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Analisi
dei
testi
sociali
della
Rivelazione in
Igino Giordani
Prof. Dr.ssa Vera Araujo
Parlare di conversione per uno scrittore e politico come Igino Giordani, da sempre impegnato nelle battaglie per i valori cristiani nel Parlamento e nella stampa dell’epoca, può sembrare quantomeno azzardato. Eppure è così.
La data: 17 settembre 1948
Annotazione del Diario: “Stamane a Montecitorio sono stato chiamato da angeli: un cappuccino, un minore, un conventuale, un terziario e una giovinetta, Silvia Lubich, la quale sta iniziando un movimento comunitario a Trento.
Essa ha parlato come un’anima ispirata dallo Spirito Santo”.
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Molti anni più tardi, al tramonto della sua straordinaria vicenda umana, nel suo scritto autobiografico Giordani riflette sul significato del suo incontro e, di conseguenza, del suo cammino di fede insieme con Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari.
Ecco come descrive le parole della Lubich e la sua reazione:
“(…) alle prime parole avvertii una cosa nuova. C’era un timbro inusitato in quella voce (…). Perciò, di colpo la mia curiosità si svegliò e un fuoco dentro prese a vampare. (…) avrei desiderato che quella voce continuasse. Era la voce che, senza rendermene conto, avevo atteso. (…)
“Una cosa avvenne in me. Avvenne che quei pezzi di cultura, giustapposti, presero a muoversi e animarsi, ingranandosi a formare un corpo vivo, percorso da un sangue generoso (…). Era penetrato l’amore e aveva investito le idee, traendole in un orbita di gioia. Era successo che l’idea di Dio, aveva ceduto il posto all’amore di Dio, l’immagine ideale al Dio vivo.(…)
“Tutti i dogmi, tutte le nozioni uscivano dal casellario della memoria e divenivano materia viva: sangue del mio sangue. Movevo dalla biblioteca intasata di libri, verso la Chiesa abitata da cristiani. (…)
“Stavo ricevendo una sorta di rivelazione (…) che mi produceva una sorta di conversione nuova (…).
“Di fuoco ne avevo posseduto anche prima e non avevo sofferto penuria di combustibili. Ma era un fuoco umano, sopra tutto: dove ardeva più orgoglio di apologetica che amore al fratello, dacché, come apostolo, volevo più vincere che convincere, da bravo scrittore anziché da figlio di Dio. (…) Ora invece trovavo luce e calore, dove i rapporti umani (…) assumevano un valore nuovo: apprendevo ad avvicinare le anime più con l’amore che con l’intelligenza: così le comprendevo di più (…).
“Scoprivo sperimentalmente quella parentela asserita negli Scritti Sacri, in cui Dio si muoveva come Padre, Gesù circolava come fratello, lo Spirito Santo tesseva i legami d’una bellezza insospettata (…).
“E per vivere questa nuova vita, per nascere in Dio, non dovevo rinunziare alle mie dottrine: dovevo solo metterle nella fiamma della carità, perché si vivificassero. (…)
“Questa la scoperta, questa l’esperienza. Essa mi fece un uomo nuovo, così diverso che produsse negli amici uno shock”.
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Ecco l’avventura spirituale e intellettuale di Giordani: non solo la conoscenza, la visitazione dei testi sacri, ma la loro incarnazione nella propria vita quotidiana, come sposo e padre, come politico e intellettuale.
L’intero Nuovo Testamento dava linfa vitale alla sua visione dell’uomo e della società, spiegava con nuova chiarezza i rapporti interpersonali e sociali e caratterizzava fortemente - con la carità e l’unità - sia il tessuto della convivenza spontanea che di quella istituzionalizzata e strutturata.
Il suo pensiero spazia su tutti gli argomenti sociali: la libertà, la giustizia, l’economia, la famiglia, la politica, la pace.
È un discorrere che, a tanta distanza di tempo non solo cronologico ma anche culturale, lascia stupiti per la modernità, la freschezza, l’afflato, la forza di convincimento.
Giordani non era un esegeta nel senso scientifico del termine.
Egli leggeva la Scrittura da uomo di fede e di cultura, alla luce degli scritti del Padri della Chiesa – di cui era profondo conoscitore – per trovare orientamento per le umane vicende del proprio tempo.
Il cristianesimo per lui era un “ordine nuovo” un programma di vita “da eseguire nella pienezza dei tempi: “di instaurare in Cristo tutte le cose, quelle dei cieli e quelle della terra” (Ef 1, 10).
Anche le terrestri: quindi anche la politica, l’economia, l’arte, il diritto…”.
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Vent’anni prima del Concilio egli vedeva con lungimiranza quella missione dei laici di instaurare tutte le realtà terrene in Cristo, missione che emergerà come una delle novità del Vaticano II.
Di conseguenza il cristianesimo compie la riconciliazione tra religione e vita sociale.
“Nel cristianesimo la religione è vita: è vita divina che si distribuisce tra gli uomini, è vita umana che si eleva a Dio, e merita il Paradiso, agendo in un certo modo in terra.
Tutto cospira a questo scopo: i pensieri, i sentimenti, gli atti.
I due ordini non si separano: sono collegati e interdipendenti”.
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Così che il rapporto tra fede e opere non solo non è in discussione, ma si salda come espressione autentica della Redenzione.
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Per esprimere questa realtà Giordani attinge alla parabola del Buon samaritano e ai discorsi infuocati della Lettera di Giacomo.
La carità, per lui, caratterizza la società cristiana, così come la bellezza e la misura caratterizzavano quella ellenica, la guerra e il diritto quella romana, la rettitudine quella ebraica e la forza quella persiana.
La carità è il distintivo dei discepoli di Cristo: “Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se avete amore l’un per l’altro” (1Gv 13, 35).
Commenta Giordani: “Se Dio è, per essenza, Amore (Dio è Carità), la sua vita tra noi è proiezione di questo sentimento vivificante. (…)
“Dio è Padre: e noi siamo figli di Lui e quindi fratelli fra noi.
Deve circolare fra noi perciò un aura di famiglia e l’aura di famiglia è la benevolenza, l’affetto, nella prestazione reciproca dei servizi. (…)
“In quanto si fa del bene, in quanto si è misericordiosi, in tanto si è figli di Dio. (…)
“ “Siate dunque imitatori di Dio, come figli diletti, e vivete nell’amore, come Cristo, che ci ha amati e ha dato per noi se stesso oblazione ed ostia a Dio, in soave odore” (Ef
5,1-2).
“Insomma, uno è cristiano nella misura che ama: viceversa è pagano.
L’amore è la sua vita, e vita della società in cui opera; l’odio è morte del suo spirito e tenebra sociale”.
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L’amore circola come linfa vitale nella vita sociale.
Giordani ha su quest’aspetto delle espressioni forti e significative:
“L’amore (…) è un nodo sociale che vincola gli esseri viventi a Dio e fra loro. (…)
“L’amore si svolge circolarmente: Dio - io - fratello.
“Tra me e Dio, il fratello non è un diaframma, ma è un mezzo di comunicazione”.
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Tratto principale dell’amore cristiano è la sua universalità, il suo rivolgersi a tutti, belli o brutti, “nazionali o esteri”, ricchi o poveri.
“Gesù rompe tutte le recinzioni; abbassa tutte le barriere…”
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Ne è prova la parabola del buon samaritano.
Dal che - deduce Giordani - la carità è azione, concretezza, “è modo di fare”.
“Un cristiano che non agisce, che non traduce la parola in opere - che ritiene la fede nascosta nella coscienza - è come il servo che ritiene il talento seppellito in terra: agli occhi di Dio è iniquo”.
[9]
“Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gc
4,17).
In sintesi:
“Sottrarre la carità al cristianesimo, è sottrargli il sangue: svuotarlo, lasciando fuori una buccia con una etichetta evangelica”.
[10]
Ma nell’ordine nuovo dove la carità è regina non si può prescindere dalla giustizia perché, dice Giordani, “l’aspirazione alla giustizia è profonda e acuta in seno ad ogni uomo (…).
Gesù Cristo non comprime questa esigenza intima di giustizia, anzi la spinge ad una acutezza famelica e sitibonda.
“ “Beati quelli che hanno sete e fame di giustizia perché saranno saziati” (Mt
5,6)”.
[11]
Per Giordani, con Gesù, la giustizia diventa cristiana ed il suo criterio fondamentale viene ricapitolato in una norma semplicissima, la cosiddetta “regola d’oro”: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così fate voi ad essi” (Lc
6,31).
Così può scrivere: “I latini dicevano “suum unique tribuere”; “dare a ciascuno il suo”.
Questo suo è definito nella regola d’oro cristiana: il suo è lo stesso che il nostro.
E così la giustizia divina si fa aequitas, si risolve in carità”.
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Anche nel suo impegno politico, la sua attività trova fondamento nel messaggio evangelico: “Nell’insegnamento di Gesù e degli Apostoli sono inclusi principi, se non di politica concreta, immediata, di parte, certo d’alta sapienza direttiva, che sostiene la grande e universale arte di governo d’ogni tempo”.
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Discorre con convinzione sul grande messaggio che qualifica l’autorità come servizio:
“Non è dominio, ma servizio; non mira alla guerra, ma propugna la pace; non importa egemonia ed esclusivismi, ma collaborazione fraterna, nell’universalità dell’amore, nell’eguaglianza dei fratelli, nella dignità di tutti i componenti”.
[14]
Altro punto importante del suo pensiero: l’autorità viene da Dio, secondo l’insegnamento contenuto nel colloquio di Gesù con Pilato:
“Gli disse allora Pilato: “non mi parli? Non sai che ho il potere di farti mettere in croce e il potere di liberarti?” Rispose Gesù: “Non avresti su di me alcun potere, se non ti fosse dato dall’alto” ” (Gv 19,10-11).
Commenta Giordani:
“Se l’autorità non scendesse dall’alto, salirebbe, come fiato greve, dal basso: dai bassi fondi delle passioni di cupidigia, lussuria, ambizione, sfruttamento, crudeltà; e non sarebbe autorità, ma contraffazione di essa”.
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San Paolo chiarisce ulteriormente:
“L’autorità è ministra per il bene: che se fai il male, temi: infatti non invano porta la spada. Ella è ministra di Dio, vendicatrice per punire chiunque fa il male.”
(Rm
13,4).
“L’autorità - scrive Giordani - è un ministero, un servizio sociale: come la ricchezza, come la carità, come il sacerdozio.
Chi comanda è un ministro - cioè un servitore - a cui il Padrone che è Dio, ha commesso un certo incarico a beneficio dei fratelli - e non di essere posti in un piano spiritualmente inferiore - ma di essere figli uguali, perché figli dello stesso Padre, che, in quanto partecipiamo al regno, son detti anche “conservi”, cioè compagni di servizio di chi comanda.
Tutti si serve, a questo mondo: si serve Dio, e, per Lui, si serve la comunità umana”.
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L’obbedienza all’autorità - per i cristiani - non è un atto di sudditanza, ma di libertà:
“Obbediscono, da uomini liberi: la libertà si concilia con l’obbedienza, anzi la determina, la vuole; non diventa emancipazione dalla legge morale e civile.
Liberi dagli uomini, perché servi di Dio; e ciò praticamente vuol dire che, servendo Dio e la sua legge, si esercita la libertà di Lui dataci solo per fare il bene; se si fa il male, si cessa di essere suoi servi: si diventa servi del male e perciò si cessa di essere liberi.
“L’innovazione sta qui: l’obbedienza come atto di libertà; e conseguentemente, la libertà condizione dell’obbedienza.
Senza libertà non è più obbedienza; è coazione.
Non c’è lo Stato: c’è il “latrocinio” ”.
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Un altro capitolo importante nella riflessione di Giordani riguarda i testi forti della Sacra Scrittura concernenti l’economia.
Qui si trova per intero la radicalità dei Padri della Chiesa, riscoperta e attualizzata dal Concilio Vaticano II e, dunque, di grande attualità.
I beni e la proprietà di cose materiali - per Giordani - entrano nel circuito della carità.
“Anche la proprietà, come la libertà, come l’autorità, e come tutta la ricchezza è un ministero sociale: un servizio di cui il servo renderà conto al padrone.
Anche l’economia così riguarda un’azione della carità. (…)
“Il pericolo della ricchezza è in questo: farsi idolatricamente tirannica, assorbente, egoistica.
La carità, investendola, le assegna una funzione sociale; ne fa un servizio sociale, demolendo l’idea di dominio illimitato”.
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L’uso e la circolazione dei beni sarà oggetto di una relazione a parte nella prosecuzione di questo convegno.
Ma resta il tema del lavoro che Giordani ha approfondito e scandagliato in tutte le direzioni.
Il suo pensiero è lineare:
“Nella concezione cristiana, il lavoro fa parte della natura, e quindi della dignità umana.
“(…) l’uomo, immagine di Dio, lavora come lui. (…)
Col peccato originale, il lavoro diventa fatica.
Ma con la Redenzione, divenne mezzo di redenzione umana. (…)
Il figliuol prodigo inizia la sua riabilitazione quando si mette a lavorare.
Gesù lavora. (…)
Lavoratori sono gli Apostoli. (…)
“Gesù eguaglia il servo pigro a un servo iniquo: e inculca il dovere di mettere a frutto col lavoro i talenti ricevuti da Dio.
“San Paolo, a sua volta, si fa maestro e modello di attività lavorativa, vedendo in essa una forma di virtù (…).
“ “Voi stessi ben sapete che dobbiate imitarci; perché tra di voi non vivemmo disordinatamente, né mangiammo a ufo il pane di nessuno, ma con fatica e stenti abbiamo lavorato giorno e notte, per non essere di aggravio ad alcuno di voi.
Non perché non avessimo il diritto, ma per darvi in noi stessi un modello da imitare.
Anche quando eravamo tra voi vi davamo questo precetto: chi non lavora non mangi.
Invece abbiamo sentito dire esservi tra voi alcuni che vivono disordinatamente, senza far nulla, o affaccendati in cose vane.
A questi tali prescriviamo, scongiurandoli nel Signore Gesù Cristo, di guadagnarsi il pane che mangiano, lavorando tranquillamente” (2 Tess 3,7-13)”.
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Il fine del lavoro è uno solo:
“Si lavora per mangiare e ricavare di che procurarsi il necessario alla vita”.
[20]
Ma il lavoro non è un bene assoluto.
“Lavoro: ma non troppo lavoro”.
[21]
“Una società retta sul solo lavoro è quindi materialistica - anticristiana - come una società retta sulla sola ricchezza.
L’uno e l’altra sono mezzi, non fini; e mezzi materiali relativi a un fine spirituale.
Questa relatività del lavoro stesso, insieme con l’emancipazione dall’assillo per il domani e dalla frenesia di uscire dal proprio stato, ci fa - come ci vuole il Verbo - liberi, autonomi, sufficienti a noi stessi”.
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Il che significa, il lavoro come dimensione della vita umana completa: materiale e spirituale.
“Anche come lavoratore, il cristiano resta cristiano, cioè sottoposto ad una legge morale e religiosa: quindi il suo lavoro deve svolgersi nei limiti da essa posti.
E primariamente, ogni genere di lavoro, ogni professione è buona, purché non osti al bene spirituale”.
[23]
L’umanesimo di Giordani è spirituale, morale e culturale.
Attinge dal vangelo e pone l’uomo come centro e fine.
“ (…) e tutta la vita in terra, in grazie all’uomo, assume una finalità superterrena.
Il fatto sociale si presenta così, nel suo vero aspetto di dramma umano - divino (…).
“È un dramma dell’amore: Chiesa, Stato, autorità e libertà, economia e ingegno, tutto è dato all’uomo perché ami – e cioè serva – l’altro uomo, servendo nell’altro uomo Dio. (…)
“Insomma oggetto principale della sociologia, dell’economia, della politica, è in terra l’uomo; e quando si dice Stato, ricchezza, rapporti sociali, si dice uomo, essendo esso il componente, il dirigente, l’usufruttuario e il responsabile di quegli elementi”.
[24]
Ho iniziato questa breve relazione con una testimonianza dello stesso Giordani.
Voglio concluderla con una mia personale testimonianza su Giordani.
Era il mese di agosto del 1962.
Giordani si trovava nella sua casa di Fregene.
Io ero a Roma con un’amica focolarina, il cui papà - un onorevole brasiliano, con una personalità tormentata - era venuto apposta per riportare a casa la figlia che voleva donarsi totalmente a Dio.
In quei giorni del suo soggiorno a Roma, l’atmosfera era tesa e difficile.
Ecco dunque l’idea: facciamo sì che conosca Giordani.
Egli ci accolse con squisita cordialità.
Il discorso fu portato da altri presenti su temi quali: la cultura, l’impegno politico, la storia, i rapporti internazionali.
Giordani, pur attento e disponibile ad ogni discussione impegnata, indirizzava anche la conversazione sulla vita quotidiana, concreta.
Era vigile sul fatto che la birra fosse ghiacciata al punto giusto, che il suo interlocutore avesse una poltrona comoda, che il ventilatore spargesse aria fresca nella stanza.
Il pomeriggio passò in fretta.
L’onorevole mi sembrava disteso e sereno.
Di ritorno in macchina, si chiuse in un silenzio riflessivo.
La figliola tentava di commentare i temi appena discussi, mettendo in luce, di Giordani, le doti intellettuali, l’ardore politico, la profondità del pensiero, la vastità della cultura.
L’onorevole, ad un tratto, interrompendo la figlia, disse commosso: “Non ho mai trovato, in tutta la mia vita, un uomo così buono”.
I frutti si videro il giorno dopo, quando, accompagnandolo all’aeroporto ci trovammo in un’atmosfera completamente nuova.
Egli, che prima continuava a dire che voleva lanciare la giovanissima figlia nei piaceri del mondo: feste, balli, divertimenti, viaggi, per strapparla a Dio, salutandomi con un abbraccio tipicamente brasiliano, mi disse: “State tranquille, non le sarà fatto alcun male”.Infatti, un anno dopo, lei poteva, con il suo consenso, tornare in focolare.
E lui è diventato un nostro carissimo amico.
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