L'ATTUALITA' DEI PADRI DELLA CHIESA IN IGINO GIORDANI

Prof.Tommaso Sorgi

Roma, 23/11/00

Provvidenziale coincidenza liturgica: oggi, 23 novembre, si celebra S.Clemente Romano, papa, terzo successore di Pietro.

Giordani ne tradusse nel 1925 la "Lettera ai Corinti", che incorse in una disavventura politico-poliziesca. Con tale pubblicazione Giordani intendeva contribuire al dibattito sul primato del Vescovo di Roma; l'introduzione però si apriva con uno spietato quadro morale della capitale dell'impero. Il sospettoso censore temette potesse diventar occasione di critiche per la capitale del regime fascista, e fece sequestrare il libro [1].

Se andiamo a leggere, vi troviamo solo analogie generiche; però il fatto è sintomatico, poiché Giordani nel riportare alla memoria idee ed eventi del cristianesimo nascente,   oltre a ricavarne proposte costruttive nei confronti dell'oggi sociale, politico, ecclesiale, li utilizzò spesso per la polemica, anche politica.

Nutriva un'ammirazione appassionata per i primi secoli del cristianesimo, tanto che il suo impegno preponderante - o quasi - di studioso e di scrittore negli anni '20-'30 fu rivolto a conoscerne e a farne conoscere la storia e i testimoni più eccelsi: gli Apostoli e i Padri della Chiesa.


La passione per i Padri

Dell'azione di questo laico vivace prendeva nota nel 1936 un delicato scrittore, il sacerdote Idillio Dell'Era, che su "L'Osservatore Romano" gli riconosceva di essere stato da noi "uno dei primissimi a proclamare la necessità degli studi patristici". Addirittura si attendeva da lui che sapesse "compiere il prodigio di un clima patristico in Italia" [2].

Forse c'era dell'enfasi in questo elogio. Non mancava infatti in Italia un certo "clima" di interesse ai Padri, specialmente ad opera dei salesiani e della recente Università Cattolica di Milano; era però un interesse in prevalenza letterario ed era confinato negli studi universitari, o anche liceali. Lo stesso Giordani aveva conosciuto Tertulliano, nel 1928 avendo avuto l'Apologetico come testo per l'esame di grammatica latina [3].

All'epoca iniziavano a funzionare anche da noi alcune scuole di patrologia, fra le altre quella di padre Antonio Casamassa; che teneva le sue lezioni presso l'Università Lateranense fin dai primi anni '30 (egli coltivava rapporti di amicizia e di studi con Giordani, lavorando ambedue alla Biblioteca Vaticana) [4].

Anche il card.Michele Pellegrino, in una testimonianza dopo la morte del nostro Igino, lo considera un "precursore", un "antesignano" [5].

Era vero, infatti, che il tiburtino già dal 1920 pubblicava sui Padri: numerosi articoli in periodici di cultura varia e in qualche quotidiano, una biografia (Crisostomo 1929), tre traduzioni dal greco (Clemente Romano 1925, Giustino 1929, Cipriano 1930), con corpose ambientazioni storiche e culturali dei primi due. Era soprattutto vero che nei "suoi" Padri c'era qualcosa di nuovo: egli ne offriva infatti una lettura molteplice che lasciava attoniti molti, specialmente i sacerdoti, suscitando qualche interrogativo: è veramente un patrologo, questo Giordani, o è solo un traduttore e un divulgatore? [6]

A questi interrogativi se ne può aggiungere uno, nostro: come mai, perché questa passione di Igino per gli antichi Padri?

Troviamo in lui stesso la risposta. Ce la offre in quella che potremmo considerare una "dichiarazione d'intenti".

La espone in un breve articolo su "L'Avvenire d'Italia" del 1928, dal titolo "I Padri": confessa di avvertire in sé "incombere l'obbligo di conoscere" i Padri; e precisa che sente di doverlo fare per "esportarne la vitalità gagliarda oltre i segni della pura filologia e teologia o filosofia". Egli è certo che è vana "la pretesa di capire il cristianesimo … e difenderlo e propagarlo" senza conoscere questi "giganti dal respiro ampio", il cui "pensiero appella a intelligenze severe" [7].

Guarda al loro pensare, ma non per astratta dottrina. Vuole trarne un messaggio col quale intende far riscoprire il cristianesimo ai cristiani di oggi, e riappassionarli: "ho cercato di penetrare la passione del cartaginese e farlo parlare per la gente viva: quella d'oggi" [8]. Così scrive nel 1935 nella introduzione a Tertulliano, il primo autore da lui conosciuto, l'ho appena ricordato, come studente universitario.

Ritengo che sia qui la risposta di fondo al nostro "perché" di oggi, il punto di partenza del suo innamorarsi dei Padri. Il primo a rimaner preso dalla "passione del cartaginese" fu proprio questo tiburtino; e, a quanto possiamo costatare, non se n'è più liberato.

Lo attraeva la vigoria nella lotta dell'avvocato Tertulliano, a cui molti lo accostavano. Ancora più però fu interiormente conquistato dal ragionare del filosofo Giustino.

Ammirava in lui la "premurosa fede per convincere", il tentativo di formulare   "le prime linee della filosofia nuova". Ne elogiava l'apertura al dialogo con la sapienza greca, dove Giustino scopriva ricche tracce dei "semi del Logos". Gioiva nel sentire il convertito palestinese appellarsi al lume della ragione [9].

In lui Giordani vede "la figura michelangiolesca del primo apologeta cristiano". E ne abbozza questo ritratto: "modesto e grande, vissuto per gli altri, fu un assertore, un attuatore, un innamorato dell'idea" [10].

In tale scritto del 1922 si potrebbe intravvedere l'autoritratto dell'apologeta moderno che stava sorgendo. C'era in qualche modo una identificazione inconscia della persona. Ma in Giordani ancora più viva ed esplicita era la identificazione di tempi e situazioni, per la battaglia che anche nei suoi anni vedeva scatenarsi tra il cristianesimo e il sempre risorgente paganesimo, tra la chiesa e le varie forme di stato totalitario. Il suo impegno ha un punto cruciale nella pubblicazione de "La prima polemica cristiana" (1930) [11] e viene riconfermato in "Segno di contraddizione" (1933), opera tra le più note e vigorose del primo Giordani. Qui egli scrive: "I termini dell'antitesi col mondo antico … restano in gran parte gli stessi: lo Stato pagano, la filosofia anticristiana, l'idolatria delle cose terrene" [12].

Lo "Stato pagano" erano i governi rossi di Russia, Spagna, Messico, il nazismo [13], ed anche il governo italiano, poggiato sulle teorizzazioni di Gentile, col quale Giordani qualche anno prima aveva polemizzato per la sua "sintesi cristiano-pagana" [14].   Combatteva anche sul fronte interno a scuotere i "semicritisnai", i "malcristiani", i cattolici "neutri" che cedono anch'essi alla "ripaganizzazione della vita" e danno "l'impressione d'una cristianità di molluschi" [15].

Egli ora chiedeva aiuto ai Padri, dei quali riattualizzava le idee e il vigore a sprone dei cristiani di oggi. Lo diceva chiaramente nella recensione a un'antologia di patristica latina: "I Padri della Chiesa […] appartengono al nostro ciclo, sono attori del nostro dramma, ci danno alimento per la nostra vita quotidiana" [16].


Messaggio   sociale

Sullo stesso filo di attenta lettura dei Padri nasce e si sviluppa l'altro aspetto dei suoi studi sul loro messaggio sociale. Anzi il primo comparire di uno di loro nei suoi scritti è proprio di questo genere. Iniziando a collaborare a "Il popolo nuovo" su invito di don Luigi Sturzo, scriveva un articoletto "Comunismo comparato": al comunismo marxista contrapponeva in alternativa la "koinonia" dei cristiani delle origini, citando alcuni brani delle "Apologie" di Giustino [17].

Era il dicembre del 1920.

L’incontro con Agostino del "De civitate Dei", avvenuto nel 1922 [18], e quello con Giovanni Crisostomo segnano un accentuarsi della interpretazione sociale. Dalla riscoperta delle antitesi col paganesimo di allora e di ora, Giordani passa all’analisi della proposta di una società nuova avanzata dai Padri della Chiesa, che traducono in forma culturale e storica la socialità connaturata allo stesso messaggio evangelico.

La proposta è molto evidente nella biografia del Crisostomo del 1929, che contiene, tra l’altro, un significativo capitolo su “Le disuguaglianze sociali”. A comprendere lo spirito di questa nuova angolatura, con cui intende far rivivere il pensiero patristico, ci può forse aiutare anche la dedica del libro: “Ai due umili lavoratori cristiani – mio padre e mia madre” [19].

Questo tipo di lettura dei Padri si inscriveva nel progetto di una serie di nove volumi sulla "Storia sociale del cristianesimo", progetto poi ridimensionato a "Storia sociale del cristianesimo antico" [20]. Era evidente l’intento prevalentemente storico. E il primo volume – "Il messaggio sociale di Gesù", del 1935 – contiene l’attenta ricostruzione dell’ambiente sociale e culturale in cui Gesù annunzia il suo Vangelo [21]. Ma fin dall'inizio l’impegno più propriamente storico, pur rimanendo come base stimolante della sua ricerca, cede il ruolo qualificante all’analisi dottrinale-sociale. Indice, direi, clamoroso di tale taglio si può ritenere la sua ricerca sugli aspetti sociali delle beatitudini [22].

Così in altri tre volumi, editi nell’arco di dodici anni, analizza gli scritti degli Apostoli e poi dei Padri dei primi quattro secoli [23], (si affaccia brevemente nel quinto col Crisostomo, morto nel 407, e Agostino, morto nel 430). In seguito i quattro volumi vengono ripubblicati come unica opera: "Il messaggio sociale del cristianesimo" [24].

Da questa analisi del cristianesimo Giordani ricava la robusta prefigurazione di un nuovo modello di società, sgorgante da una antropologia con base teologica, per cui egli con insistenza indica l'uomo non solo come "effigie di Dio", ma anche come "Dio in effigie" [25]. Giordani crede fortemente nel logion di Gesù: "vedesti il fratello, vedesti il Signore" [26]. Lo attua nella sua esperienza di pacifista in guerra [27] e ne fa cardine della sua dottrina sociale [28]. Ne sottolinea l'uso anche da parte di Tertullliano e   Clemente Alessandrino [29], quasi ad autenticarla con la loro autorità quale vera parola di Gesù: in tal modo l'evangelico "lo hai fatto a me" (Mt 25,40) deve funzionare non solo con l'affamato e l'ignudo, ma anche con l'operaio, col famigliare, col ricco, col politico. E' un modello di società non limitato ad impegni caritativi [30], ma denso di azioni sulle strutture e di concreti valori anche civili,   ch’egli ripropone come necessarie energie per la rifondazione della società d’oggi, sgretolata dalla rivoluzione industriale. Tra i valori enuncia il primato della carità, - la “forza centrica del cristianesimo” [31] – approfondita nelle sue dimensioni religiosa, etica, sociale.

Giordani conosceva bene sia i pronunciamenti del magistero, all’epoca non molto numerosi ma già ben chiari, sia il dibattito ottocentesco sulla “questione sociale”. Però, forse come pochi altri fra gli studiosi di questo settore, intendeva risalire più lontano, alle fonti patristiche e apostoliche, già utilizzate negli scritti precedenti. E andava anche oltre: voleva attingere alle basi ultime che dessero la ragione più profonda dell’impegno cristiano nel concreto della problematica terrena, storica e sociale. Giungeva così alla predicazione e vita personale di Gesù, ricavando tali basi ultime in linea diretta dal Vangelo.

La sua indagine va proprio sui principi primi non della “questione sociale”, ma del “sociale”; e li indica secondo una sua lettura cristiana proponendoli per tutte le epoche e per ogni forma di convivenza umana. In più essi vengono chiariti come principi che sono religiosi ma anche etici; superano “l’irrazionale” ed hanno “carattere di universalità, perché la morale evangelica è uguale per tutti”, contenendo essa anche la razionalità naturale [32].


Cristianesimo eroico

Quella che abbiamo chiamato “dichiarazione di intenti” per la riscoperta dei Padri, non fu rispettata dal nostro Amico. Per fortuna, o meglio, per grazia sua e nostra, egli non li legge solo con l’occhio sinistro. E con tutta l’anima ne trae alimento per la fede ed anche per la sua formazione teologica. E’ così che potrà indicarli come fonti, insieme con le Scritture, a Papa Pacelli, che un giorno gli chiede: “dove abbia studiato teologia” [33]. Chiamò uno dei Padri per difendersi davanti allo stesso Pio XII: qualcuno aveva fatto ricorso a lui contro Giordani, che aveva scritto su "Il quotidiano" cose da "rivoluzionario" in merito alla proprietà privata. L'accusato, che era direttore di quel giornale, spiegava di aver solo riportato un pensiero del Crisostomo. "Ma lo doveva citare", lo redarguiva sorridendo il Pontefice [34].

In conclusione potrà riepilogare in "Memorie": “Maturai la mia convinzione religiosa e sociale sopra tutto nello studio della patristica” [35].

Dunque, accanto – e insieme - alla lettura polemica e a quella sociale, Giordani ne sviluppa altre, di carattere ascetico, ecclesiologico, e perfino filosofico.

Egli conduceva una tenace battaglia per un cristianesimo "integrale" (se il termine oggi può dar fastidio a qualcuno, diciamo cristianesimo “plenario” usando l’aggettivo suggerito da Paolo VI) [36]: coerenza tra fede e opere, eroismo nell’ascesi interiore e nella testimonianza pubblica della fede anche per i fedeli laici,   loro corresponsabilità nella difesa e sviluppo della chiesa. Vero 'manifesto' di tale cristianesimo plenario potremmo considerare "Segno di contraddizione" (ch'egli desiderava intitolare "La rivoluzione cristiana"), anch'esso denso di riferimenti ai Padri [37].

Giordani li riattualizzava, certo, per la Chiesa ma anche per l'umanità intera. Non manca infatti di cercare in loro qualche appoggio per sviluppare un pensiero suo - con forti accenti di originalità - sul mistero del sangue di Cristo:   esso "compagina tutti i redenti in una famiglia, attorno alla paternità di Dio, facendoli, tutti, consanguinei tra loro e consanguinei di Cristo", di ogni lingua e tribù e popolo, anche al di là dell'essere battezzati [38].

Infine Giordani appare anche averli presi come direttori spirituali    per le proprie scelte di vita. Ne indicherò   due soli esempi, riferiti a Clemente Alessandrino e al Crisostomo.

Del primo lo aveva colpito il concetto del “disertare a Dio”, che in "Segno di Contraddizione" egli applica come “diserzione dal mediocre”, come “cristianesimo eroico” [39].

“Kalòs o kindynos to automolein pros Theón”,   “bello il rischio di disertare a Dio”, canta nel 1956, ormai preso anima e mente nella "divina avventura" comunicatagli da Chiara Lubich.

Prima ancora che nel libro del 1933, sopra ricordato, aveva utilizzato questo pensiero dell’Alessandrino in apertura di un capitolo – "Mistica" – inserito a chiusura di "Rivolta Cattolica", del 1925 [40], libro, come dice il titolo, di contestazione aperta contro il totalitarismo avanzante in Italia e contro le “animule pallidule” dei cristiani cedevoli [41]. Quel pensiero in questi due volumi   era evidentemente offerto al pubblico, agli altri. Ma nella sua formulazione, anche in lingua originale appena citata, lo troviamo in "Diario di Fuoco" : nella luce del nuovo ideale Giordani ora sente le parole dell’antico autore quale messaggio attualissimo per il profondo di sé [42].

Così pure accoglie tutto per la propria ascetica personale il Crisostomo col suo suggerire ai laici di vivere – a parte il celibato – come monaci [43]. Era un ideale fascinoso per lui fin dal primo conoscerlo, ideale finalmente tradotto in vita concreta quando potrà consacrarsi proprio come coniugato nel focolare, in comunione con celibi e con sacerdoti [44].

Quale prolungamento di questa lettura personalissima viene quella ecclesiologica. Dai Padri attinge una visione della chiesa come popolo di Dio, che dà un nuovissimo (allora) spazio ai laici – uomini e donne – messi in evidenza quali coapostoli, martiri, edificatori del Corpo mistico in comunione con il clero. Un punto soprattutto in lui è vivo: la piena vocazione cristiana del laico, come suo “essere chiesa” [45] senza riserve e come chiamata alla santità anche nel matrimonio.

Il fatto riveste tanto maggior significato quando si noti che in quegli anni era consolidato l’uso di riferire il termine ‘chiesa’ solo alla gerarchia e, in tono minore, al clero. La visione più ampia da lui messa in evidenza nella ecclesiologia di comunione del cristianesimo patristico, veniva rilanciata all’oggi. E da Agostino era spinto a valorizzare i coniugati, che il vescovo di Ippona chiamava, in quanto padri di famiglia, “miei coepiscopi” [46].

Siamo, con la ecclesiologia, ad un tipo di lettura teologico. Anche per sua dichiarazione, lo studiare i Padri non voleva essere per lui una ricerca sul formarsi e sullo sviluppo della teologia. Naturalmente, però, non poteva ignorare questo aspetto del dibattito nella chiesa dei primi secoli; ad attirare la sua attenzione era la elaborazione, oltre che del loro pensiero sulla chiesa, anche del loro considerare la città dell’uomo con le sue istituzioni e il rapporto tra Vangelo e tutte le attività terrene. Introducendo un suo libro del 1942 – "La società cristiana" – p. Cordovani nel proclamarlo “sovrano del pensiero, sovrano della parola bella”, ritiene di scorgere in lui una vera “teologia sociale” [47].


Il LOGOS, Parola e Ragione

Di non minore importanza appare, per il caratterizzarsi del pensiero di Giordani sotto l’aspetto a un tempo teologico e filosofico, il rapporto ch’egli stabilì col pensiero del filosofo Giustino. S’è già detto qualcosa in merito al collegamento con Tertulliano e con l’apologista greco-palestinese. Egli stesso, quasi a riassumere verso la fine della propria vita, in "Memorie" confermerà un rapporto privilegiato con i due. Nel ricordarli, sembra impegnato a distinguere i frutti che ne ha colti: dal primo, dice, “apprendevo un modo di ragionare logico, con frasario di fiamma […] mi arrotò lo stile”; il secondo “mi esibì la dimensione universale del cristianesimo, assimilato all’umanesimo razionale” [48].

Giordani, oltre a quanto già riferito sulla particolare attenzione di Giustino all’incontro fra teologia e filosofia, gli attribuiva anche l’inizio del discorso sulla “razionalità della fede”. Da lui prendeva un elemento che avrebbe generato forti ripercussioni sulla propria posizione e teologica e filosofica, un elemento imperniato sul valore del termine logos, che nella lingua originale significa sia parola che ragione.

Questo filosofo pagano convertito al cristianesimo – scrive Giordani – porta con sé il concetto eracliteo e quello stoico di “logos” e di “logos spermatikos”. Conferisce però ad essi un significato ben diverso per applicarli al Figlio di Dio, il Logos del vangelo di Giovanni. In Gesù - dice Giustino - il Logos è non solo il Verbo (la Parola), ma anche la Ragione che s’incarna; egli ancor prima, ha diffuso “frammenti” di sé – i semi del Logos (Verbo e Ragione) – non solo nella parola-rivelazione dei profeti d’Israele, ma anche nella ragione-sapienza dei filosofi pagani [49].

Nel rendere in lingua italiana il greco delle "Apologie", Giordani si trova a tradurre, sul piano teologico, “Ragione totale (o intera) che è Cristo”, e “Ragione divina disseminata nel mondo”; sul piano filosofico, risalta l’insistere sulla “retta ragione” e sul “vivere secondo ragione”, in contrapposizione all’esser mossi da “impulso irrazionale” (àlogos) [50].

Dall'argomentazione di Giustino sulla irrazionalità della   persecuzione pagana [51] Giordani coglie lo spunto di un dualismo razionale-irrazionale; e poi per suo conto lo sviluppa come binomio epistemologico e chiave di analisi negli eventi della grande storia e nei comportamenti sociali e personali. E’ un dualismo permeante tutta la dimensione filosofica di Giordani, un dualismo tutto giordaniano, che ho avuto occasione di esporre un po' più ampiamente in una mia pubblicazione [52]. Lo si potrebbe così indicare, riepilogando in estrema sintesi: fede, amore, pace sono il razionale; incredulità, odio, guerra sono l’irrazionale. Applica tale dualismo anche per la vita della chiesa: unità è il razionale, divisione, eresia sono l'irrazionale.

Dall'epoca della traduzione di Giustino in poi, Giordani nei suoi scritti, in modi diversi, spesso affermerà: “Cristo è la Ragione”.

A un certo punto però il termine "Ragione" si arricchisce di significato. In "La via della ragione", del gennaio 1949, articolo programmatico con cui inizia la pubblicazione de "La Via", settimanale da lui fondato e diretto [53], compare qualche novità. Esposte accorate riflessioni sulle rovine della recente guerra e sulla difficile ricerca di una   convivenza pacifica, conclude: "la via della ragione, si vede allora, è la stessa che la via dell'amore" [54].

Novità si stanno maturando in lui già nei primi mesi di conoscenza del Movimento dei Focolari e della sua spiritualità, il cui punto di partenza è la fede radicale in Dio Amore, nell'amore di Dio per noi [55]. Per Giordani ciò è la riscoperta di Giovanni: fin qui visto solo come "figlio del tuono", citato per l'apocalittica lotta tra l'Agnello e la Bestia [56], ed ora rivelatosi nella logica dell'amore delle sue epistole.

Il Logos che s'incarna, ora, è certamente anche il Dio che è Ragione, di Giustino, ma ancor più il Dio che è Amore, di Giovanni presentatogli da Chiara Lubich. Non più, dunque, la Ragione del filosofo, piuttosto fredda, ma il calore di Dio Amore offertogli da "l'evangelista del Logos (Ragione)", al quale ora Giordani si rivolge   per cogliere da lui "la correlazione essenziale" tra ragione e amore, "tra carità e intelligenza" [57].

Ad ogni modo, nonostante il riconosciuto debito che ha verso Giustino, il nostro Igino non si sente suo discepolo in filosofia, (si dichiarerà della scuola di Tommaso d’Aquino e di Aristotele) [58]. Non è della scuola di Giustino anche perché è ben cosciente che, essendo stato il primo a tentare l’impresa, “non poté darci che un’opera filosoficamente e filologicamente imperfetta” [59]. Di fronte ad essa, proprio in merito all’impegno sulla “razionalità della fede”, egli apprezza molto di più l’opera di Clemente Alessandrino e di Origene. In questi trova, fra l’altro, più chiara la distinzione tra razionalità e dogma (“soprarazionalità”, precisa Giordani), distinzione che, non rispettata, portava a cadere nell’errore dello gnosticismo [60].

Concludendo, possiamo dire che, risultano numerose le dimostrazioni di che alto livello siano la maturità della patrologia di Giordani e la sua originalità e ricchezza di applicazioni. Il suo contributo di fondo?: sempre nella più profonda e commossa venerazione, s’era messo a dialogare personalmente con gli antichi Padri della Chiesa, e li invitava a camminare con noi, oggi, per le strade moderne dell'uomo.


[1] I.Giordani, Introduzione a S.Clemente Romano, La lettera ai Corinti, SEI, Torino 1925, pp.7-61; v. in part. La Roma di Clemente, pp.9-13; dal suo Diario inglese [inedito], 25.2.1929, abbiamo notizia del sequestro avvenuto nella sede del PPI e della SELI poco dopo la pubblicazione.

 

             [2] Cf. E.Morisani, I.Giordani, note biografiche e bibliografiche, p.10.

 

[3] Lo stesso Giordani ne da notizia in un suo curriculum scientifico e didattico (AIG, b.54,3,6); la data è indicata in un Quaderno dove registrava le sue letture; Giustino vi è segnato al 1920, Agostino, Confessioni e De civitate Dei al 1922. Altre letture non registrate nel Quaderno risultano dalla sua residua biblioteca; tra esse: Clemente, Lettera ai Corinti, letto nel 1923 (la data risulta da una nota di suo pugno nella prima pagina del libro). Dal Quaderno risultano letti già tra il 1912 e il 1923 alcuni patrologi (De Marchi, Hemmer, Puech) e opere storiche sui primi secoli del cristianesimo   (Barbagallo, Gregorovius, Manaresi, Pastor, Batiffol, Moricca)

 

[4] Le sue prime dispense di patrologia sono dell'anno scolastico 1932-33: cf. P.Parente, Il padre Antonio Casamassa, Pont. Ateneo Lateranense, Roma 1955, p.20. Il card. Pietro Palazzini con lettera 8.4.96, inviatami ad integrazione di precedente testimonianza (1980), raccontava di aver conosciuto Giordani presso la Biblioteca Vaticana; a lui e a p. Casamassa, che lavorava anch'egli lì, si rivolse spesso per avere consigli mentre compiva ricerche in preparazione della tesi su un tema di patristica; qualche anno dopo, nel 1938, ebbe Giordani docente "a pieno titolo", frequentando la sua scuola di biblioteconomia (testimonianza e lettera in AIG, 69, Testimonianze).

 

[5] Del card.Michele Pellegrino abbiamo due testimonianze: una in "Città Nuova" 1980,9 (10 maggio), pp.13-14, un'altra del 28.6.1980, intervista di Gino Lubich (AIG, 69, Testimonianze). In ambedue ricorda come collaborasse negli anni '30-'40 con Giordani, direttore di "Fides", fornendogli brani di patristica da pubblicare sul mensile.

 

[6] In particolare se lo chiedeva Domenico Mondrone, Igino Giordani, scrittore cattolico, "La Civiltà cattolica", 1935, 3, p.160 (152-166). Don Giuseppe De Luca diceva di lui: "non si fa classificare né tra i filologi […] e nemmeno tra i semplici divulgatori" (Giordani e l'antichità cristiana, "L'Avvenire d'Italia", 19.12.1930).

 

[7] I.Giordani, I Padri, "L'Avvenire d'Italia", 12.10.1928.

 

[8] Id., Introduzione a Tertulliano, Seme di sangue, Morcelliana, Brescia 1935, p.96 (7-98); il volume contiene la sua traduzione dell'Apologeticum e di   una parte de La prescrizione contro gli eretici. Nel titolo del libro Giordani riepiloga l'espressione dell'autore: "sangue di martiri seme di cristiani".

 

[9] Id., Il primo apologeta cristiano, "Corriere d'Italia", 17.4.1921. Altre sue pubblicazioni su Giustino sono: Giustino maestro e filosofo, "La Siepe", sett.-ott. 1921, pp.280-284; tre articoli in "Rivista di cultura",   del 1921, riuniti nell'opuscolo Giustino, preliminari di apologetica cristiana, Grafia, Roma 1922, pp.27; S.Giustino martire, Le Apologie e brani scelti del Dialogo con Trifone, Firenze 1929.   Di lui ancora parla, naturalmente, in La prima polemica cristiana, cit. in n.11 (gli riserva il posto principale), pp.94-118 e passim, e ne Il messaggio sociale dei Primi Padri, 1939, pp.16-19 e passim,   (rip. ne Il messaggio sociale del cristianesimo, ed.1963, pp.574-577 e passim).

 

[10] Id., Giustino, preliminari di apologetica cristiana, cit., pp.8, 9, 15.

 

[11] Id. La prima polemica cristiana. Gli apologeti greci del secondo secolo, Marietti, Torino 1930.

 

[12] Id., Segno di contraddizione, Morcelliana, Brescia 1933, pp.XII-XIII; La prima polemica cristiana inizia schematizzando in cinque punti i "termini dell'antitesi" tra il paganesimo e il nascente cristianesimo (ib., p.1).

 

[13] In alcune parti di Segno di contraddizione e in tutti i numeri degli anni '30 del mensile "Fides", da lui diretto, vibra la documentata denuncia delle persecuzioni sanguinose che dittature comuniste scatenavano contro la Chiesa cattolica; e in merito all'azione di Hitler - lo qualificava "Attila redux" - ne intuì, prima ancora che salisse al potere, la natura pagana e violenta   e denunciò il pericolo   per il cristianesimo e per la pace mondiale del suo movimento.

 

[14] Id., Sintesi cristiano-pagana? La nuova religione del filosofo Gentile, "Il Popolo", 8.3.1925.

 

[15] Id., Segno di contraddizione, cit., pp.73-75, 254 e passim; nella ed.5° (1964) parlerà di "cristiani consuetudinari" e di "mezze-fedi", che costituiscono la "chiesa sonnecchiante" e non militante (ibid. pp.120-121)

 

[16] Id., Patrologia (nella rubrica I libri), "Fides" 1938, 12, p.569; recensione non firmata, ma di facile attribuzione al direttore

 

[17] Comunismo comparato (nella rubrica Variazioni sul tema), "Il popolo nuovo", 19.12.1920, p.3 (l'articolo è firmato Jor, uno dei tanti pseudonimi che Giordani assumerà).

 

[18] La data è indicata nel Quaderno di letture, come detto in prec.n.3; pubblicava prima due scritti sulla sua apologetica: Il martello degli eretici (firmato G.Massias, altro suo pseudonimo) "Fides" 1930, 2, pp.49-50, e S.Agostino polemista, "Studium" ott.-dic. 1930, pp.614-625; e poi Il pensiero sociale di S.Agostino, "Fides" 1933, 2, pp.74-77 a commento e rettifica di un libro del gesuita Angelo Brucculeri sulla De civitate Dei.

 

[19] Id., S.Giovanni Crisostomo, cit., pp.81-99; la dedica, stampata, si trova a p.5: la biografia era già pronta nel 1926, come apprendiamo da una lettera di Giordani del 1 aprile di tale anno all'esule don Luigi Sturzo; tra l'altro gli scrive: "menò colpi addosso ai ricchi e ai potenti da far rizzare i capelli" (Giordani e Sturzo, un ponte tra due generazioni. Carteggio, a cura di P.Piccoli, Laterza, Bari 1987, p.86).

 

[20] Id., Diario inglese, 2.10.1931 e 10.12,1932; l'opera probabilmente era pensata come approfondimento della Storia sociale della chiesa di mons.Benigni (Vallardi, Milano 1906-1929, in 6 volumi), che all'epoca stava incontrando delle critiche. Qualche anno dopo, l'editore Vallardi proporrà a Giordani di completare l'opera del Benigni (Diario inglese, 14.5.1935). Per il ridimensionamento al Cristianesimo antico, si può vedere l'interfaccia del frontespizio de Il messaggio sociale degli Apostoli, ed.Fiorentina 1928, insieme con   sue bibliografie degli anni '30, riportate in alcuni suoi volumi della Morcelliana (ad es. Cattolicità, 1938, p.4).

 

[21] Quasi un terzo del volume è dedicato all'analisi delle condizioni economiche, sociali, politiche, prevalentemente del popolo ebraico, ma anche della società pagana, con particolari specifici, nei vari capitoli, in riguardo al lavoro, alla donna, al diritto, alla guerra, all'universalismo: v. Il messaggio sociale di Gesù, 1935, rip. in Il messaggio sociale del cristianesimo , ed.8° 1963, pp.15-51, 97 ss., 139 ss., 166 ss., 188 ss., 206 ss., 238 ss., 259 ss.

 

[22] Ibidem, pp.79-87, 99-114, 206-237.

 

[23] Il messaggio sociale degli Apostoli, 1938, dei primi Padri della chiesa, 1939, dei Grandi Padri, 1947.

 

[24] Ne pubblica una prima edizione nel 1958 (col Messaggio sociale di Gesù in un testo nuovo e molto ridotto) e un'altra, col testo intero anche del 1° volume, nel 1963. Ambedue le edizioni mancano sia del ricchissimo apparato bibliografico riportato nei singoli volumi, sia della Introduzione al 1° volume, che affronta il problema del "cristianesimo sociale".

 

[25] Lo afferma molto spesso con riferimento alla guerra: l'uccisione dell'uomo è, tra altre nefandezze, anche "deicidio", perché è una "esecuzione in effigie" di Dio, del quale l'uomo è immagine (Le due città, Roma 1961, p.314). Aveva già scritto: "chi uccide, uccide in effigie Dio" (L'inutilità della guerra, Pinerolo 1953, p.101). In contesto più ampio, per una antropologia costruttiva e con tono, in certa misura, epico, proclama: "Dio nell'universo collocò un richiamo vivo, un ricordo incarnato della divinità: l'uomo, fatto a immagine e somiglianza di essa: quasi un Dio per effigie, e sua rappresentanza spaziale" (Il fratello, Figlie della Chiesa, Roma 1954, p.14). E, come conseguenza, esorta: "vedere nell'uomo, chiunque esso sia, facchino o barone […] estero o nazionale, lo stesso Dio per effigie" (ancora Le due città, p.493).

 

[26] Offre su di esso una prima riflessione in un articolo I detti di Gesù, "Rivista di cultura", dic.1922, pp.197-201 (commento ad omonimo opuscolo di A.Pincherle).

 

[27] Giordani racconta come ricordando questo logion, "non ha saputo odiare" nel 1916 un soldato austriaco rannicchiato in trincea, a tiro del suo fucile (Rivolta cattolica 1925, p.2).

 

[28] Nell'articolo citato in prec. n.26 scrive che, se fosse realmente applicato, questo "detto" sarebbe "la soluzione di tutti i problemi sociali e   politici" (p.201); nel Messaggio sociale del cristianesimo lo considera quale punto fondamentale che "genera relazioni sociali del tutto nuove" (p.118).

 

[29] Il riferimento ai due autori viene riportato nella Introduzione a Il messaggio sociale di Gesù, a partire dalla 2° ed.1938, p.22.

 

[30] Anche in alcuni testi conciliari appare applicato solo ai deboli : così in Apostolicam actuositatem, 8 (l'azione caritativa); e in Gaudium et spes, 27 (rispetto della persona umana; però non si manca qui di inquadrarlo nel "farsi prossimo di ogni uomo" e nel "servizio coi fatti a colui che ci passa accanto"); in Perfectae caritatis, 13 e in Presbyterorum ordinis, 6.

 

[31] Id., Il messaggio sociale del cristianesimo, cit., p.286.

 

[32] Ibidem, pp.290 e 297.

 

[33] Id., Memorie di un cristiano ingenuo, cit., pp.106-107.

 

[34] Ibidem, p.105; Pio XII aggiungeva: "anche a me dicono che sono un rivoluzionario".

 

[35] Id., Memorie, p.130.

 

[36] Paolo VI, Populorum progressio 1967, n.42: "E' un umanesimo plenario che occorre promuovere"; a tale affermazione è collegato il riferimento in nota a J.Maritain, L'humanisme intégral. Giordani nel suo Segno di contraddizione, parla più volte di "cristianesimo integrale", sostituendo talvolta questo aggettivo con "intero, pieno, senza riduzioni".

 

[37] Da una pagina del Diario inglese (inedito) e da una lettera a Giovanni Papini, risulta che il primo titolo da lui già dato al suo manoscritto non fu accettato dall'editore. Questa è una delle rarissime opere in cui Giordani non esplicita con note alcun riferimento bibliografico; ma nel testo molto spesso fa comparire i nomi di tutti i Padri che qui andiamo ricordando. Più volte ne utilizza il pensiero senza citarli, nella foga del suo argomentare, che in alcune pagine ricorda l'impeto di certe epistole paoline.

 

[38] Id., Il mistero del sangue di Cristo, Morcelliana, Brescia 1937, p.39; dedica un intero capitolo a I consanguinei di Cristo, pp.39-50, e, avvicinandosi alle conclusioni, parla di "consanguineità universale" (p.123). E' richiamato il pensiero di numerosi Padri - Agostino (più volte), Cipriano, il Crisostomo, Clemente Alessandrino, Origene, Attanasio, Girolamo, Ambrogio ed altri - citati a rafforzare la fede nel valore redentivo del Sangue e spesso con riferimenti al sacrificio eucaristico, nel quale il fedele "beve" il Sangue di Cristo. Nella 1° ed. del libro è riportato un parziale concetto di "consanguineità" dall'inno dell'XI secolo, In Pascha Domini: "O Signore, consanguineo del servo!" Solo nella 4° ed. (1947, p.55) viene citato uno dei Padri, Cirillo di Gerusalemme: "tu, ricevendo il Corpo e il Sangue di Cristo, diventi concorporeo e consanguineo di Lui".

In Giordani riscontriamo due elementi di novità: primo, la "consanguineità" non solo con Cristo, ma anche tra di noi; secondo, la "universalità", per cui la duplice "consanguineità" vale non solo per i battezzati e per i messalizzanti, ma per tutti i "corredenti" (è un suo termine), per tutti gli esseri umani "di ogni tribù, lingua, popolo e razza" (Apoc 5,9, da lui cit.). Questi elementi appaiono tipici del suo pensiero, e, a quanto mi risulta, non mutuati da altri.

 

[39] "Chi si decide a vivere integralmente il Vangelo, diventa disertore dal mediocre: e da dirigenti di tutti i regni e repubbliche ai disertori si applica tuttora la croce […]. L'eroismo è innato nel cristianesimo e ne forma la condizione essenziale nella pratica" : Segno di contraddizione, pp.68 e 74.

 

[40] Id., Rivolta cattolica 1925, p.191,

 

[41] Ibidem., p.2; "animula vagula di cristiano, pallidula e nudula, come ti laceri tra le ortiche!" nel dubbio se, "partecipando alla politica, stare col più forte [come] un don Abbondio tra i bravi, o col più debole, bersaglio a tutti gl'insulti e gli attacchi": così, nel paragrafo Il dubbio, parlava ai cristiani che nella lotta per la libertà si appartavano in attesa di   vedere da che parte pendesse la bilancia.

 

[42] Id., Diario di fuoco, 12.10.1956.

 

[43] Id., Memorie di un cristiano ingenuo, pp.147 e 150.

 

[44] Cf. C.Lubich, Igino Giordani: il "confondatore", "Nuova Umanità"   1995/1, n.97, pp.5-10; lei racconta come Giordani, assistendo all'atto di consacrazione a Gesù crocifisso delle prime e primi focolarini con la pronuncia dei tre voti, si mise ad elogiare la verginità "con parole sublimi". Allora gli fece questo discorso: se tu ami Gesù Abbandonato e ti distacchi spiritualmente da idee, scritti, famiglia, da tutto te stesso, tu "sei vuoto di te e Dio ti riempie facendoti carità viva … e Dio vive in te, chi allora più vergine di te? Dov'è Dio ivi è la castità, l'obbedienza, la povertà … Lo invitai a portare anche lui all'altare questa consacrazione a Gesù Abbandonato per essere l'Amore … E lui lo fece" (ibidem, pp.8-9). Così Giordani fu il primo coniugato ad entrare in focolare, in comunione con i vergini.

 

[45] Su questi concetti, presenti in tutti i suoi scritti, possiamo in particolare vedere l'intero cap. I collaboratori di Dio in Segno di contraddizione, cit., pp.198-223, e Noi e la chiesa, AVE, Roma 1939; quest'opera, compilata per l'Azione Cattolica, inizia affermando: "Invece di «noi e la Chiesa» si potrebbe anche dire: «noi, la Chiesa»" (p. 7).

 

[46] S.Agostino, Sermo 94, cit. in Messaggio sociale dei Grandi Padri, rip. in Il messaggio sociale del cristianesimo, cit., pp.828-829.

 

[47] P.M.Cordovani O.P., Prefazione a I.Giordani La società cristiana, ed.Salesiana, Pisa 1942, pp.VII-XI; egli trova in quest'opera "rievocati in sintesi molti pensieri che furono ampiamente sviluppati nel volumi del Messaggio sociale del cristianesimo".

 

[48] I.Giordani, Memorie, cit., p.130; Id., Fortezza cristiana (Fr.Thomas pseud.), "Il Carroccio", 5.6.1927, pp.688-690.

 

[49] Introduzione a S.Giustino Martire, Le Apologie, 1929, cit., p.62; ma si possono vedere interi paragrafi: Il filosofo cristiano, pp.52-58 e Logos e analogie col paganesimo, pp.60-71; v.anche Il messaggio sociale del cristianesimo, cit., p.571.

 

[50] 1° Apologia , 2,1 e 3; 2° Apologia, 8,2 e 3; 10,4; 13,3 e 5 e passim; v.traduzione cit., pp.107-108, 198, 200, 204-205.

 

[51] La 1° Apologia è indirizzata all'imperatore Antonino Pio e ai due suoi figli, ambedue qualificati come "filosofi"; (uno di essi è Marco Aurelio): il filosofo apologeta è impegnato a dimostrare loro quanto sia irrazionale il non accettare una religione che risponde a requisiti razionali, i quali invece mancano nell'adorazione degli idoli.

 

[52] T.Sorgi, Giordani segno di tempi nuovi, Città Nuova, Roma 1994, pp.132-137.

 

[53] Su questo periodico Giordani espone il nuovo atteggiamento politico colloquiale, maturato in lui dopo l'incontro con Chiara Lubich; si vedano in merito: M.Casella, Igino Giordani. La pace comincia da noi, Studium, Roma 1990, pp.95-127 e F.D'Alessandro, Igino Giordani e la pace. Gli anni de «La Via» (1949-1953), Città Nuova, Roma 1992.

 

[54] I.Giordani, La via della ragione, 29.1.1949, p.1; a tale articolo attribuiscono significato di svolta i due autori cit. in n.prec., e Francesca Giordano nel par. omonimo de L'impegno politico di Igino Giordani, Città Nuova, Roma 1990, pp.196-202.

 

[55] I punti-base iniziali dell'esperienza di Chiara e delle sue primissime compagne - punti comunicati a chiunque si accosti al Movimento dei Focolari, come ho constatato anche per mia conoscenza personale - sono le due affermazioni giovannee: "Dio è Amore", e "noi abbiamo creduto all'Amore" (cf. 1 Gv 4,16).

 

[56] Esemplare e tipico dell'atteggiamento del "primo" Giordani può ritenersi questo brano: "Giovanni fu colui che definì Dio l'Amore: ma fu anche il figlio del tuono, che contro i dissidenti e i negatori si levò crosciando come un antico profeta; e sulle groppe dei persecutori sfrenò i cavalli dell'Apocalisse" (Segno di contraddizione, p.XVIII). E' opportuno riconoscere il dovuto peso a quel "ma".

 

[57] Cf. T.Sorgi, op.cit., pp.139-141; vi si fanno riferimenti a un'opera che, assieme a Le due città, 1961 e a Laicato e sacerdozio, Roma 1964, è tra le più solide del "secondo Giordani": La rivoluzione cristiana, Roma 1969, pp.231-234. Qui si afferma, tra l'altro, che "l'amore è intelligenza divina" (p.233); possiamo collegare tale espressione con quanto Giordani dice altrove: "il Logos (Ragione, Verbo) di Dio … [è] l'intelligenza del Padre" (Il fratello, cit., pp.13-14), e così concludere che, poiché il Padre è Amore, la Ragione è l'intelligenza dell'Amore (da applicarsi, usando le minuscole, alla storia dell'uomo).

 

[58] "Noi siamo cresciuti alla scuola di Aristotele e di Tommaso: ci piace render conto razionalmente delle cose", afferma Giordani in Unità e cultura religiosa (firmato Anastasio Silenziario, altro pseudonimo), "Fides" 1938, 2, p.77. Claudio Vasale scorge in lui una "ascendenza insieme patristico-agostiniana e tomistica", con riferimento al "tomismo della seconda scolastica" (Il pensiero sociale e politico di Igino Giordani, Città Nuova, Roma 1993, pp.59, 80 e 158); di Giordani possiamo registrare una Commemorazione   dell'Aquinate nel 1926 e la frequentazione di persone (a cominciare da p.Cordovani) e letture dell'ambito della neo-scolastica italiana e francese degli anni '20 - '30.

 

[59] I.Giordani, Introduzione a Giustino, Apologie, cit., p.52 e Il messaggio sociale del cristianesimo, cit., p.576.

 

[60] Ibidem., pp.572, 581 e 583.