Arte  in comunione

 Primo incontro periodico: Trento 2-3 marzo 2002

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Foto Hung

APERTURA Luca Moser

Iniziamo oggi a Trento, dopo il grande congresso di artisti a Roma del 2000, dopo i forum di Loppiano, dopo molti momenti di incontro e confronto tra artisti nei vari paesi Europei e nei Continenti, una serie di incontri periodici – pensiamo con cadenza trimestrale - , in cui avviare "un dialogo tra Spiritualità dell’unità e arte e cultura contemporanee".

Non sono dunque incontri in cui si affronteranno i problemi tecnici del fare arte.

A malincuore, ma si è deciso anche di rinunciare allo spazio dato alla presentazione di opere di qualcuno di noi – sarebbe troppo il tempo necessario per poter dare spazi adeguati per tutti: per questo pur necessario momento cercheremo occasioni più idonee -

In quest’occasione e nei successivi incontri ci si chiederà soprattutto cosa può offrire all’arte contemporanea, al nostro fare arte, la spiritualità dell’unità.

Sappiamo che questa spiritualità è nata proprio qui a Trento nel 1943 da Chiara Lubich, che, con alcune compagne, ha voluto vivere il vangelo alla lettera scoprendone nella vita le immense ricchezze.

Oggi, dopo quasi 60 anni, in vari settori dell’impegno umano, sono iniziati incontri simili in tutto il mondo: politica, comunicazioni sociali, psicologia, economia, sanità, mass media.... ; sono iniziati nella convinzione che la spiritualità dell’unità ha qualcosa di nuovo da dire sul fare umano, nella convinzione che tutto tende all’unità e che nell’unità si compie, si potenzia, si realizza, l’agire politico , economico, artistico dell’uomo.

Come abbiamo detto questi appuntamenti avranno una cadenza, pensiamo, trimestrale: vogliono cioè avere una continuità per permettere un approfondimento dei vari punti in cui si articola la spiritualità e dare molto tempo al dialogo tra artisti.

Cosa faremo in queste giornate?

Il punto di partenza sarà l’ approfondimento di uno dei punti della spiritualità dell’unità, tenuto da una delle prime compagne di Chiara, e quindi testimone diretta di queste grandi scoperte

In seconda battuta alcuni spunti per avviare una riflessione sull’incidenza che tale scoperta può avere nel campo specifico dell’ attività artistica

Poi testimonianze ed esperienze di artisti che hanno cercato di tradurre questa spiritualità nella loro vita professionale

Ed infine momenti di dialogo e conoscenza approfittando di queste preziosissime ore di vita assieme sia in sala che negli ambienti del Centro Mariapoli.

Dunque questi momenti vogliono essere momenti di dialogo: dialogo tra una spiritualità e il mondo contemporaneo. Ambedue questi poli porteranno certamente il loro contributo a questo cammino fatto di "un libero scambio d’esperienze e di idee tra artisti".

Ma quali le modalità di questo dialogo?

E’ questo un dialogo che punta a scoprire i valori comuni a tutti.

Che vuole mettere in luce il positivo nell’apporto di ognuno.

Un dialogo dove ognuno cerca di dare all'altro il meglio di sé, nella fedeltà esplicita alle proprie convinzioni, e accoglie l'altro sapendo che ognuno ha grandi ricchezze da dare.

Un dialogo in cui si comunica un pensiero per creare un rapporto con l'altro, non per conquistarlo alle proprie idee.

Del resto la spiritualità di Chiara è una spiritualità di comunione, è una spiritualità nata dalle parole del testamento di Gesù "che tutti siano uno".

E’ una spiritualità cioè che vuole contribuire a raccogliere in unità la grande ricchezza di linguaggi, di tradizioni religiose, di culture del mondo di oggi: è una spiritualità che insegna ad accogliere l’altro, a vivere l’altro, a farsi uno con l’altro.

E questo forse ha molto da dire anche a noi artisti: così diversi per linguaggio, sensibilità, scuola, formazione, ambienti di produzione e lavoro, non sempre facilmente conciliabili.

Quindi Senza fare sconti al rigore ed alla profondità della ricerca personale di ognuno, si tratta di vedere le nostre diversità come una chance, come una ricchezza, come una grande possibilità, sapendo che la verità è sin-fonica, attende il contributo di tutti.

Una perla della spiritualità orientale, un breve racconto zen, può fare da guida al nostro stare assieme di oggi.

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji, ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. "E’ ricolma. Non ce n’entra più!". "Come questa tazza" – disse Nan-in – "tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?".

Oggi vorremmo essere queste tazze vuote uno per l’altro per accogliere il tè profumato che ognuno può versarvi.

Cominciamo da subito ascoltando Doriana Zamboni, Dori, che ci racconta della scoperta travolgente fatta con Chiara che Dio ci ama immensamente.

 

DIO E’ AMORE Dori Zamboni

 

Per iniziare, dunque, questa riflessione spirituale devo dire che ciò consiste nell’offrire a voi una chiave per vivere le grandi idealità che erano balenate nel nostro animo fin dai primordi del Movimento. Questo Movimento ha come scopo l’unità, quell’unità per la quale Gesù ha pregato: "Che tutti siano uno." Si tratta infatti della spiritualità dell’unità. Si è vista come un segno dei tempi e risponde ai bisogni spirituali della nostra epoca. E’ una visione del mondo, ma anche una costruzione di un mondo nuovo che é già iniziata. Si é preso coscienza infatti nel corso di più di 50 anni che il carisma dell’unità, questo dono di Dio, ha fatto nascere un modo di vivere evangelico, ha aperto agli uomini un cammino per poter rispondere ai bisogni dei tempi e della società umana, in quanto sprona e forma ad essere costruttori di unità, di fratellanza, di solidarietà, di pace nel mondo in cui viviamo.

L’impatto di quel messaggio su migliaia di persone è stato sorprendente, anche perché era accolto da tutti: grandi e piccoli, laici e religiosi, gente semplice e grandi personalità. E penso sia interessante ascoltare un testimone molto particolare, l’on. Igino Giordani, giornalista e scrittore, che molti di voi conoscono e che rappresentava per tanti di noi giovani di allora un modello di intellettuale e di politico cristiano. Quando a Montecitorio nel 1948 s’imbattè per la prima volta, attraverso Chiara, in questo carisma, "una cosa avvenne in me - scrive -. Avvenne che quei pezzi di cultura, giustapposti, presero a muoversi e animarsi, ingranandosi a formare un corpo vivo (...). Era penetrato l’amore e aveva investito le idee, traendole in un’orbita di gioia. Era successo che l’idea di Dio aveva ceduto il posto all’amore di Dio, l’immagine ideale al Dio vivo (...).

Avendo trovato l’amore, mi trovai, quasi di colpo, nel circuito della Trinità. Tutti i dogmi, tutte le nozioni uscivano dal casellario della memoria e divenivano materia viva: sangue del mio sangue. Movevo dalla biblioteca intasata di libri verso la Chiesa abitata da cristiani.

Ora capisco che cosa stava succedendo. Stavo ricevendo una sorta di rivelazione - o un chiarimento di rivelazione - che mi produceva una sorta di conversione nuova (...).Capii allora che cosa volesse significare il Signore, nel Vangelo di Giovanni, con le sue immagini di luce, di amore, di rinascita e di Spirito. Era entrato il fuoco. Lo Spirito Santo, vento impetuoso, aveva spazzato via nebbie e schermi; sotto il suo soffio, l'incendio divampava: nella luce nuova, si scoprivano Dio e il fratello".

 

Nell'esperienza spirituale di Chiara e di noi sue compagne, il primo passo di questo stile di vita, quello decisivo e fondamentale, è stata una vera e propria illuminazione, una ri-rivelazione di Dio, se così si può dire.

E fu la prima lezione data a Chiara da Colui che le aveva suggerito nel cuore: "Sarò io il tuo Maestro".

Ma per capire a fondo questo primo insegnamento, bisogna situarlo storicamente sullo sfondo di un contesto esistenziale in cui tutto parlava di odio e di distruzione. Erano tempi di guerra. Chiara racconta dei sui primi passi in una città devastata dai bombardamenti quando aveva dovuto lasciare la famiglia, per la promessa fatta a Dio di rimanere a Trento accanto a noi sue prime compagne. Le si fece incontro una donna scarmigliata e impazzita dal dolore che le urlava nelle orecchie: "Quattro me ne sono morti!" La reazione immediata di Chiara fu di dimenticare la sua tragedia personale per immedesimarsi e far propria quella di un’umanità sconvolta e disperata.

Ma cosa potevano offrirle lei e noi sue prime compagne, per sanare le piaghe e colmare i vuoti spaventosi che si scavavano nelle coscienze con la perdita di tanti affetti e di tanti beni? Era qualcosa che aveva folgorato la nostra anima, alla vista d’un mondo che crollava. Sì, c’era qualcosa che non crollava, che nulla poteva distruggere, un unico vero ideale e questo era Dio! Un Dio che, nel più stridente contrasto con ciò che accadeva attorno a noi, si rivelava per quello che era: Amore.

"La sua luce sottile - scrive - (ora diremmo: luce del carisma) entrava e illuminava, fasciava l’anima, non sopprimeva il pensiero precedente, lo sostituiva lentamente".

Fino al giorno in cui le parole di un sacerdote, percepita come voce di Dio, la colpirono come mai: "Si ricordi che Dio la ama immensamente".

Ed ecco la reazione: "E’ la folgore - scrive Chiara -: Dio mi ama immensamente. Lo dico, lo ripeto alle mie compagne: Dio ti ama immensamente. Dio ci ama immensamente.

Da quel momento scorgo Dio presente dappertutto col suo amore: nelle mie giornate, nelle mie notti, nei miei slanci, nei miei propositi, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, nelle situazioni tristi, scabrose, difficili.

C’è sempre, c’è in ogni luogo e mi spiega. Che cosa mi spiega? Che tutto è amore: ciò che sono e ciò che mi succede; ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che sono figlia sua e Lui mi è Padre; che nulla sfugge al suo amore, nemmeno gli sbagli che commetto perché Egli li permette; che il suo amore avvolge i cristiani come me, la Chiesa, il mondo, l’universo.

La conversione è avvenuta. ‘La novità’ è balenata dinanzi alla mia mente: so chi è Dio. Dio è Amore.

E’ questa la nostra grande, grandissima scoperta.

Noi crediamo all’amore. Questa è la nostra nuova vita. Per questo manifestiamo il desiderio d’essere sepolte - qualora fossimo morte per la guerra - in una sola tomba con sopra scritto come nostro nome, perché quello era il nostro ‘essere’: ‘E noi abbiamo creduto all’amore’ (cf 1 Gv 4,16)".

 

E questa scoperta così coinvolgente e travolgente non poteva essere taciuta e vissuta a livello puramente interiore e individuale. Aveva in sé una forte carica diffusiva. Quella scelta di Dio, pur essendo personale, doveva essere condivisa e divenire patrimonio comune. In una preghiera di quei primissimi tempi, Chiara chiedeva a Dio due cose: "Dammi d’amarti immensamente e di farti immensamente amare".

Così il carisma dell’unità dava l’avvio a quell’annuncio che è il cuore del kerigma tipico del cristianesimo richiamato nell'ultima lettera Apostolica del Santo Padre: "L'annuncio gioioso di un dono che è per tutti - scrive il Papa - il dono della rivelazione di Dio Amore..."

Questo messaggio è stato portato in tutto il mondo ed ora sono 185 le nazioni in cui è diffuso il Movimento, formato da gente di ogni fede religiosa, ma anche da persone che non hanno un riferimento religioso. Per tutti vale l'impegno o di mettere Dio al primo posto nella vita o quello di anteporre a tutto i più grandi valori, quali la pace, i diritti umani, la libertà, la giustizia, la solidarietà, ecc. E fra questi l'amore agli altri che è iscritto nel DNA di ogni uomo e donna della terra.

E solo con questa scelta, con questo mutamento di vita si potrà imparare grado grado - come insegna il carisma dell’unità - ad essere atti a quella fraternità cui desideriamo tendere, quale nostro contributo alla fraternità universale.

 

 

DIO AMORE E L’ARTE Liliana Cosi

 

Il poeta Rainer Maria Rilke ci fa riflettere quando asserisce : "L’arte ... è amore di Dio" . Ma come è possibile ? In che senso ? L’artista, spesso convive con la dimensione spirituale dentro di sé. E’ una sua personale esperienza. Chi ha composto anche una sola volta un’armonia di suoni o di colori o di forme o movimenti o ha cercato di penetrarli e interpretarli con la sua anima e la sua sensibilità ha sperimentato qualcosa che non è del mondo materiale. E’ un’esperienza spirituale.

Il grande maestro del teatro russo Stanislavski aveva un suo criterio per l’arte : "L’arte è per elevare lo spirito dell’uomo". Si dice anche che l’arte abbia una dimensione profetica ; infatti spesso una nazione, un’epoca si identificano con i propri artisti con le loro opere d’arte, in quanto in esse vengono espresse le più profonde tensioni.

Nel volume "Spirito creativo", alcuni autori americani cercano di spiegare, anche scientificamente, il momento magico della creatività artistica. Ma concordano nel non riuscire ad analizzare tale processo che arriva quando vuole e persino quando non ci si pensa.

Negli scritti di alcuni musicisti si leggono frasi che tentano d’esprimere ciò che sta alla radice della loro arte, ma senza riuscire a definirlo, è qualcosa che li supera.

Gustav Mahler a proposito della sua III sinfonia scriveva : "Immagini un lavoro di grandezza tale che rispecchi addirittura il mondo intero, siamo, per così dire, soltanto uno strumento suonato dall’universo ... In essa l’intera natura trova voce .. taluni miei passaggi mi sembrano talmente soprannaturali che posso a stento riconoscerli come opera mia ..." .

Beethoven : ".. lo spirito che tende ad una sconfinata universalità, raggiunge nell’atto creativo, per l’armonica conciliazione degli opposti, una grande beatitudine".

Ciaikovski è ancora più incisivo: "Io scrivo per un’urgenza interiore, incoraggiato dalla forza dell’ispirazione, che è superiore e non si arrende. Da dove provenga è un mistero impenetrabile".

Ma anche Van Gogh dipinge a suo modo questo momento magico della sua anima " l’arte sublime, cioè le opere di quelli che lavorano con il cuore, la loro anima, la loro intelligenza ... Le loro parole e le loro creazioni sono alimento della spiritualità e della vita".

Il filosofo Friedrich Schlegel così concludeva una sua dissertazione sull’arte : " ... allora l’arte non è umana ma divina". -

Alcuni anni fa Giovanni Paolo II in un’udienza generale si esprimeva in proposito : "Quando scorriamo certe stupende pagine di letteratura o di filosofia e gustiamo ammirati qualche capolavoro dell’arte o ascoltiamo brani di musica che hanno del sublime, ci è spontaneo riconoscere in queste manifestazioni del genio umano un qualche luminoso riflesso dello Spirito di Dio…".

Ma oggi... Oggi l’arte indubbiamente vive una sua sofferenza. L’imponente fenomeno del consumismo e di una certa globalizzazione, sembra confonderla, minarla.

In una società così tecnicizzata, disincantata, veloce, distratta, come riesce un artista a lasciarsi coinvolgere dal mistero, dalla purezza che, al di là di tutto, è dentro di lui, che ha una radice in quell’Amore con la A maiuscola, da cui in vari modi, son stati toccatia gli artisti appena citati ?

Cosa potrà voler dire "amare" per un artista ? C’è una magnifica espressione di Tagore che mi piace riportare: "Le opere prodotte dall’arte sono saluti che l’anima umana manda all’Altissimo come risposta, quando Esso si manifesta dal mondo buio delle evidenze in un mondo di infinita bellezza."

L’artista vero vive dei momenti di ‘grazia’ quando crea, questo suo ‘talento spirituale’, così lo ha definito Chiara Lubich durante una recente conversazione, è un’esperienza autentica, tanto da portarlo, in molti casi alla maturazione di una fede profonda.

Ecco alcuni esempi.

Tolstoi : " … mi basta sapere che Dio c’è ed io vivo: mi basta dimenticarlo o non crederci ed io muoio … conoscere Dio e vivere è la stessa cosa. Dio è la vita …". Beethoven : "Se nella costituzione del mondo risplendono ordine e bellezza, allora vi è un Dio. ... Se questa armonia invece ha potuto scaturire da leggi organiche generali, allora la natura intera rispecchia l’azione della saggezza suprema."

E il timido e appassionato Ciaikovski : " ... sento di cominciare ad essere capace di amare Dio … meditando sulla mia vita comincio a vedere il dito di Dio … voglio amare Dio sempre, quando mi manda la felicità e quando mi manda le disgrazie ..." E si potrebbe continuate con abbondanza.

Allora per l’artista la scoperta dell’Amore che ha la sua radice in Dio e lo spinge a creare, non può non trasformarsi nella scoperta della Bellezza che ha la sua radice in Dio bellezza..

L’amare, il ‘far del bene’ per un artista non potrà che esprimersi in opere d’arte. In opere belle.

La scoperta di Chiara, di essere immensamente amata da Dio, la porta immediatamente ad agire non solo facendo del bene, ma essendo lei stessa strumento tangibile dell’Amore, per gli altri. La novità di questo amore si è espresso, fin dall’inizio in una sua originale dimensione fortemente estetica.

Per esempio : pur nella mancanza di mezzi, l’armonia della casa era importante come condividere il pasto con i poveri. Era sullo stesso piano, faceva parte di un’unica e nuova concezione della Vita.

Chiara esplicitamente afferma : "Non v’è dubbio che anche per noi la bellezza assoluta è Dio, Dio che è eterno".

Se le opere dell’artista nascono e si formano nel suo intimo, dove abita Dio che è Amore, che è Bellezza, avranno in qualche maniera - iconicamente - le sue stesse qualità.

Certo non permetteranno più la mediocrità, che temeva Solgenitzin, quando metteva in guardia sul pericolo di una perdita e di uno sperpero dei valori spirituali e primi fra questi l’arte intera : "La richiesta di opere di consumo superficiale - scriveva - alimentano sempre più l’artista nella strada della mediocrità".

L’artista anzi dovrà obbedire a ben altri parametri, che nulla hanno a che vedere con le mode, gli interessi, le convenienze, l’utile, e proprio per questo molto più esigenti !

L’arte nata da questa Bellezza, di essa impregnata, rivela qualità eccezionali tipicamente proprie. Come l’amore che non può non essere rapporto verso l’altro, così l’arte in tutte le sue espressioni saprà esprimere nuovi rapporti, divenendo vera comunicazione, ma su un piano più alto, più forte della parola stessa. I grandi capolavori lo testimoniano.

Nella sua travolgente esperienza di un Amore globale che coinvolge creato e increato Chiara arriva ad esprimersi così : "... l’opera d’arte, con i pennelli, con gli scalpelli, con le note, con i versi ... non può non essere vista come una sorta d’incarnazione : "il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile". Ma se così è, l’arte non può non elevare, non portare in Alto, in quel Cielo da cui è discesa."

C’è una lirica di Goethe che bene l’esprime :

Laggiù nella purezza,

nel giusto, io voglio immergermi

negli abissi all’origine

della specie degli uomini,

quando non si rompevano

la testa, ma apprendevano

da Dio scienza celeste

nelle lingue terrestri.

Vorrei qui fare un brevissimo cenno ad una verità che ogni artista sperimenta e che è misteriosamente legata alla sua creatività, a quello che è per lui (oppure) - nella quale si esprime come dono ricevuto la sua risposta all’amore di Dio.

Spesso la radice che genera questo amore, oppure : Spesso la radice umana che risponde a questo Amore, che genera la bellezza dentro di lui, non è affatto bella, non è luce, è esattamente il contrario...

Goethe parla chiaro: " Canto col cuore greve. Ma guarda le candele: fanno luce e si struggono".

E il grande e tormentato Van Gogh è andato agli estremi : "Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude ... che sembra sotterrarti ... Sai tu cosa fa sparire questa prigione ? Un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente."

Più approfondiamo e più resta indefinibile la vita interiore dell’artista a volte in contrasto apparente col mistero dell’Amore di Dio che abita in esso e si esprime in maniera così evidente e potente nelle sue opere. Nell’artista sembra esserci posto per il buio più nero e la luce più splendente.

Un giorno, immersa in questi pensieri leggendo un passaggio di Chiara, ho provato a sovrapporre la parola bellezza alla parola amore. Penso che ogni artista possa ritrovarsi :

"Bisogna far tacere tutto in noi per scoprire in noi la Voce di Lui. E bisogna estrarre questa Voce come si toglie un diamante dal fango: ripulirla, metterla in mostra e donarla a tempo opportuno, perché è Amore -[ è Bellezza ]- e l’Amore - [la Bellezza] - va data: è come il fuoco che, comunicato … arde, altrimenti si spegne."

Questa è la vita dell’artista. L’artista può raggiungere queste vette anche oggi, perché non è solo, è immensamente amato da Dio.

Ad artisti così, con questa coscienza, è affidato il compito di dar vita nel mondo di oggi ad una autentica cultura del bello, dove l’amore che finora ha sviluppato e messo in luce valori quali la solidarietà, la libertà, la verità, la pace, riscopra quella sua più completa dimensione, che è la bellezza.

La bellezza non va inventata, c’è, è racchiusa nel cuore dell’uomo, ma soprattutto nel cuore e negli occhi dell’artista, al quale Dio ha dato la capacità, la possibilità di vederla e di donarla.

Oggi si parla tanto di dare un’anima alla società, di riportare i valori e si interpellano sociologi, teologi, filosofi.

Qui ci viene alla mente un’emblematica profezia dello scrittore russo Dostojevski : "La bellezza salverà il mondo !" Noi pensiamo che l’artista se riscopre Dio Bellezza dentro di sé, può essere una risposta a queste esigenze. L’artista oggi è chiamato a liberare nel mondo la bellezza.

 

RESTA QUI CON NOI Lode Ciprì

 

Pur essendo uno studente di ingegneria elettronica, la mia passione era indubbiamente la musica. Erano gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, metà degli anni sessanta.

Con dei miei amici ho formato un complesso beat, "I Notturni", forse per una mia abitudine innata di comporre e suonare di notte, che non mi lascia tuttora.

Col gruppo abbiamo avuto subito un discreto successo. Siamo risultati terzi in un concorso che si tenne allora fra nuovi complessi per tutta Italia. Anche la famosa casa discografica RCA Italiana aveva mostrato per le mie canzoni un certo interesse.

E’ stato in quel momento culmine che ho conosciuto il Movimento dei Focolari. Era forse il febbraio 1966.

Tre giovani mi stavano davanti nel salotto di un mio amico, un famoso giudice di Palermo, che mi aveva invitato a casa sua non so con quale pretesto o stratagemma, proprio in una sera in cui con ‘I Notturni’ dovevamo inaugurare l’apertura del night club più famoso della città. I miei amici del complesso mi hanno atteso inutilmente all’inaugurazione del night, e non mi hanno più rivisto, perché per me quella sera ha segnato una svolta decisiva nella mia vita. Non so come avvenne, ma ho sentito dentro che quel tipo di musica per me non aveva più senso, non faceva più parte della mia storia.

Sono stato invitato in seguito dai miei nuovi amici, dal momento che sapevo suonare la chitarra, ad accompagnare alcuni canti in un incontro che avevano organizzato nella mia città. Mi sono sorpreso non poco quando mi fecero sentire le canzoni che dovevo accompagnare. Erano alcune di quelle che io normalmente cantavo nelle serate col mio vecchio complesso, ma loro avevano cambiate le parole, che rivolgevano ora a Gesù, ora a Maria, ora ad altre realtà che non capivo. Mi sembravano dei veri innamorati, ma di cose più alte, più sublimi. Ed in me suscitavano un desiderio sincero di essere nuovo, diverso, di aprire il mio cuore ad un amore che non avevo conosciuto prima: quello di Dio, che, come anch’io ora sperimentavo, mi amava personalmente.

Un giorno, ricordandomi che avevo composto tante canzoni, ho deciso di cambiare le parole ad alcune di esse per esprimere la nuova realtà che stavo vivendo. Nacquero così "Tu sei la meta" e "Io vorrei", che hanno sorpreso molto i miei amici e che sarebbero state in seguito fra le prime canzoni del Gen Rosso, che ancora non era nato.

 

Mi sono convinto ben presto che questo Ideale di vita era ciò che da sempre avevo cercato e non ho posto troppi indugi nel seguirlo. Mi sono trovato così a Loppiano il 7 gennaio 1967, appena due settimane dopo che Chiara Lubich aveva regalato ai ragazzi della cittadella quella famosa batteria rossa che ha determinato, assieme a Gen, che indicava la seconda generazione del Movimento dei Focolari, il nome del Gen Rosso.

Ho fatto parte subito del complesso. I componenti del Gen Rosso eravamo tutti ugualmente giovani, pieni di entusiasmo, con una forza dirompente che traboccava da noi; con una grandissima voglia di far conoscere a tutti quell’amore che aveva trasformato la nostra esistenza.

Ho continuato così a comporre, a scrivere canzoni. In ciascuna di esse ora non lavoravo solo di fantasia, ma esprimevo una realtà che vivevo giorno per giorno assieme agli altri, cercando di mettere in pratica, fra noi che eravamo di razze, culture e mentalità diverse, quell’amore reciproco che era divenuto la legge della nostra vita. Fino a quel momento avevo composto, se così si può dire, per me, per dare libero sfogo ai miei sentimenti, al brio della mia gioventù, ai miei, più o meno felici, stati d’animo.

Ora sentivo che, senza togliere nulla alla spontaneità, potevo fare tutto per amore, come tutto era stato fatto da Dio per amore intorno a me.

Quando proponevo una canzone, mi faceva impressione l’attenzione e l’ascolto che avvertivo negli altri: era una cassa di risonanza che mi faceva scoprire ciò che veramente di valido c’era in quella mia canzone; non avvertivo giudizi, ma avevo più l’impressione che ognuno trattasse quella canzone come se lui stesso l’avesse composta. Magari poi erano cose piccole, ma l’amore di tutti le rendeva grandi e, soprattutto, producevano sugli ascoltatori un grande effetto. Era la nostra vita che passava agli altri, era l’amore di Dio, del quale potevamo essere canali, che arrivava nel profondo dei cuori.

Ricordo ancora una cartolina arrivataci dopo un spettacolo fatto in una piazza a Ferrara, un signore ci scriveva: " Sono passato per caso da questa piazza. Io sono un ateo, ma questa sera avete acceso una luce nella mia vita".

Pur vivendo in questo clima di schietta fratellanza, logicamente non eravamo esenti da momenti bui, difficili, in cui sentivi tutto il peso della tua fragile umanità, dei tuoi difetti irriducibili, del carattere spigoloso. Ma, a volte, le ispirazioni più profonde nascevano proprio da momenti come questi.

Mi rivedo ancora seduto al tavolo della mia stanza, quel giorno in cui due dei nostri compositori avevano fatto una musica che a noi tutti era piaciuta tanto. Doveva essere la canzone finale del nostro musical "Una storia che cambia". Avevo scritto già il testo delle prime due strofe e del ritornello che diceva: "Resta qui con noi…". Cominciavo la terza strofa: "Davanti a noi l’umanità, lotta, soffre e spera, come una terra che nell’arsura chiede l’acqua…". Lì, mi sono bloccato. Sentivo in modo forte che era a me che veniva chiesta quest’acqua, io dovevo fare qualcosa per questa umanità, senza delegare nessuno. Ma io…in quel momento non c’ero…mi sentivo vuoto, asciutto più che quel deserto, come se l’amore in me fosse svanito.

Ho aggiunto al testo: "…da un cielo senza nuvole", e venne: "…chiede l’acqua da un cielo senza nuvole". Ma Dio dentro mi interpellava: non avevo scuse, amare si può sempre…basta trovare il modo ed averne la volontà: il bisogno di aiuto, di amore di un umanità che lotta, soffre.. non può avere proroghe. Ho aggiunto: "ma che sempre le può dare vita…". Ma come facevo a trovare l’acqua per questo deserto se in me non c’era? In "me", no…, ho pensato, ma in "noi", sì. Non sono più io solo, io sono "con gli altri"; assieme si può, assieme, se ci amiamo, c’è Dio fra noi, e Lui può tutto. Ho aggiunto: "Con Te saremo sorgente d’acqua pura, con te fra noi il deserto fiorirà".

Così, con una grande gioia dentro ho completato la canzone, e piacque a tutti.

Chiara, poco tempo dopo avermi conosciuto, mi ha dato un nome nuovo. Il mio nome è Valerio, lei mi ha chiamato ‘Lode’. E, a pensarci bene, "lode" è : "canto", "poesia", è…"bellezza". Spero che così sia: Lode alla "Bellezza"!

 

LO SGUARDO Simonetta Bungaro Pardi

L’esperienza con Mario e l’eredità di Mario sono per me fondanti da un punto di vista artistico e spirituale e ora cerco di dirvi il perché.

Quello che sento intensamente di raccontarvi riguarda il ricordo degli attimi precedenti la partenza di Mario per il Paradiso.

Era il 3 marzo 1996, domenica come oggi, forse la stessa ora in cui vi parlo tra le 10 e le 11.15 del mattino, quando Mario ci ha lasciato.

In cielo nessuna nuvola, tutto incredibilmente di un azzurro intenso. Era entrato in coma di mattino presto ed io, durante tutta la notte, con gran fatica, provata da un forte dolore, quasi impotente, non riuscivo a seguire il suo desiderio di portarmi con sé, concludendo e consumando quell’Abbraccio -come lui lo chiamava - di Dolore-Amore nel quale già viveva da due anni.

Mario: "………sono già quasi due anni che continua questo stato di grazia incredibile dentro di me, che è caratterizzata da alcune cose, anche quelle molto semplici; prima, questa non paura di quello che accade………sono stato uno che il corpo l’ha usato con gran gioia e con grande anche diciamo generosità nel senso acrobazie anche nel teatro…………e non ho nostalgia. Non può essere normale, non so come la pensiate voi, ma questo non può essere normale, fa parte di questo stato di grazia che continua, di questo amore e io sento che nel dire questa parola, in questo momento la colgo nel suo significato, forse comincio a capire qualcosa di questo Amore che sento di Dio dentro di me e questa parola Amore contiene dentro di sé l’aspetto del Dolore, ma è Amore e non può che dare questa gran gioia che io ho dentro e questa pienezza, appunto questa mancanza totale di nostalgia perciò sto benissimo, cioè sono felice."

Erano già passati due anni quindi da quando aveva scoperto la sua malattia che, sorprendentemente per me, aveva abbracciato nella gioia totale, con una naturalezza infinita, sentendosi amato immensamente. Vivevo tutto come in un sogno, oltre al dolore del distacco, mi sentivo così piccola, così incapace ed ero inchiodata di fronte ad un mistero come quello della morte che lui abbracciava con tale "leggerezza", cercando disperatamente di testimoniarmi tutto. Come uomo, Mario, attore, ha sempre avuto un rapporto vitale con la morte, attratto da tutti quegli artisti che in palcoscenico hanno dato la vita come Jim Morrison, Janis Joplin, Nijnski e tanti altri. Amava il teatro immensamente e comunicava questa gioia a tutti vivendo l’esperienza artistica in maniera totale, dando la vita ogni giorno. Ero molto attratta dal suo modo di lavorare, di vivere e "essere arte" e così anche come famiglia ha impostato la vita con questo grande ascolto reciproco nel lavoro e con i figli.

Mario: "Quello che sento è che possiamo conoscerci tra noi di più, con-fidarci (insieme fidandoci) è una cosa che ora sento possibile, abbiamo riscoperto il giudizio critico che non è il giudizio umano, poter dire ad uno guarda non mi è piaciuto il tuo spettacolo, oppure ci siamo già confidati qualche punto interrogativo personale. E cercherei anche d’essere più attenti alla nostra partecipazione, sapere perché uno non può, fare in modo che se c’è un’assenza ecco diventa non una mancanza, ma un’assenza che dà ancora più forza a chi è presente".2

Per me, solo gli attimi della sua partenza fisica sono stati decisivi per passare dall’incertezza alla certezza, dal finito all’infinito, dalla fatica alla leggerezza. Per un attimo Mario si è come risvegliato. Dopo avergli sussurrato il mio desiderio di essere portata con lui ha riaperto gli occhi e con uno sguardo senza orizzonte guardava nell’infinito, nel volto trasfigurato un’espressione di felicità così profonda, un sorriso così inondato di bellezza che ho dimenticato tutto il dolore e ho provato un senso di sacralità, un’esperienza estetica fortissima, come mai avevo provato nella mia vita di fronte a nessun’opera: ho capito che Mario era opera dell’amore di Dio.

Mario: "L’abbraccio con il nulla mi ha sempre portato alla piena gioia, alla felicità e addirittura mi dava energia; quest’abbraccio con l’infinito era stupendo e se c’era tristezza o altro, era perché l’abbraccio era in corso, non consumato."3

Ho intuito cos’è la bellezza, ho capito che la bellezza non è una qualità, è un’esperienza: è quello sguardo, quel volto, quel luogo, quello spazio, quella relazione con l’infinito che gli

artisti cercano e desiderano toccare con il loro essere nelle loro opere e nel corso della loro vita. Una corsa, un’inquietudine quella dell’artista, verso quel Nulla che può introdurre, com’è stato per Mario, al Mistero. Mario ha cercato e voluto quest’incontro con il mistero del Nulla, con quel Vuoto che può ospitare, come una trasfigurazione, la pienezza più luminosa. Mi viene quasi da affermare che l’ispirazione artistica si trovi in questo sguardo che ama e per questo incontra.

I suoi occhi così veri hanno cancellato in quell’istante ogni mio dolore e come ogni grand’esperienza estetica mi hanno trasformata.

Porto con me ciò che ho riconosciuto come bellezza assoluta, un’icona viva, un’opera d’arte, un mistero profondo, la vita e la morte nello sguardo di un attimo, come qualcosa che ho compreso solo in quell’attimo e che mi comprende per sempre.

Cerco di "ricordare" (tenere in cuore) come artista quell’attimo.

Mario ha dato la sua vita per questo, ha amato tanto, tutti, uno per uno, senza distinzione, gli artisti più diversi, guardando e scoprendo in ciascuno l’originalità e posso dire che è stato tanto amato.

Vivo da sempre in quello sguardo che cerca e trova, in quella relazione terra-cielo che dà senso alla mia vita e che cerco di trasmettere quotidianamente ai miei figli e a tutti coloro che incontro nel mio sguardo.

 

IDENTIKIT DI UN VOLTO Michel Pochet

 

Notte stellata

La mia prima esperienza della bellezza si confonde, nei miei ricordi d'infanzia, con la prima esperienza di Dio. Risale nel settembre 1943 – avevo tre anni e mezzo - ad una certa notte di bombardamento, una notte splendida, così nera e scintillante che la sua bellezza è ancora presente ai miei occhi.

Da quella notte la mia esperienza di Dio è sempre stata legata ad un’esperienza della bellezza (o della mancanza della bellezza, cioè del brutto che ho scoperto essere l’altro nome della bellezza, come il grido dell’abbandono è l’altro nome del amore, ma questo è un argomento che tratteremo in un altro incontro.)

Dio per me è Dio Bellezza. La chiamata che ho sentito è stata la chiamata a seguire Dio Bellezza. Se Dio è verità, bene e bellezza, sono stato creato da Dio ad immagine e somiglianza della sua bellezza. L’esame finale porterà sulla mia fedeltà a questa che ho sempre sentito la mia identità più profonda, il mio radicale dover essere: la bellezza. Da giovane, constatando il divorzio tra religione e arte, ho perfino pensato di dovere fondare un Ordine di artisti tutti consacrati a portare Dio Bellezza nel mondo e a riconciliare santità e arte.

Da quando ho capito che Dio è Amore, mi è sempre stato chiaro che quest’Amore con l’A grande non si limita a volere bene ma parimenti vuole vero e vuole bello. E che queste tre modalità dell’Amore hanno uguale dignità.

Per me l’Amore è il Bell’Amore di cui la Bibbia dice che la Sapienza è la Madre.

Per illustrare questa mia esperienza di Dio Bellezza vi racconto un aneddoto che spero vi divertirà. Il suo titolo è:

La stazione Maalbeek della metropolitana di Bruxelles

Due anni fa sono tornato a Bruxelles dove ho vissuto per un quarto di secolo invitato da un gruppo di amici che ho conosciuto quando erano ragazzi e che volevano festeggiare i miei sessant'anni. Dimostrazione di quanto i giovani possono essere crudeli anche da grandi.

Così ho ritrovato tra gli altri Henk De Smet ormai padre di figli grandi come lui quando l'avevo conosciuto, e architetto di fama internazionale.

Mi ha invitato a visitare la stazione della Metropolitana di Maalbeek quasi finita, progettata da lui con l'architetto Paul Vermeulen e con un bravo pittore belga Benoît Van Innis.

Durante il tragitto nella Metropolitana Henk mi ha spiegato da dove veniva l'ispirazione di questo progetto. Nei primi anni settanta, avevo raccontato un esperienza mia fatta proprio nella Metropolitana. Da pittore appassionato dai volti, avevo sempre desiderato conoscere il Volto dei Volti, il volto di Cristo. Ma un giorno mi era venuto in mente di cercare questo volto in ogni volto.

Mi sono detto: se Gesù è presente in ogni essere umano, devo poter trovare in ognuno almeno un tratto del suo volto in modo da poter ricostruire tutta la sua immagine in modo abbastanza preciso, come fa la polizia per i delinquenti. Devo poter fare l'identikit di Gesù.

Ero seduto in una vettura della Metropolitana, era tardi nella sera. I viaggiatori erano stanchi, qualcuno ubriaco, altri quasi inquietanti nella luce glauca, tutti di una disperante banalità.

Nessuno poteva pretendere di servire da modello per una icona del più bello tra i figli degli uomini.

Per una sorta di sfida intellettuale, morale e estetica nello stesso tempo, mi sono forzato a dettagliare ogni compagno di viaggio per cercare un particolare degno di entrare nell'identikit di Gesù. E devo dire che con stupore e con un sempre maggiore entusiasmo ho trovato in tutti fino al barbone, alla prostituta, all'operaio assonnato, alla madre prosperosa che stava allattando, alla coppia dal french kiss spudorato, ho trovato almeno un tratto di quel volto.

Questa esperienza aveva inspirato il progetto di Henk e questa stazione della metropolitana ne rendeva conto.

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Infatti Benoît Van Innis aveva realizzato per i lunghi muri della stazione propriamente detta dei visi monumentali disegnati con pochi tratti neri su mattonelle bianche (un chiaro e voluto omaggio a Matisse della cappella di Saint Paul de Vence), mentre per le due hall d'entrata aveva disegnato gruppi di persone qualunque, e lungo le scale mobili aveva raccolto piccoli particolari dell’identikit: bocche, occhi, baffi, orecchie, nasi, scarpe, guanti, acconciature…

L'intervento di Henk aveva la sobrietà estrema giunta all'umiltà raffinata e alla chiarezza folgorante che sempre caratterizzano le sue opere.

Questa stazione della Metropolitana, omaggio fervido all'uomo qualunque, luogo pregno di sacralità quotidiana, è un piccolo Tabor sotterraneo dove, scommetto, tanti viaggiatori saranno tentati di fermarsi per meditare e contemplare, lasciando passare i treni.

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