Peppuccio agli artisti

Sono arrivato per dirvi qualche cosa della Scuola Abbà.

Per la verità Chiara stessa ieri vi ha parlato della scuola Abbà nel suo tema. Ha fatto dei cenni anche molto profondi molto belli della scuola Abbà.

Per chi eventualmente non lo sapesse, che cosa è la scuola Abbà, è una realtà in continua crescita, adesso siamo 24, che Chiara ha voluto. Per quale motivo? perché con Gesù in mezzo si cominci, io dico, intanto a riflettere a pensare su tutta la ricchezza che è contenuta nel carisma che Dio ha donato a Chiara e attraverso chiara a noi. Io dico a pensare perché penso che prima o dopo oltre che pensare al contenuto e alla ricchezza del carisma, voi già lo state facendo questa ricchezza andrà espressa anche in altri modi che non sono quelli del pensiero della parola astratta. Nel momento presente la scuola Abbà ha in particolare questo compito.

Io pensavo: che cosa gli posso dire….. e io una cosa tenterei di dirvi perché, vedete, che cos’è che noi sperimentiamo nella scuola Abbà? (…) Cosa cerchiamo di fare?

Io vi parlo da un punto di vista di metodo, noi cerchiamo di realizzare le condizioni tra di noi perché Gesù, che è l’Uomo-Dio - quindi che, oltre che essere il Verbo eterno di Dio, il pensiero del Padre espresso all’interno della Trinità, è anche uomo, quindi ha anche una sua intelligenza umana, ma che è l’intelligenza del Verbo incarnato - perché questo Gesù possa vivere in mezzo a noi e diventare il criterio di ispirazione, di luce del lavoro che noi facciamo.

Vedete normalmente, anche voi avrete questa esperienza, ognuno di noi quando lavora quando si muove nel suo ambito non è che lo voglia esplicitamente però di fatto parte sempre dalla sua esperienza, dal suo punto di vista , dal suo patrimonio culturale, dalla sua sensibilità… parte da sé, dall’io. Ora noi sentiamo che questo nella scuola Abbà cerchiamo di superarlo. Non però, state bene attenti, lo dico sempre e lo voglio sottolineare, non nel senso che noi vogliamo sostituire all’"io" un "noi". Il "noi" è più astratto dell’io. L’io è concreto perché sono io. Il "noi" è una realtà sociale che si compone e si scompone. Noi cosa vogliamo fare: non sostituirlo, ma vogliamo innestare l’io in quel Gesù che è in mezzo a noi nel quale viviamo, sussistiamo, siamo, che è il vero fondo profondo di noi stessi. E questo lo facciamo nell’amore.

Vorrei adesso farvi una brevissima riflessione. Spero di essere facile, io non ho il carisma della facilità, ma spero d’avercelo. Quelli che mi conoscono ridono.

Vedete ieri Chiara ha parlato, in quella maniera stupenda, della Verità, della Bontà, della Bellezza. Queste realtà sono in fondo espressioni di una realtà che sta sotto la Verità sotto la Bontà sotto la Bellezza e che gli antichi chiamavano l’Uno - se volete l’Unità - l’Uno.

E ogni uomo nel suo modo è un cercatore appassionato dell’Uno, lo sa con tutte le sue forze. E’ questo quello che io voglio, è questo quello che io cerco. Ricordo l’impressione che mi fece una volta leggere le parole di un poeta non grandissimo ma grande che si chiamava Giosuè Carducci, nel secolo scorso, gli dissero: "maestro qual è la poesia tua più bella quella che più ami? E lui rispose quella che non ho scritto ancora.

Ecco lì rivelava la sua realtà profonda. Perché noi prima ancora di essere ricercatori della Verità, ricercatori della Bontà, ricercatori della Bellezza,noi siamo appassionanti amanti dell’Uno, perché noi sappiamo, per istinto, che nell’Uno è la vita, è la salvezza.

Porto due esempi semplici.

A livello di singolarità individuale, che cosa è la malattia psichica se non lo sfasciamento dell’"uno", la incapacità che l’uomo ha di ritrovarsi come "uno" per cui tutti gli elementi che lo costituiscono se ne vanno ciascuno per conto suo.

E sul campo sociale che cosa sono i disastri, le difficoltà, le tensioni, se non il fatto che la società non riesce a realizzare l’"uno" fra i membri che la compongono.

Quindi, la mia impressione è questa, che l’uomo sia un cercatore dell’uno, o dell’unità se uso il linguaggio che usiamo noi. In fondo a mio parere, può darsi che mi sbagli, ma a mio parere la Verità, la Bellezza, la Bontà sono nomi nei quali si manifesta l’Uno. Perché l’Uno è Uno ma, Uno vuol dire anche ricchezza infinita, è l’unità di Dio che è sovrabbondanza che è infinitezza. Quando noi pensiamo l’Uno lo intendiamo sempre come una realtà chiusa. No, Dio non è Uno in questa maniera, Dio è Uno perché è ricchezza infinita, dove la molteplicità è consumata nell’unità. Questo lo sapevano gli antichi, lo sa in maniera particolare la fede cristiana perché, addirittura, noi come cristiani crediamo che l’unità di Dio è costituita dalla pericoresi, dalla comunione, dall’essere l’uno nell’altro del Padre del Figlio e dello Spirito. Quindi l’unità non come mortificazione della diversità ma l’unità come composizione nell’amore della diversità. Quell’amore che esalta la diversità.

Ma perché la può esaltare? perché la riconduce alla radice comune.

Io ho come l’impressione che questo Uno, del quale sto cercando di dirvi qualche cosa, rispetto alla Verità, alla Bontà, alla Bellezza, questo uno è come quella sorgente nativa da cui scorga un’acqua che poi viene data, viene passata, attraverso dei torrenti dei fiumi: uno è il torrente della Bellezza, l’altro è il torrente della Verità, l’altro è il torrente della Bontà, che sono Uno, però, nella radice comune.

Adesso vedete io volevo un attimo, con voi, fare una brevissima riflessione su un punto. Se è vero che la nostra vocazione profonda, al di là di tutto guardate perché io prima di essere un filosofo - io sarei un filosofo teologo - io prima di tutto sono un uomo. Io penso che si possa dire anche di ciascuno di voi, senza offendere nessuno, che prima di essere un artista voi siete degli uomini e delle donne. Questa è una verità… e quindi chi devo dissetare prima di tutto è l’uomo che c’è in me la donna che c’è in me. La Bellezza è un modo di dissetare, meraviglioso. La Verità è un altro modo per dissetare, meraviglioso, la Bontà lo stesso ma nessuna di queste tre realtà potrebbe dissetare la sete profonda che ho dentro di me se non fosse espressione dell’Uno, di questa realtà profonda nascosta di questa sorgente nascosta. C’è un espressione bellissima di uno dei primi grandi testimoni del cristianesimo vescovo e martire, sant’Ignazio di Antiochia, che scrivendo una sua lettera, mi sembra, non vorrei sbagliare, ai romani diceva: "io sento dentro di me una voce che gorgoglia e che mi dice vieni al padre". Ecco "vieni". Questa è la realtà profonda di ogni uomo. Per cui in fondo io credo: che cosa è che distingue l’artista autentico da quello che artista non è, che cosa è che distingue il pensatore autentico da quello che pensatore autentico non è!? È la capacità che ha di aprirmi la porta sul mistero dell’Uno e di mettermi sulla sua strada, ma al punto che, poi, la sua strada cessa e mi trovo faccia a faccia con l’Uno. La strada ha una funzione: di condurmi. Una volta però che mi ha condotto davanti alla porta e io ho la capacità di varcare questa porta - noi chiamiamo Gesù Abbandonato questa porta - lì a quel punto, lasciatemi dire questa espressione, lì non c’è più Bellezza non c’è più Verità, non c’è più Bontà, lì c’è l’Uno, lì c’è l’Assoluto, lì c’è Dio che è Verità, che è Bontà, che è Bellezza.

Adesso, vedete, questo che io vi dico, i grandi amanti che si sono espressi sia nelle arti sia nel pensiero a tutti i livelli, sia anche nella ricerca eroica di una vita morale forte, pensate ad un Socrate per esempio che è un campione della bontà, si sono sempre posti una domanda: come posso io raggiungere quest’Uno il quale si da a me attraverso queste forme ma è al di là è dietro questa realtà? E hanno sempre trovato una risposta: c’è solo un modo, che io abbandoni tutto per lasciarmi trascinare, per lasciarmi inghiottire da questo abisso che non ha nome, che non ha forma ma che so che è Dio. Che, poi, so bene che è la Bellezza, so bene che è la Bontà, so bene che è la Verità, ma non come io le penso. Allora, per esempio attraverso Gesù Abbandonato - parlo in particolare adesso della Verità, ne parlo come filosofo teologo - se io non riesco ad andare al di là della Verità come io me la rappresento attraverso lo scacco, il linguaggio duro, amaro della croce, io non riesco a raggiungere quel fondo da cui mi parla la Verità, mi si dà la Bontà, mi si presenta la Bellezza. Allora quello che dicevano questi grandi cercatori, dunque se tu vuoi raggiungere questo Uno - un grande appassionato di questo è stato l’ultima grande espressione del pensiero antico: Plotino - se tu vuoi raggiungere questo, tu devi rinunciare al pensiero alla forma a tutto. Devi fare l’operazione, adesso uso un termine tra virgolette, "contro natura". Cioè: tu sei fatto per pensare tendi a pensare, rinuncia al pensare. Cerchi il Bello? rinuncia a questo, rinuncia a tutto, al fondo di questa rinuncia tu trovi quest’Uno. Voi capirete però che in questa posizione, in quest’ottica che, badate, ve lo dico subito non è quella cristiana, soprattutto come Chiara c’è la fatta capire, al fondo di quest’ottica c’è una conclusione: che allora l’essere artista l’essere filosofo l’essere uomo di virtù è come una fase intermedia, ma se io voglio raggiungere il fondo del fondo, l’Uno, io devo rinunciare a queste realtà. Questo per esempio è tipico della grande cultura indiana, quella dell’induismo, quella dell’india, dove l’uomo dopo aver fatto per un certo tempo un apprendistato di studio e poi di famiglia e di lavoro si fa saniasi (?) cioè: cercatore. Rinuncia a tutto e se ne va nella foresta a cercare la verità. Ecco, ve lo dico subito, questa non è la visione cristiana. Eppure e quella che questo uomini hanno trovato, senza riuscire a trovarne un'altra.

Dove sta invece la risposta, quella che è l’anima della nostra scuola Abbà, quella che ci pilota nella scuola Abbà, dove sta la risposta cristiana. Si, questi maestri hanno ragione, e su questo bisogna dargli ragione, tu non puoi attingere il fondo di te quello nel quale tu sei tu, quello che poi ti dà la gioia la pienezza, quello che tu cerchi alle volte disperatamente senza sempre riuscire a trovarlo, è vero, se io voglio attingere questo fondo io devo lasciare me stesso. E loro lo vivevano questo lasciare se stessi nelle espressioni di te stesso. Se io sono un artista devo rinunciare all’arte, se sono un pensatore devo rinunciare all’arte del pensiero. Questi lo hanno vissuto e si sono fatti grandi. Ma non è l’ottica cristiana. E qui, vedete, possiamo capire perché Gesù al culmine del suo momento terreno, quando ha voluto dare ai suoi l’ultima sua volontà, io dico curiosamente, tra virgolette però, curiosamente non gli ha detto: io vi do il mio comando amate Dio, oppure amate il prossimo ma: "amatevi".

Ecco vorrei farvi attenti un attimo su questo.

Anche questi antichi sapevano che perdere queste cose significa amare. Ci sono delle poesie stupende, per esempio di mistici non cristiani, meravigliose, di mistici mussulmani, di mistici indù, di mistici ebrei… che vivevano questa realtà profondamente e sapevano che in fondo, se tu sei l’amato, "tu mi hai toccato – dicevano loro - profondamente il cuore con la tua mano", diceva Kabir un grande mistico indù del 1600 "tu mi hai ferito di una piaga d’amore e io da questo momento non posso fare a meno di te perché sono piagato d’amore". Era gente che sapeva quello che diceva. Ecco questa piaga è questo ridurmi a niente - vuol dire che io cerco di amare - e loro intendevano l’amore come questa rinuncia drastica, dura, a tutto ciò che io sono anche nelle mie espressioni. Ripeto questa non è l’ottica cristiana.

Gesù ci dice un'altra via invece; che sempre dobbiamo amare però attenti, voglio portarvi un esempio.

Voglio essere povero. Per essere povero io allora mi privo di questo orologio. Lo levo dal braccio e lo butto via e cerco di farlo per amore. Questo lo hanno capito perfettamente tutti i grandi maestri spirituali. Ma non è la strada cristiana, la strada cristiana è un'altra. Io voglio liberarmi dell’orologio io lo levo e lo dono a te, non lo butto via io, lo dono a te. Cioè il mio amore allora non consiste nel privarmi o nel non fare una cosa, ma nel trasformare quella realtà in un dono d’amore. Però attenti non è finita, se io mi levo questo orologio e lo voglio donare a te e tu mi dici: grazie tante non mi serve. Bene, la volontà di fare il dono io ce l ‘ho, ma il dono resta a me. Non è ancora diventato amore se non nella mia intenzione ma nella realtà, no. Se, invece, voi accettate il dono e mi dite: grazie Peppuccio, e ve lo portate via allora il vostro accogliere il mio dono mi aiuta, o rende possibile che io trasformi il dono di me in vero amore, perché voi l’accettate e ve lo portate via. Ma non basta, perché se voi avete capito il dono d’amore, voi sentirete che dovete rispondere a questo e allora anche voi cercherete di restituirmi qualche cosa.

Ora non pensiamo più all’orologio, pensiamo all’io.

E adesso vi porto l’esempio di me come uomo di pensiero - io non sono un artista - come uomo di pensiero. Io dico: io cerco Dio, cerco l’Assoluto con tutte le mie forze, cerco quell’Amato nel quale mi voglio perdere. Si, per cercarlo, io rinuncio a pensare. Gesù mi dice: no figlio non è la mia strada questa perché il pensare è un dono che Dio ha fatto a te. Dio non ti chiede che tu rinunci ai suoi doni, ma che tu li viva come amore. Allora cosa faccio io, cerco di far sì che il mio pensare diventi un atto d’amore. E come? Noi nella scuola Abbà - siamo 24 - io cerco allora di esprimere quello che sento nascere dentro di me a contatto con la verità con le cose belle che lì cerchiamo di capire ma non le tengo per me, ma lo dono, come… comunicandolo, dicendolo. Ma attenti non è un comunicare qualche cosa di mio solo per informare l’altro di quello che sto pensando. No, non è questo il donare. "Guarda - io posso dire - ho un orologio al braccio", però me lo tengo io. Io lo do e poi cerco di vedere dandolo come verrà accolto dagli altri e come verrà trasformato dagli altri.

I quali, però, non è che si mettono davanti a me che faccio dono di questo mio pensiero (…) e si limitano all’ascolto. Ascolto non vuol dire capire. Si limitano, a fare loro quello che io sto dicendo, fino a pensare quello che io sto pensando. In questo momento io mi sento espropriato del mio pensiero, lo ho perso perché lo hanno accolto gli altri. Ma non basta, perché a questo punto mi troverei con niente. No, e che glia altri, a loro volta, ascoltando quello che io dico, mi dicono quello che loro pensano. Però quello che loro pensano, adesso è abitato da quello che io penso, quindi mi danno se stessi però arricchiti dalla presenza mia che c’è in loro perché mi hanno accolto nell’amore. Allora io mi ricevo mi riapproprio di me dalle loro mani, però dopo essermi perso e arricchito di loro. Capite la differenza, un conto è dire: "io devo rinunciare a pensare", allora dirò: "figlio se tu vuoi attingere l’amato - uso adesso il termine del mistico - tu non devi pensare". Io dico: "no, pensa, ma che il tuo pensiero sia amore".

Io lascio a voi il compito di tradurre quello che io dico sul piano poi dell’ispirazione artistica, questo lo sapete fare voi molto meglio di me. Quindi non: "rinuncia a pensare", ma: "fa amore quello che tu pensi". Badate che il frutto non è poi, ve lo ho detto prima, un anonimo pensiero comune. I pensieri comuni non esistono sapete - chi pensano… nella Trinità non c’è un Dio impersonale è il Padre, Figlio, Spirito - solo che, dal dono che io faccio di quello che penso Dio mi abbia messo dentro, da questo dono io trovo restituito il mio pensiero arricchito dal pensiero dell’altro. E’ questa una dinamica una dialettica continua Allora che succede che io approdo dall’io che era il punto di partenza non ad un "noi", "noi pensiamo" ma ad un'altra realtà, io vorrei dire, la Verità presente in mezzo a noi, cioè Gesù presente in mezzo noi pensa. Così. E ognuno di noi sente, che quello che Gesù in mezzo a noi pensa, non è quello che pensavo io ma è quello che pensavo io se lo ricevo donato e ridonato nell’unità con gli altri.

Fate questa traduzione voi sul piano della ispirazione artistica perché, badate, l’ispirazione artistica è una cosa sacra, ma, adesso lo dico senza volermi fare bello, anche sacra è l’ispirazione del pensiero, quando improvvisamente, io questo lo so per esperienza, quando ad un certo punto tu senti che Dio ti viene a visitare e ti esplode come nell’anima un lampo di luce e tu rimani come inebriato hai capito qualche cosa. Ecco da quella adesso devi andare avanti. Quindi anche il punto di partenza del pensatore non è la verità astratta, anche lì è quell’Uno.

Io quando sento una cosa dentro di me dico: "come è bella!" non dirò mai "come è vera!" perché è qualcosa che è insieme vera, bella, è buona, perché mi affascina,mi riempie di intelligenza e mi inebria di bellezza. Poi devo cercare di esprimerla nel mio modo che è quello del pensatore. E qui sento che devo accettare il limite della condizione umana perché c’è poco da fare se no Dio avrebbe creato solo Peppuccio e non avrebbe creato nessuno di voi ma grazie a Dio non lo ha fatto.

Ecco questo volevo dirvi. Allora questa è la ginnastica che noi facciamo nella scuola Abbà. Ci mettiamo insieme, cominciamo con un patto d’unità fra di noi, dove cerchiamo veramente con tutto il cuore profondamente di dirci io sono pronto a morire per te. Ma come io dico sempre quando parlo della scuola Abbà, non bisogna pensare al morire fisico, non ce lo chiede Gesù in quel momento. Io sono pronto a morire per te nel mio pensiero, che per un pensatore è la cosa più profonda e più sacra che ha perché io sono quella cosa lì. Ecco io sono pronto a morire per te. Come lo realizzo questo morire? Non rinunciando a pensare, questo Gesù non me lo chiede. - Il Verbo si è fatto carne è morto ed è risorto - ma trasformando il mio pensiero in un continuo atto d’amore, perché io voglio donarti tutto quello che penso. Ma non donartelo per convincerti della verità di quello che dico, o donartelo tenendomi il mio pensiero, perdendolo in te, non sapendo più se mi verrà restituito. Se tu non raccogli io non posso perdere il mio pensiero. Ecco perché noi diciamo sempre, usiamo nel nostro linguaggio criptico del movimento, quello di fare il vuoto. Cioè dobbiamo cercare di accogliere l’altro sul nulla di noi, allora questo vuoto che si fa in me risucchia il mio dono lo accoglie lo prende. Però non mi fermo mica lì. Poi mi restituisco magari rispondendo, a quello che lui mi ha detto, con un pensiero che però non nasce in opposizione al suo, ma quando io già esprimo un mio pensiero in risposta al suo la mia risposta è già arricchita dalla sua presenza, però è qualcosa di più perché c’è la mia e io allora accolgo quello lui mi dice in un gioco continuo di dare e ricevere in cui si riflette nella condizione umana nella temporalità il gioco meraviglioso e mirabile della Trinità.

Ecco questo è quello che la Scuola Abbà cerca di essere. Questo volevo comunicarvi. Ho detto: "cosa gli posso dire?" Ma, forse, la cosa migliore è cercare di comunicare loro quello che noi viviamo.

Allora con questo io vorrei chiudere, con questa affermazione:

Gesù, adesso dico scusate se mi rivolgo a voi come artisti, non vi domanda di perdere l’arte, bisogna capire bene il perdere. Gesù vi domanda di perdere tutto. Di perdere cioè quell’io che sostiene l’arte il pensiero ecc. Ma perderlo come: perderlo amando, per avere in dono, il dono centuplicato attraverso l’altro. E in ultima analisi per avere in dono quel Gesù stesso che è il fondo del mio io e il fondo del tuo io e questo credo che alla fine emerge. Badate io non so se Gesù è un artista, come uomo non lo so, personalmente ho dei dubbi perché Gesù come uomo aveva i suoi limiti, però certamente Gesù in te può essere un artista Gesù in me può essere un pensatore questo ce lo ricorda Chiara sempre con forza: "ma Gesù, Gesù in noi...".

E Allora quello che io auguro a tutti quanti voi come scuola Abbà - nella quale poi in pratica cammineremo insieme sapete, perché sempre di più, oggi Chiara ce ne parlava, sempre di più la Scuola Abbà è un pochino, io dico sempre, come il ceppo il tronco in cui tutte queste realtà vengono innestate per fare un albero unico, arricchito da una linfa unica che nasce nel cuore di questo tronco che poi è l’ideale che Dio ha dato a Chiara – allora vi auguro che riusciate a fare fino in fondo con coraggio quest’esperienza che ripeto non è la rinuncia a essere artisti ma ritrovarvi artisti con una dilatazione di cuore di mente di ispirazione così grande quale è quella che solo Gesù può dare. Perché ricordiamoci sempre che Gesù ha promesso il centuplo a chi lascia tutto per seguirLo. Però nel modo che ho cercato di dirvi e cioè nell’amore reciproco, nella carità reciproca.