John Lau Kwok Hung
Dentro una scintilla
Giuseppe Boschetti
Una fresca mattina di primavera entro nell'atelier di Hung a Loppiano (Firenze).
Mi aveva permesso di precederlo di qualche minuto.
Mi siedo su una panca senza accendere alcuna luce e subito mi sento osservato:
sono le sue opere che mi interpellano nella penombra. Rimango muto fino a quando
arriva Hung.
"Le linee scolpiscono l'aria e i volumi aprono orizzonti; il vuoto rincorre
il pieno", azzardo.
"Di profilo, queste sculture sembrano degli schizzi, non ti pare? Prova
a pensare che ogni scultura ha dentro di sé un disegno originario; è
un raffronto con la mia convinzione che ogni essere umano è chiamato
a realizzare il disegno- progetto che è in lui. È proprio nel
cercare l'equilibrio fra il vuoto e il pieno che si intravede meglio questo
disegno".
"Ti ho lasciato ad una certa tappa del tuo viaggio umano e artistico; so
che da allora hai consumato diverse scarpe".
"Ho vissuto anni di sospensione - come ben sai - non estrinsecamente attivi
nell'arte, ma ugualmente fondamentali per la mia formazione, in Filippine e
in Corea. Chiamiamoli il mio periodo di dottorato nell'arte, o meglio, la mia
esperienza di sopravvivenza nel deserto, un ambiente dove l'unica cosa indispensabile
è l'acqua. Ebbene, quella fonte d'acqua, la chiamata al Bello, l'ho sempre
trovata nel mio cuore. Molte volte, anche facendo lavori strettamente parlando
non artistici, cercavo di eseguirli con la stessa creatività e perfezione
che mi imponevo quando ballavo e cantavo col gruppo musicale Gen Rosso, davanti
a un pubblico critico ed esigente. Per anni ho lavorato come dattilografo e
impaginatore per il giornale filippino New City. Mentre mi concentravo nel tirare
le righe da una parte all'altra delle pagine millimetrate, spesso evocavo le
traiettorie percorse dal ballerino sul palcoscenico: attimi in cui deve dare
tutto di sé. Può cambiare il contesto in cui mi trovo, ma ciò
che ho sottomano può sempre diventare un'occasione di creatività
e il pubblico esigente è sempre lì davanti a me".
Mi rivolgo verso le sculture di ferro che mi osservano e chiedo in che modo
siano nate.
"Non è stata mia intenzione quella di cercare una tecnica azzardata
per distinguermi dagli altri. Partendo dalle Filippine per trasferirmi in Svizzera,
ho pensato di esordire con una serie di sculture con tema la danza. Mi son messo
ad imparare le tecniche per saldare il ferro, per costruire delle forme anche
slanciate, intese originariamente come armature da rivestire con gesso o creta.
Ma in quegli intrecci ho cominciato a intravedere immagini di vere sculture;
così le ho elaborate fino al punto di terminarle, utilizzando quasi esclusivamente
il ferro e il fuoco".
"Cos'hai visto tra la folla di materie e attrezzi?".
"Ho trovato una sintonia fra questa tecnica, indubbiamente attuale, e la
mia radice culturale grafica.
L'arte cinese è principalmente un'arte dalle linee dinamiche; basti pensare
alla calligrafia. Oggi le mie "pennellate" sono verghe di ferro e
gocce di materia fusa".
"Mi hai incuriosito quando, giorni fa, parlandomi del tuo viaggio interiore,
hai accennato alla Via della Seta".
"Il percorso che collega la Cina con l'Italia! L'emblema del dialogo fra
oriente e occidente! Un tema ricorrente, come qui in Superstite, che mi interpella
direttamente ogni giorno nel suo significato di un mondo unito".
Lo sguardo silenzioso di Hung mi riporta indietro nel tempo, alle nostre prove
di avvicinamento culturale… "L'esperienza del dialogare con la materia
da scolpire mi insegna anche l'arte del dialogo con le persone.
Rapportarsi, per me, è sinonimo di entrare nel territorio dell'altro
e viceversa: bisogna togliersi le scarpe, tagliare le proprie radici, prima
di entrare in quel luogo sacro che è l'anima dell'altro. Un amico artista,
il mitico Roberto Cipollone, per il quale nutro una grande stima, un giorno
è venuto a visitarmi durante il lavoro.
Dalla porta del mio atelier ha intravisto una mia ultima opera e si è
fermato ad ammirarla, ma senza entrare.
Quando poi mi sono affacciato per salutarlo, Roberto si è fatto avanti
e si è congratulato con me: era talmente felice della mia nuova vena
trovata - gioiva infatti più lui di me - che si è messo letteralmente
a ballare davanti a quella mia scultura. Non sono mancate anche osservazioni
e critiche (del resto sempre le esigevamo l'uno dall'altro), ma è stato
il suo "annuncio rispettoso" a conquistarmi.
È una persona che sa entrare nel mio atelier in punta di piedi".
Mi metto a fissare Agata, una donna in carrozzina, una presenza importante che
mi fa uscire l'espressione: "Regina sul trono".
"Lo stile figurativo che ho scelto mi facilita nel narrare esperienze vissute.
Agata e Il figliol prodigo: opere ispirate da veri eroi incontrati non invano
(una casalinga e un drogato che avevo ospitato, morto poi di Aids). Il superstite:
un altro scorcio del vissuto, la mia preghiera per la pace dopo l'11 settembre".
"Tormenti, bruttezze e morti?".
"Certamente, ma con la risurrezione".
Mi avvicino al cannello ossidrico, lo impugno e con esso sfioro la vena gonfia
della mano destra del Violinista. "Tremila gradi di dolcezza", interpello
Hung.
"Qui subentra la legge del fuoco. La natura trasforma in modo lento e progressivo
mentre la fiamma liquefa il ferro in pochissimi attimi drammatici.
Ma poi il ferro riprende alla svelta la sua consistenza in una nuova forma.
Un amico ha coniato per me il termine MetaLmorphosis ".
"Un gioco fra te, la fiamma e la materia; un gioco che brucia sulla pelle
e, forse, anche dentro", indago.
Si lascia provocare e mi parla di battaglie: "Immaginati una battaglia,
delle fiamme, quelle dell'amore, per dire, contro le fiamme dell'odio o della
vendetta che puoi anche sentire nascere dentro di te. Un fuoco più forte
che passa, consuma tutto e lascia in piedi solo la verità è un
richiamo che, attraverso i miei occhiali scuri da saldatore, m'interpella costantemente
durante le ore di lavoro in solitudine".
Si è fatto tardi. Uscendo dall'atelier di Hung non oso nemmeno sfiorare
una scultura, ma le accarezzo ad una ad una con uno sguardo personale per ciascuna.
Ormai sulla porta, faccio l'ultima domanda: "A quale stile espressivo appartiene
la vita che racconti con le tue opere?".
"Lascerei agli storici e ai critici d'arte il loro compito. Recentemente
uno studioso amico mi ha spiegato in termini letterari la poetica che lui trova
nelle mie sculture. In quell'ascolto mi sembrava si verificasse un certo sogno:
vedere un giorno che letterati, artisti, filosofi e così via non vivano
più solo nella loro solitudine ma anche in un dialogo reciproco l'uno
con l'altro manifestandosi davanti al mondo".
DIALOGO COL FUOCO
Qualche tempo fa un amico artista mi donò un grande respiro, una conferma,
raccontandomi il suo rapporto con l'icona La Trinità di Andrej Rublev.
"Un'opera, per me, è bella - mi disse - quando sento il desiderio
di vivere con lei tutta la vita". In verità, prima di correggersi,
mi aveva detto sottovoce: "Quando sento il desiderio di rubarla".
Ho sentito quella stessa conturbante tentazione incontrando le opere di Hung.
Non essendo un critico d'arte, infatti, non posso fare altro che donare le mie
esperienze artistiche, fra cui quella con Lau Kwok Hung, classificato riduttivamente
come scultore, è fra le più fondanti. Di lui posso esprimere solo
ciò che osservo e oso comunicare solo ciò che vivo.
L'atteggiamento più spontaneo che nasce alla presenza di un artista è
quello della meraviglia. È da più di vent'anni che osservo Hung,
battezzato John a Hong Kong dove nacque nel 1953. Ho avuto il fortunato e faticoso
destino di lavorare lunghi anni con lui; i mobili, i quadri, gli strumenti di
lavoro e tutto il resto nella nostra stanza creativa e nel suo atelier non duravano
più di un mese nella stessa posizione. Ogni intuizione trascinava con
sé, come un fiume in piena, tutto ciò che toccava, lasciando ogni
volta in piedi solo il Bello. Era quello, infatti, l'unico valore a stare ritto
in mezzo alla bufera e che continua oggi a rimanere irremovibile, anzi sempre
più stagliato all'orizzonte, nell'opera di Lau Kwok Hung, nome che significa,
guarda un po': Inondazione del Regno.
L'ho visto trasformare di tutto sotto la sua ispirazione vorticosa: dal marmo,
che plasmava con energiche carezze, oltre che con delicati colpi di scalpello,
ai colori, che voleva risaltassero in tridimensione, alle foto, così
poco statiche che, seppure lontane dal più freddo realismo, invitavano
al dialogo. Io scrivevo e, appunto, continuavo ad osservare e a meravigliarmi.
Oggi la materia prima delle sue sculture sono verghe, la fiamma ossidrica e
la legge spietata del fuoco. Ma che dico: quella è in realtà solo
la materia seconda. La prima è quella forza capace di arginare in forme
calde, le gocce fuse di metallo che corrono, ubbidienti, dove le porta il cuore
dell'artista.
Tutto il resto, metallo, cannello ossidrico, martelli e lime, maschera da saldatore
e guanti di cuoio, scintille e bruciature (anche interiori), sono solo umili
strumenti.
Ciò che davvero conta è proprio quell'inondazione impetuosa che
nasce dal cuore, inteso come centro della persona, che dà a Hung il coraggio
di essere diverso. Mi aspettavo di essere travolto da un momento all'altro,
raccolto com'ero in un angolo del suo atelier di Loppiano: vedevo Hung tracciare
forme con gli occhi nelle mani, fondere col fuoco l'idea, piegare il metallo
con la volontà, controllarsi con la forza, sollevare la materia, forgiare
la visione, scolpire nello spazio la movenza, modellare la goccia, che correva,
danzando le sue forme. Un dialogo a tinte forti e piacevole fra l'artista, il
fuoco e la materia.
La Goccia Ubbidiente
Il vuoto e il pieno, l’etereo e il tangibile, un’idea ferma e una materia danzante, l’essere e l’esserci: quando mi accorgo di aver letto qualcosa in una sua scultura (solo scultura?), quell’intuizione è già vecchia. E’ questo il bello dell’Arte: non ti lascia in pace. Quando un’opera è terminata è già sorpassata, perché l’artista non potrebbe vivere senza continuare a creare, o meglio, senza continuare ad esprimere quello che, se non uscisse manifesto, gli scoppierebbe nell’anima, uccidendolo.
Ma è anche vero il contrario: ogni opera che non rimane per sempre, che non ha in sé le radici del passato e non fa scorgere la luce del futuro, non appartiene alla vera Arte.
Così, ogni creazione di Hung ha in sé, e sprigiona, quella eterna rincorsa verso il Bello che non lascia riposare il cuore, gli occhi e le mani di chi crea e di chi ammira, al punto che chi osserva, chi ha il coraggio di guardare negli occhi le sue opere, viene risucchiato da un vento tumultuoso e gentile insieme e si sente lui stesso artista che continua quella creazione.
E’ inutile che la nostra società delle immagini, dell’etere e delle false comunicazioni si scalmani a venderci una felicità morta, confondendo e spacciando il suo attivismo per vita: possiamo inesorabilmente dare solo quello che abbiamo. Le illusioni lasciano l’amaro in bocca, un sapore che chiunque vuole dimenticare per non vomitare. Le opere di Hung lasciano la voglia di assaggiare ancora e poi ancora e ancora: mi viene il dubbio che dentro ci sia vita.
E’ proprio quella inondazione impetuosa che nasce dal cuore (come centro della persona) che dà a Hung il coraggio di essere diverso. Ed è solo una conseguenza logica che la sua opera (le sue opere sono talmente legate fra loro, causa ed effetto vicendevoli, da essere un’emanazione unica) non tema di rimanere sola a testimoniare la sua vita.
Ho avuto il fortunato e faticoso destino di lavorare lunghi anni con Hung; i mobili, i quadri, gli strumenti di lavoro e tutto il resto nella nostra stanza creativa e nel suo atelier non duravano più di un mese nella stessa posizione. Ogni intuizione trascinava con sé, come un fiume in piena, tutto ciò che toccava, lasciando ogni volta in piedi solo il Bello. Era quello, infatti, l’unico valore a stare ritto in mezzo alla bufera e che continua oggi a rimanere irremovibile, anzi sempre più stagliato all’orizzonte, nell’opera di Hung.
Fra le sue mani la legge spietata del fuoco è solo pari all’inondazione impetuosa della sua intuizione. E’ quella l’unica forza capace di arginare in forme calde, come quelle di un albero che si adatta alla sua terra, le gocce fuse di metallo che corrono, ubbidienti, dove le porta il cuore dell’artista.
Dimenticavo: il nome Kwok Hung significa "Paese Inondazione", che ognuno giochi con l’immaginazione
Giuseppe Boschetti, 2001
L'Intervista
Forum dellArte
Loppiano, 19-20 febbraio, 2000
Sei scultore, sei cinese, nato a Hong Kong... hai 46 anni (anche se non dimostri )
Il tuo nome è John Lau Kwok Hung Ha qualche significato il tuo nome?
Il mio nome in cinese "Hung" vuol dire "torrente", oppure "inondazione".
Ma non sei solo scultore...?
Negli anni in cui ho frequentato l'Accademia di Belle Arti -.fine settanta - ero anche molto attivo nelle altre discipline artistiche e mi sono formato anche nella danza, nel canto, nella fotografia ecc.
Ma in ultima analisi, il palcoscenico non era per me; ho trovato che la scultura è ciò che più mi saddice e che mi contraddistingue.
Allora hai sempre esercitato la scultura?
Tutt'altro! Dopo la consegna del diploma all'Accademia - era il 1980 - malgrado la mia grande passione per l'Arte allora, le circostanze della vita non mi hanno permesso di esercitare ininterrottamente la mia arte...
Il proverbiale "Impara l'arte e mettila da parte..."
Quasi esatto... "Impara l'arte e mettila da parte" Sì, ma per me non vuol dire rinunciare alla creatività, al bello. Penso di essere stato sempre fedele a questa vera e propria vocazione alla creatività, al bello. Oggi, posso veramente testimoniare che, alla fin fine, lungo il percorso della Vita, le circostanze mi hanno offerto occasioni di sviluppare addirittura altri talenti, altre sensibilità artistiche.
Osservando le tue opere, si nota subito delle caratteristiche che direi sono tutte tue, ci puoi dire qualcosa della tua arte
Nel 1990, cercando di aprire strade non ancora battute, ho sviluppato un nuovo modo ed un nuovo stile di fare la scultura. Si tratta della lavorazione del ferro, principalmente con la fiamma ossidrica. A circa 3.500 gradi, la punta bianca della fiamma ossidrica possiede una forza incredibile. Al contatto con questa fiamma, il materiale diventa malleabile. Come lo scalpello con la pietra, o il pollice con l'argilla, così è la fiamma nel confronto del ferro, che piega, torce, liquefa, fonde, taglia, unisce...
E' fantastico.
E' fantastico Sì. Adopero spesso lunghe verghe di ferro. Con la fiamma ossidrica, si può dunque accompagnare le verghe lunghe di ferro nel loro sviluppo serpeggiante nello spazio... esattamente come si tracciano dei segni con il carbone sul foglio. Ecco: disegnare nello spazio, mentre il disegno diventa - ed è - scultura. E' fantastico.
Normalmente quando si parla di sculture in ferro si immagina forme astratte... Mentre le tue opere sono figurative e realistiche... Tra l'altro le tue figure sono spesso immagini di danza...
Mi piace la danza, e ho praticato danza - è una disciplina affascinante. Al centro della mia creazione artistica cè l'Uomo - la persona umana: un celebrante della Vita dove il rito è, e cosa meglio che la danza? Prima ho menzionato la "magia" dove la scultura è un disegno - magari a tre dimensioni. A me piace la convinzione che ogni persona è chiamato a realizzare quel disegno che è innato in lei. Ed è proprio nel trovare l'equilibrio tra il pieno e il vuoto che si intravede meglio questo disegno. Nelle mie sculture gioco molto sul pieno e sul vuoto.
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