiese, "la fede non s'appende come una papalina stinta a un chiodo dietro l'uscio", ma deve uscire "nelle vie e per le piazze", nella convinzione che "il cristianesimo deve riprendere la funzione integrale nella società".
[75]
Accoglieva pienamente l'impostazione della lotta politica in una società pluralistica: "accettiamo come terreno di lotta quello della libertà e della ragione. [...] Non chiediamo privilegi, non crediamo in coazioni esteriori, che possono parere efficaci solo nella mente borbonica dei Ministri di Mussolini, acquistandoci con ciò il diritto di esigere che sulle nostre convinzioni e azioni non si eserciti la pressione violenta di un potere estraneo. Le convinzioni esistono quando sono libere di svolgersi, di esprimersi e concretarsi in organismi civili e sociali; altrimenti sono ipocrisie"
[76]
. "Resistere [...], al randello opporre l'idea, alla materia lo spirito, alla provocazione il silenzio: ma non cedere una spanna. Non ammettere un compromesso, né un abbandono della propria linea etica. Non dare quartiere. Cingere quest'orgia sbracata con un cordone sanitario di serietà, di studio [...]. Contro la dittatura affermare la libertà [...] Il compito è arduo. Occorreranno forse anni [...]. Ma di chi sa resistere e penare è la vittoria"
[77]
. Così scriveva nel capitolo intitolato La dignità dell'antifascismo. Tutto questo — scrive Sorgi — "era un vero manifesto della resistenza, intendendo per essa una realtà storicamente individuabile, come s'impegna a sostenere Carlo Danè: realtà morale ma anche politica, quale azione distinta dalla resistenza intesa come lotta armata di liberazione e quale "premessa necessaria" ad essa. La resistenza di Giordani era innanzitutto etica e culturale in nome della "dignità umana" che la dittatura "avvilisce""
[78]
.
Il fascismo "per la sua anima totalitaria, egocentrica, assorbente, non tollera forze isolate, incontrollate, fuori del suo geloso serraglio; vede di malumore una Chiesa, procedente libera [...]. I preti non debbono fare politica, ma nel senso preciso che non devono fare politica estrafascista"
[79]
. È possibile — chiede Giordani — cristianizzare il fascismo? "Il fascismo, per cristianizzarsi ha da rinunziare, non solo a velleità cesaropapiste, ma al suo spirito totalitario, di violenza, di amoralità, di delitto, d'illegalismo e di sopraffazioni operate senza discrezione di mezzi; ha da rinunziare insomma a tutta quella superfetazione d'istinti post-bellici che erroneamente o no, in linguaggio comune, si chiama fascismo"
[80]
.
Quello che emerge da Rivolta cattolica è un antifascismo etico, la polemica politica di Giordani nasceva sì dalla sua profonda fede, ma egli, laicamente, poneva "non la fede ma la morale quale ratio della sua battaglia politica"
[81]
. Prese le difese di Sturzo, indicando in colui che "chiamando in un'organizzazione politica autonoma i cattolici italiani, ha sanato, subito dopo la guerra, il dissidio tra coscienza cattolica e coscienza nazionale, inserendoli nella vita italiana con piena lealtà"
[82]
la via cristiana per la politica.
"
La Rivoluzione Liberale" di Gobetti, nel 1925, parlava di Giordani come di "uno dei più forti scrittori politici cattolici"
[83]
e di Rivolta cattolica scriveva: "è una sintesi di pensiero cattolico nuovo. Se ne può dissentire: ma non si può non ammirarne l'audacia polemica, la vivacità incalzante. In un mondo abituato a schemi scolastici questa è una voce nuova"
[84]
.
Secondo Cavalli, un uomo che lottò per la liberazione, il libro "fu assai più che un libro: [...] fu un breviario di pensiero e di vita, un testo fondamentale di propedeutica cattolica all'antifascismo e alla resistenza"
[85]
; Spadolini lo valuta "fondamentale per la sua generazione, per la generazione dei cattolici antifascisti"
[86]
e Molinari lo definisce "il vero manifesto dell'antifascismo cattolico"
[87]
. In breve i fascisti lo fecero scomparire dalla circolazione, ma per l'importante riscoperta del messaggio antifascista di Giordani, proprio quest'anno, il libro — lettura indicata e chiarificatrice — è stato ripubblicato.
L'avventura di "Parte Guelfa"
"
Pensiero, non chiacchiere. E soprattutto niente ipocrisie. Qui ci vuole franchezza, sincerità, combattività: costi quel che costi. Niente mezze parole, cioè espedienti logici, ambiguità di pensiero, mezzanismi tra il bene e il male, tra il sì e il no. Aborriamo il ni"
[88]
. Così, spiegando la linea editoriale, veniva presentata nel giugno del 1925 una nuova rivista che si proponeva un rilancio della coscienza democratica e antifascista delle giovani generazioni. Contemporaneamente alla pubblicazione di Rivolta cattolica, Giordani fondò con Giulio Cenci e diresse "Parte Guelfa". Ne motivò poi il nome col fatto che "guelfo per noi era sinonimo di antifascista, vedendo nei fascisti i ghibellini imperialisti dell'epoca nostra, messisi a raccogliere attorno ai poteri politici anche i diritti ecclesiastici"
[89]
.
Nel primo numero "Giordani e Cenci posero soprattutto l'attenzione sulla necessità dell'apertura intellettuale, in una visione europea della cultura, per eliminare ogni spirito nazionalistico che, secondo loro, era la vera matrice del fascismo"
[90]
. Nell'articolo Frammenti polemici Giordani afferma: "Il PPI ha restituito ai cattolici italiani la fiducia nelle loro forze. Si può formare la coscienza sociale cattolica prescindendo dall'opera e dagli scritti di Luigi Sturzo? No. E allora non prestarsi assolutamente ai ricatti, alle intimidazioni degli Iscariottidi; come pure smetterla, per... prudenza, di occuparsi solo di critiche al socialismo e liberalismo e passar sopra alla realtà più grave del nazional-fascismo"
[91]
. De Rosa vede nella rivista "una sfida alla tirannide e al buon senso di tanti cristiani o, come dice Giordani, "semicristiani" dell'epoca"
[92]
. "Tu combatti una buona battaglia"
[93]
, scriveva Sturzo a Giordani da Londra, anche se sollevava riserve sullo stile "papiniano". Giordani comunicava all'amico in esilio la sua grande soddisfazione per la calorosa accoglienza della rivista: "ha suscitato chiasso, entusiasmi e abbonamenti in numero insperato e imprevisto. Vari giornali se ne sono occupati [...]"
[94]
. " Il Corriere di Torino" parlò così della "nuova simpatica rivista": "l'iniziativa è simpaticissima: i propositi sono alti e nobilissimi, le penne ben forbite e lo stile abbastanza sbarazzino per attirare molti lettori, specialmente fra i giovani. Ma il contrasto con l'ambiente di compromesso e di transazione in cui siamo costretti è così forte e stridente che temiamo la nuova rivista debba avere una vita piuttosto burrascosa"
[95]
. Piero Gobetti, sul suo giornale, scrisse una nota di simpatia nei confronti di "Parte Guelfa": ""Rivoluzione Liberale" ha il compito di tenere il collegamento tra i nuclei di avanguardia di tutti i partiti. Importa che si formino gruppi di giovani nuovi capaci di vedere le cose modernamente a qualunque corrente d'idee si ispirino. La cultura cattolica ha bisogno come ogni altra di quest'opera di critica e di rinnovamento. Per questo lato è notevole l'esperienza che ci descrivono nella nuova rivista "Parte Guelfa" alcuni giovani scrittori cristiani, Giordani, Galati, Cenci, che hanno pure in qualche modo partecipato al nostro movimento. [...] I giovani di "Parte Guelfa" protestano contro [...] questa politica di sottomissione al più forte; vogliono identificare il loro spirito cristiano con uno spirito di libertà, di audacia disinteressata, di lotta contro ogni filisteismo e ogni parassitismo politico. [... continua citando la rivista:] "richiami disciplinari da pretese autorità ed autorevolezze non ne ascoltiamo perché ci siamo eruditi sulle fonti ed all'infuori del papa e della Chiesa non crediamo quasi a nessuno ed è perciò inutile che ci si vengano a dire certe cose che potrebbero impressionare tutti fuorché noi; abbiamo fegato fino al punto da prospettarci contumelie, prigionia e patibolo senza l'ombra del panico [...]""
[96]
. In agosto Giordani scriveva a Sturzo: "la rivista seguita a fare un chiasso indiavolato. Il bello si è che molti organi filocattolici hanno abbandonato per essa il "filo" e si sono espressi con un linguaggio podrecchiano inequivoco: come risultato chiarificatore non c'è male"
[97]
. Conclude Concetta Argiolas: "Nell'ultimo numero della rivista Giordani si rivelò quasi profetico, prefigurando già la Seconda Guerra mondiale e i pericoli derivanti dagli squilibri del Terzo Mondo. Egli presentò il nazionalismo come il nemico, lo "spirito angusto, turgido d'odio", che preparava una "imminente carneficina""
[98]
.
Le spericolate polemiche neo-guelfe attirarono la personale attenzione del capo del fascismo, come si rivela in un episodio portato alla luce da una ricerca di Fausto Fonzi e rilanciato da Mario Casella: "Proprio il numero di "Parte Guelfa" nel quale Giordani ha tracciato il suo "bilancio bimestrale" capitò nelle mani di Mussolini, che lo esaminò attentamente, sottolineò con matita rossa e blu frasi e parole (tra l'altro, mise un punto interrogativo e un punto esclamativo accanto ad una espressione di Giordani nella quale era detto che "la Chiesa è una madre: non una concubina"), e lo mandò ad Amedeo Giannini "perché segnalasse a Padre Tacchi-Venturi questi fiori del giardino neoguelfo""
[99]
.
E da lì partì, probabilmente, l'ordine di recisione di quei "fiori" scomodi. Dopo il 1924 infatti Giordani fu uno dei popolari più sorvegliati dalla polizia fascista e il controllo si fece tanto più schiacciante dopo l'apparizione di Rivolta cattolica e "Parte Guelfa". Della rivista uscirono solamente quattro numeri (il terzo fu sequestrato nelle edicole, il quarto in tipografia). "Dopo il terzo numero la stampa avversaria ha emesso urla da pazzi, minacciando col solito sistema la Santa Sede, chiedendo interventi, adoperando tutte le lascivie e i ricatti che il PPI ha sperimentato tante volte a suo danno. [...] alcuni organi fascisti hanno minacciato di intervenire con le loro squadre [...]"
[100]
. Ma oltre alla polizia politica ed a gruppi filofascisti, si oppose ad essa anche "L'Osservatore Romano" e si cessò la pubblicazione. "Giordani era un cattolico ardente nella battaglia, ma di quanto era indipendente verso il potere politico, di altrettanto era rispettoso e obbediente verso le autorità della Chiesa"
[101]
.
Il "confino civile e politico"
Il 16 novembre 1925 Giordani informava Sturzo della chiusura de "Il Popolo" che "già non era più dal 5 novembre perché veniva sequestrato sistematicamente ad ogni edizione, anche in tipografia"
[102]
. Ai sorveglianti non sfuggì la fitta corrispondenza che Giordani teneva con l'amico esiliato, come informatore e interlocutore. Malgeri sottolinea la rilevanza del contributo di Giordani, ricordando come Sturzo non a caso gli affidò quelli che lui ritiene "gli strumenti più delicati e più importanti all'interno della vita del Partito Popolare, soprattutto dal 1923 in poi... Non dobbiamo dimenticare che questi anni in cui Giordani assume questi incarichi così importanti all'interno del Partito Popolare sono anche gli anni più difficili, più duri per questo partito"
[103]
.
Un uomo come Giordani non poteva durare a lungo nell'Italia fascista. Durante le prime due fasi del fascismo — prima e dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 —, egli era riuscito a parlar chiaro contro di esso. Ma nella terza fase — a partire dal memorabile discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 —, i fascisti avrebbero fatto in modo di sbarazzarsi di lui. Se fino a questa data Mussolini aveva tentato di camuffare di legalità e costituzionalità il suo agire, dopo il delitto Matteotti fu la dittatura e la fine di ogni libertà di espressione.
Buona parte dei maggiori oppositori del fascismo si trovavano ormai in esilio, fra questi, i membri del PSU Turati, Treves, Saragat, i membri del PSI Nenni, Coccia, i repubblicani Facchinetti, Pacciardi, Reale, Chiesa, i popolari Sturzo, Donati, Ferrari, Miglioli, Stragliati e personaggi della cultura, come Silone. L'esilio nel 1926 era anche il destino preparato per Igino Giordani. Farinacci voleva per l'autore della Rivolta cattolica una "punizione esemplare"
[104]
. Avvertito di ciò l'antifascista chiese aiuto ad un avvocato, il quale non trovò di meglio che denunciarlo alla polizia: "Coi tempi che corrono le precauzioni non sono mai troppe. Sento il dovere, per mia tutela personale, di informarti che da qualche giorno mi telefona e mi viene a cercare in casa il Prof. Giordani, il noto antifascista redattore del soppresso giornale sturziano "Il Popolo". So che mi va cercando perché teme d'essere mandato al confino in base alle recenti disposizioni di polizia. Per quanto sia stato un mio compagno di scuola, io non desidero affatto d'avere contatti con lui, perché è stato un tenace avversario del Regime. I suoi articoli contro Mussolini facevano venire i brividi per la ferocia del contenuto [...] saluti fascisti. Vaselli"
[105]
. A salvarlo dal confino fu la sua qualità di mutilato e decorato di guerra: Giordani poté infatti usufruire di una disposizione di Mussolini stesso che tutelava dall'esilio per l'appunto i mutilati e i decorati di guerra.
Nel 1926 il Partito Popolare, dichiarato illegale, veniva sciolto, come del resto tutti gli altri movimenti e partiti politici, ad eccezione di quello fascista. I vari esponenti del partito erano stati dispersi; Sturzo era in esilio dal 1924, l'anno dopo dovette seguirlo anche Donati, De Gasperi era in prigione. Giordani scampò all'esilio, ma — annoterà più tardi — "ci fu in compenso un confino civile e politico, che asserragliò di esclusioni la mia strada sempre più solitaria"
[106]
. "La voce di Giordani fu una delle ultime alle quali il fascismo riuscì ad imporre il silenzio"
[107]
. Ma il silenzio non fu totale.
Ormai, dopo aver criticato aspramente l'ideologia fascista e la violenza squadrista, dopo aver accusato apertamente i fascisti dell'assassinio di Matteotti, dopo aver difeso De Gasperi con tale furia, dopo la pubblicazione di Rivolta cattolica e di "Parte Guelfa"..., radiato dall'insegnamento e dall'associazione dei giornalisti, era chiaro che per lui non ci sarebbe più stato posto né in politica, né nel giornalismo. Verso la fine degli anni Venti compose un'opera storica, Pionieri della democrazia cristiana, ed anche un romanzo con forti contenuti polemici, Proietti fa la rivoluzione, ma per motivi politici poté pubblicarli solo nel secondo dopoguerra. Tentò di ritornare ad insegnare nelle scuole pubbliche, ma l'ambiente gli era ostile e, poiché faceva "tante storie per non infilare all'occhiello un distintivo che ormai portavano pure i cani"
[108]
, gli si fece capire che gli "conveniva" andarsene.
Tutto sembrava ormai bloccato, ma ecco che gli si aprì una nuova strada: Giordani ricevette un'offerta di lavoro dalla Biblioteca Vaticana: avrebbe dovuto trasferirsi per un anno negli Stati Uniti con Gerardo Bruni, altro antifascista, per compiere degli studi in biblioteconomia da utilizzarsi nel riformare la tecnica di catalogazione dell'importante biblioteca.
Una resistenza culturale dalla Biblioteca Vaticana con De Gasperi
Dopo l'esperienza universitaria americana Giordani continuò la sua resistenza culturale contro il fascismo, parzialmente protetto dalle mura del Vaticano entro le quali lavorava come capo del catalogo della prestigiosa biblioteca. Oltre a dirigere la ristrutturazione della catalogazione della stessa e a fondare un'importante scuola di biblioteconomia, Giordani si occupò di studi di storia e di patristica.
Nell'ottobre del 1928 ricevette un'importante cartolina recante la firma "aff. Alcide": "Sono sempre solo; vedrei con grande conforto qualche giovane amico come Lei"
[109]
... Dopo sedici mesi di prigione, parte dei quali passati in clinica perché malato, De Gasperi era stato scarcerato. Venuto a conoscenza dei gravi problemi coi quali il trentino si trovava a far fronte, Giordani fu ben felice di poterlo aiutare; chiese che il suo "amico" venisse anch'egli assunto alla Biblioteca Vaticana e monsignor Mercati acconsentì senza fare domande. Così De Gasperi fu assegnato alla catalogazione, un lavoro per il quale non aveva alcuna qualifica, ma chiunque poteva intuire che era lì come rifugiato. Per quindici anni lavorarono insieme, esuli in patria. "Con Alcide De Gasperi, un Carmelo Scalia, un monsignor Benedetti, un Gerardo Bruni, ecc. — scrive Giordani nella sua biografia dello statista —, quell'ambiente severo di studio e di pensiero rimase, sotto il fascismo, una rocca della resistenza, un fermento della libertà. Il reparto catalogo pareva, allora, un minuscolo parlamento. Le abitudini di studio e di critica conferivano alla quotidiana, se pur, di solito, brevissima disamina politica, un tono di obiettività: e in quella obiettività il fascismo si dispiegava nella sua decadenza morale dell'uomo e nella precarietà politica del sistema. Si era certi, e De Gasperi lo asseriva con più autorità di tutti, che Mussolini avrebbe tratto l'Italia alla guerra e alla rovina. Come aveva sempre detto Sturzo"
[110]
. Nel '29 tentò la carriera universitaria, presentò domanda per ottenere la libera docenza in Letteratura Cristiana Antica, ma, essendo antifascista, fu stroncato nel suo desiderio.
Ormai non gli era più possibile pubblicare articoli propriamente politici. Anche se non gli era più concesso nominare il fascismo, Giordani non smise "di educare alla libertà, alla coerenza del cristiano fuori dai muri della Chiesa, coraggiosamente, anche nella vita civile"
[111]
. Era comunque un continuo martellamento di condanna dei totalitarismi che si andavano instaurando in Europa e delle filosofie che li sostenevano. Si trattava di una sottile e profonda resistenza intellettuale contro ogni forma di usurpazione della libertà.
Gli stati d'animo di Giordani in questo periodo di forzato silenzio politico traspaiono da varie pagine del suo diario. "Questo mese — annota il 30 maggio 1931 — è stato difficile per la Chiesa. [...] In Italia si è mossa un'acuta campagna contro l'Azione Cattolica che è terminata in questi giorni con attacchi e distruzioni di alcuni circoli della Gioventù Cattolica e violenze contro le persone. Per prima cosa hanno accusato l'Azione Cattolica di interferire nelle attività sociali; e inoltre di interferire nell'attività politica, in direzione contraria al governo"
[112]
. L'8 luglio registrò gli echi suscitati dalla Non abbiamo bisogno di Pio I: "Sabato 4 sera il S. Padre ha promulgato una Lettera Enciclica sull'Azione Cattolica in Italia in cui dichiara non lecito il giuramento fatto dai fascisti e condanna la dottrina statale su cui si è basato lo scioglimento dell'organizzazione Giovanile Cattolica. Ora la stampa fascista cerca di rispondere asserendo il diritto di uno Stato totalitario che non può essere altro che intransigente, e pubblicando accuse ridicole di attività politiche dell'Azione Cattolica in Italia. Ma non adduce nessun documento di prova, oppure, se cerca di farlo, scrive ("Lavoro fascista", 8 luglio 1931) che, tra i capi dell'Azione Cattolica vi è... Gino Giordani (che non vi appartiene dal 1925), il quale viene pagato dalla... Segreteria di Stato (invece che dall'amministrazione della Biblioteca Vaticana)". E il giorno dopo: "Il "Popolo di Roma" di oggi, sotto il titolo "Popolari in Vaticano" attacca Longinotti, De Gasperi e me"
[113]
. Ed infatti la stampa fascista sferrò duri attacchi contro "alcuni tra gli ex popolari come l'ex segretario del gruppo... De Gasperi e il noto quartarellista del defunto "Popolo" sturziano, Igino Giordani"
[114]
, "già noto attraverso le pagine di quell'osceno foglio che fu del fuoriuscito Donati [... questi personaggi] non possono e non devono tornare a galla"
[115]
.
Sorvegliato molto speciale, — secondo De Rosa — Giordani risulta uno degli ex popolari più sottoposti a controlli polizieschi, resisi più frequenti dopo l'arrivo di De Gasperi. Dei documenti e dei rapporti polizieschi venuti alla luce dopo la guerra confermano quanto i due fossero nel mirino della polizia politica. Eccone un esempio: "Attendibile fonte confidenziale riferisce che il noto Giordani Igino — argomento per l'appunto 500.13151 in data 21 marzo scorso — avrebbe mantenuto stretti rapporti con l'ex deputato popolare Alcide De Gasperi... Tanto il Giordani come il De Gasperi avrebbero cercato sempre di tenere celati i loro rapporti... da allora [da quando cioè potevano ancora agire liberamente] datano le loro intese e l'attività politica che è stata e rimane indubbiamente avversa al fascismo"
[116]
. Nella sua biografia di De Gasperi, Giordani approfondisce la dinamica di questi incontri intensificatisi poi, dopo l'entrata in guerra. Si discuteva della futura politica del partito, della composizione dei futuri governi anche con antifascisti di altri partiti... Era evidente che la polizia politica doveva tenere sott'occhio questi incontri, che erano un fervente fulcro di resistenza al regime.
Intanto Giordani si affermava come scrittore e pubblicava vari libri di argomento non direttamente politico. Nel 1933 pubblicò Segno di contraddizione, un libro che ebbe ampia diffusione anche all'estero. "Egli voleva intitolarlo La rivoluzione cristiana, ma la casa editrice temette che fosse troppo palese la contrapposizione alla rivoluzione fascista, di cui in quegli anni era piena la cultura italiana"
[117]
. Nel 1935 scrisse il primo volume dell'opera di successo Il messaggio sociale del Cristianesimo. I suoi principali bersagli erano "nazionalismo, imperialismo, razzismo, statalismo e culto della personalità"
[118]
. Molto simpatica ed elegante una delle allusioni alla realtà italiana di quel tempo: in Segno di contraddizione, parlando di Ignazio trascinato verso Roma "da soldati "più crudeli dei leopardi", aggiungeva questa riflessione: oggi (si era nel 1933) "la razza dei leopardi non è estinta, e seguita a tormentare nella marcia a Roma", mentre si attuano surrogati di quegli spettacoli in cui "masse di proletari abbruttiti" si stringevano "attorno all'imperatore calvo""
[119]
. Chissà chi si nascondeva dietro quei leopardi, quella marcia su Roma, quei proletari, e quella calvizie? Nel 1941 la censura intervenne sulla seconda edizione del libro Cattolicità la cui diffusione fu sospesa dal Ministero della Cultura Popolare e sul quale si impose il taglio di interi brani, critici verso la politica alleata del nazismo hitleriano.
Oltre alla sua attività di studioso e scrittore, Giordani curava la rivista "Fides", non una rivista cattolica — dirà mons. Montini — ma "la" rivista cattolica
[120]
, che aveva lo scopo di sostenere la fede e le sue implicazioni sociali durante il periodo fascista. Ma in essa Giordani toccò anche argomenti di politica criticando ora la Germania di Hitler (sul cui pericolo aveva già richiamato l'attenzione prima della sua ascesa, nell'aprile del 1931), ora vari soprusi contro la democrazia e i diritti umani.
Ma un nuovo sbocco in parte politico lo ottenne con la collaborazione a "Il Frontespizio", un settimanale fiorentino di cultura. Con Papini, una delle figure di spicco della rivista, il rapporto non fu sempre senza attrito; la posizione politica dello scrittore fiorentino si differenziava da quella di Giordani già dai tempi di "Parte Guelfa", come testimonia anche una lettera di Papini a De Luca in cui fra l'altro si legge: "Giordani ha ingegno e coraggio ma è troppo legato a una politica, e ad una politica che mi piace ancora meno delle altre"
[121]
. Mangoni giudica il discorso di Giordani su "Il Frontespizio" contro il razzismo "condotto con particolare sottigliezza"
[122]
.
Negli anni Trenta la sua produzione culturale e letteraria fu intensissima in giornali, riviste e volumi concernenti varie tematiche. "Su "Il Quadrivio" fu definito "degli scrittori cattolici italiani il più rappresentativo per vigore di pensiero e originalità di forma""
[123]
. "È forse l'unico scrittore — ha affermato Petrocchi — che nei venti anni e più di dominazione fascista abbia riscattato gran parte della cultura cattolica laica dalla condizione in cui era caduta"
[124]
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L'arte come canale politico: La città murata
È mia convinzione che, dal momento in cui si rese impossibile pubblicare articoli o libri di carattere antifascista, Giordani, non bloccato nelle sue sorprendenti risorse, ricorse ad un nuovo stratagemma: a questo punto l'antifascismo, la resistenza politica, doveva esprimersi attraverso canali culturali, letterari, che potessero sfuggire al filtro della censura. E in questo senso nel 1936 Giordani pubblicò La città murata, una vicenda amorosa ambientata in pieno medioevo, al tempo della lotta per le investiture. Romanzo storico apparentemente inoffensivo, in realtà dietro i personaggi e le loro vicende si nascondeva quella stessa lotta condotta ben più recentemente dai popolari antifascisti contro ogni sorta di sopruso nei confronti della libertà, della dignità umana e della Chiesa.
Ne La città murata, certo in tono più romanzesco, ma con gli stessi obiettivi, Giordani riecheggiava Rivolta cattolica e "Parte Guelfa" scagliando i paladini della libertà contro le prepotenze, la corruzione e l'opportunismo dell'XI secolo e invitando di nuovo i lettori di nove secoli dopo a fare altrettanto. Ildebrando di Soana — uno dei personaggi centrali della vicenda — professa "la regola che l'errore, al quale non si resiste, si approva; e la verità, mentre non si difende, si nega", (in Rivolta cattolica aveva scritto: "Chi è in grado di dire la verità e non la dice, sarà giudicato!"
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) e si prodiga per far capire che la Chiesa è "madre e non concubina" (come in "Parte Guelfa"), mentre quando la città di Tivoli è stretta dall'assedio, la casa di Fiorenzo — il protagonista, suo allievo —, aperta ai bisognosi, si trasforma "in quartier generale della resistenza"
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... Domno Geminiano, una specie di don Abbondio pauroso e vile, riesce infine, dopo aver toccato il fondo ad uscire dalla propria limitatezza, ad intervenire nel suo ambiente e fare quel po' di bene per chi si trova in difficoltà a cui lo chiama la sua coscienza, non più intorpidita...
Inoltre credo di poter affermare che il titolo del romanzo, La città murata, sia legato anche all'esperienza politica dell'autore. Dietro la vicenda dell'assedio della città entro cui si trovano i "difensori della libertà" nel romanzo, si nascondono i tratti della vicenda, ben più recente, di altri "difensori della libertà" protetti anch'essi da una "città murata": Giordani, De Gasperi, e gli altri antifascisti della Biblioteca Vaticana che costituirono in quell'ambiente, "sotto il fascismo, una rocca della resistenza, un fermento della libertà"
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L'alleanza italo-tedesca e la guerra
Nel 1938 iniziò anche in Italia, per simmetria del regime di Mussolini con quello di Hitler, la politica razziale. L'alleanza italo-tedesca portò aria di antisemitismo e Giordani ricorda: "In uno dei suoi ultimi articoli, il gerarca Roberto Farinacci, dal suo giornale di Cremona, attaccò la Santa Sede, perché, sotto la direzione di Igino Giordani, ospitava nella Scuola di Biblioteconomia non pochi ebrei: cosa di cui la Chiesa si sarebbe amaramente pentita"
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. Durante la seconda guerra mondiale offrì protezione anche ad "alcuni Alleati, che altrimenti sarebbero caduti nelle mani dei Tedeschi. E in entrambi i casi, come è evidente, espose la propria vita alla mortale rappresaglia nazista"
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Erano gli anni in cui Giordani veniva nuovamente schedato dal Direttore Capo Divisione Polizia Politica come "fervente militante nel Partito Popolare [...]. Egli godette la più ampia fiducia di don Sturzo del quale, pare, ne fosse l'informatore segreto. Non è iscritto al PNF e sembra che tuttora conservi le idee di un tempo talché — a quanto viene riferito — sarebbe tuttora in rapporti epistolari con don Sturzo. Ho disposto, nei confronti del predetto Giordani, riservatissima vigilanza nonché il controllo della corrispondenza a lui diretta"
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Giordani fu uno dei rari antifascisti "rimasti in trincea fino all'ultimo — scrive oggi di lui un suo studioso — ... fu senz'altro uno dei pochi testimoni dell'antifascismo della prima ora, attraverso una pubblicistica dapprima schiettamente politica, poi fattasi via via più vigile, ma mai diluitasi nelle posizioni afasciste"
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La fine della dittatura
Durante la guerra Giordani contribuì a formare le nuove classi dirigenti cattoliche in varie riunioni clandestine a cui partecipavano personaggi come De Gasperi, Spataro, Bonomi, La Pira, Cadorna, mons. Barbieri, Petrilli. Accostò molti altri giovani che andarono poi ad inserirsi fra le fila della Democrazia Cristiana; per essi tenne dei corsi sull'approfondimento della dottrina sociale della Chiesa, dimostrando così le sue incompatibilità con il regime.
Nel 1945, quando il tunnel oscuro era ormai superato, scriveva "ci vorranno decenni per riparare le corrosioni morali d'un regime, che aveva sospeso, o tentato di sospendere, l'esercizio del pensiero nella testa dei cittadini e il controllo della coscienza nel loro spirito, perché non disturbasse la complessa manomissione operata sotto l'insegna di grossi vocaboli: Roma, Impero, Rivoluzione, Obbedire, Combattere, Vivere pericolosamente e, dopo l'infeudamento al nazismo, Razza, Europa, Nazioni giovani - tutta una miscela mal congesta di deteriori letture nietzscheane, marxiste, nazionaliste e dannunziane"
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L'antifascismo di Giordani differisce da quello di Sturzo per lo stile letterario ironico e graffiante, enfatico e pittoresco (a volte forse fino al difetto dell'eccessiva complessità),
ma "i contenuti politici ed etici sono identici: difesa della libertà uguale per tutti e fondata sulla dignità umana, ivi comprese le autonomie locali; capacità di sacrificio, fino a imitare i martiri nell'opposizione contro la tirannia; rigetto totale della violenza diametralmente opposta alla mitezza evangelica"
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Pur essendo stato tra quelli che durante il secondo conflitto mondiale avevano preparato la ricostituzione di un partito che rappresentasse i cattolici nella nuova democrazia italiana, non prese parte alle prime fasi di vita della Democrazia Cristiana. Ne fu impedito dal fatto che fin dall'11 giugno 1944, pochi giorni dopo la liberazione di Roma, si trovò impegnato a dirigere "Il Quotidiano", organo dell'Azione Cattolica: questa intendeva così far sentire la sua voce tra le molte — spesso accese e avverse alla Chiesa — che si riversavano sul popolo italiano per conquistarne i consensi nella nuova esperienza democratica. Ecco una delle manchettes che Giordani pubblicava regolarmente accanto alla testata de "Il Quotidiano": "La peggiore calamità sarebbe che ci sopravvenisse un tipo di antifascismo, il quale non fosse che un fascismo rovesciato, con bersagli diversi, ma con metodi eguali: sarebbe l'ultima vendetta del littorio"
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. Affermava che "il marxismo, per la Chiesa, è un totalitarismo (cioè una dittatura, un fascismo) volutamente, essenzialmente, dichiaratamente anticristiano"
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. "Il socialismo — scriverà fra l'altro —, è una grande idea umana e cristiana, che nasce da una brama di giustizia, perché la ricchezza sia equamente distribuita e il lavoro umano non sia oggetto di sfruttamento", ma "l'aspirazione generosa divenne un'esaltazione dannata quando fu avulsa dalla religione" e si fece "disumana", cioè "scientifica"
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. E ancora: "il dissenso nostro col programma comunista [...] rimane non tanto sul piano economico sociale [...] quanto sul piano etico religioso"
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. Alle prime libere elezioni però i dirigenti della DC chiesero a Giordani di tornare direttamente nel campo politico. Lasciando sia "Il Quotidiano" sia il lavoro alla Biblioteca Vaticana, Giordani accettò; così venne eletto deputato alla Costituente (1946) e nella prima legislatura ('48-'53), oltre che consigliere al Comune di Roma ('47-'49). Fu anche membro del Consiglio dei popoli d'Europa a Strasburgo. Nel 1946, insieme a Scelba, preparò il rientro di don Sturzo dall'esilio e gli trovò un alloggio. Gli fu affidata la direzione de "Il Popolo", l'organo della DC, ma, non potendo e non volendo fare il "direttore diretto"
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, lasciò presto l'incarico.
Nel settembre 1948, conobbe Chiara Lubich; e subito s'impegnò nel Movimento dei Focolari, da lei fondato negli anni del conflitto mondiale, animato da un modo nuovo, anche per i laici, di vivere l'amore evangelico tendendo all'unità. Nel 1949 fondò il settimanale "La Via"; si trattava di una rivista, che, per l'apertura trasversale al dialogo, e per la ricerca di un equilibrio tra la libertà del singolo e la sua responsabilità nei confronti della società, io suppongo in parte ispirata alla "Rivoluzione Liberale" di Gobetti. Assunse atteggiamenti concreti d'apertura e collaborazione con politici di altri partiti, in particolar modo intrattenendo uno schietto dialogo coi socialisti e coi comunisti sia a livello intellettuale che morale. Propose a Nenni un'alleanza fra cattolici e socialisti in epoca in cui questi facevano fronte unico coi comunisti e con il socialista Calosso presentò la proposta di legge sull'obiezione di coscienza. Il suo impegno politico fu volto a grandi ideali quali la libertà, la giustizia sociale, la pace, la limitazione degli armamenti, la dignità dell'obiezione di coscienza, l'unità europea, la moralità politica... Ma il suo spirito aperto, idealista, pacifista, repubblicano non poté rimanere in un partito che, man mano che cresceva di potere, cresceva anche nell'arte del compromesso, per cui Giordani finì per svolgere in certo modo una funzione di opposizione interna nella DC. La sua scelta per una linea coerente lo portava a volte, con la stessa forza con cui sfidava gli altri partiti, a criticare il proprio, anche quando esso aveva bisogno
di essere appoggiato. Giordani era quindi molto apprezzato dai suoi amici, ma spesso anche molto temuto per l'imbarazzo che creava. Alcune delle sue critiche furono in qualche ripresa deplorate dallo stesso De Gasperi, del resto suo affezionato amico. E nel 1953, non più sostenuto dai capi della DC e non più rieletto, Giordani diede fine alla sua carriera politica.
Ma tutto questo fa parte di un altro capitolo... Sono convinto che lo studio di questa personalità dallo spessore non comune riservi ancora molte sorprese per la storiografia sull'antifascismo. Spero, con queste pagine, di aver contribuito ad evidenziare il valore dell'atteggiamento coerentemente antifascista e dell'eredità (certo da riportare alla luce) di questo "uomo incredibilmente sano, in un secolo incredibilmente malato"
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Notes:
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E. Robertson, Igino Giordani, Città Nuova, Roma 1986, p. 39. |